NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | IL DIAGRAMMA MISTICO

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testimonianza di Kristen Becker

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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Kristen Becker, 69 anni, insegnante di Yin Yoga, oggi residente a Cottbus (125 Km a sud-est di Berlino), racconta la sua esperienza di premorte.

 

«Sono sempre stata restia a raccontare questa storia. Per mia natura, poi, ho sempre parlato poco. Lo stretto necessario. Buongiorno, buonasera. Sono una che sta zitta, preferibilmente. Pratico yoga dall’età di quattordici anni e la insegno da quasi cinquanta. Questo per dire che il silenzio, nella sua accezione più ampia, è parte integrante e fondante della mia quotidianità. Mi faccio violenza, ma so che è giusto condividere, dare il proprio contributo. I fatti risalgono a circa sei anni fa. Persi i sensi di ritorno da una lunga escursione nella foresta dello Spreewald. Fortuna che i soccorsi sono stati tempestivi. Non entro nel dettaglio della terminologia medica (…), in sintesi il mio cuore si è fermato per una frazione di secondo. Il malore mi ha colto di sprovvista. È stato un istante. Ricordo che quel giorno mi sentivo sì debole, ma lo addebitavo unicamente allo sforzo intrapreso, chilometri e chilometri di cammino nel fitto dei boschi. Con ogni evidenza non si è trattato di normale stanchezza. Un corpo che prima si flette su sé stesso e poi, tutto d’un colpo, s’affloscia al suolo. Chi era con me, in quel pomeriggio di tardo autunno, ha descritto la scena esattamente con queste parole: “…Kristen è cascata come una mela dall’albero”. Fortuna che questa mela sia stata raccolta in tempo, altrimenti oggi non sarei qui a rievocare la mia esperienza.

Quando ho riaperto gli occhi sul letto d’ospedale, con dolori muscolari diffusi che non sto a descrivere, ero già in grado di ripercorrere lucidamente ogni singolo fotogramma della mia esperienza extracorporea. Una parte di me era ancora lì. Mentre il mio corpo – immobile, passivo, orizzontale – lottava per sopravvivere, il mio spirito fluttuava agile in un luogo di luce. Niente a che vedere con le atmosfere labili di cui sono fatti i sogni. La mia visuale era nitida, profonda e particolareggiata. Non stavo immaginando quel luogo, ero fisicamente dentro quel luogo, lo occupavo con lo spirito ma anche con tutta la mia persona concreta. Non so se ho reso l’idea. È estremamente difficile da spiegare con le parole. L’ho definito un luogo di luce perché distinguevo il perimetro curvo di uno spazio circoscritto, una vasta area delimitata da un raggio circolare giallo-arancio. Mi spiego meglio: i miei piedi poggiavano sulla base di un cilindro di luce. Ha presente quelle statuette dei santi che si tenevano sul comò della camera da letto sotto una campana di vetro? Ecco, più o meno mi visualizzi così, solo che sopra di me il cilindro non si curvava a cupola ma sfumava in una luce potentissima e abbagliante. Non guardavo in alto perché mi feriva gli occhi. Guardavo perlopiù intorno a me o sulla luce irradiata in basso dalla circonferenza. Quel mio essere lì non lo trovavo affatto straordinario. Ero perfettamente a mio agio come se fossi tra le mura domestiche. Mi sentivo a casa, molto più che a casa. Al tempo stesso però avvertivo il sopraggiungere di qualcuno, di qualcosa. Ed era una sensazione bellissima, infinitamente gioiosa e rassicurante. Sai che ti sta accadendo qualcosa di bello e tu ne incameri tutto l’appagamento. Ricordo dei suoni, come di note basse, vibranti, suoni che sembravano scaturire dai riverberi della luce. Per ventotto ore, mentre il mio corpo intubato dormiva nella più assoluta inazione, il mio spirito saggiava lo splendore.

Attraverso lo Yin Yoga – una disciplina che è tutta respirazione e ascolto dei propri flussi energetici – avevo inseguito questa sensazione per tutta la vita senza mai davvero riuscirci fino in fondo. Invece lì, abbracciata da quel cerchio di luce, libera da ogni peso e da ogni interferenza, ero finalmente in armonia, come assimilata al diagramma mistico del chakra. Quest’associazione può sembrare forzata, vista la mia professione e tutti gli studi che ho condotto negli anni, ma è esattamente quello che ho provato. Tengo a precisare che il mio approccio a questa disciplina è sempre stato razionale, terapeutico, senza implicazioni di ordine religioso. Quanto ho vissuto ha stupito me per prima, lo sottolineo. Forse ho filtrato questa mia NDE experience – non ho timore di chiamarla con il nome che le compete – alla luce del mio specifico pregresso. Non lo escludo. Non ho la presunzione di comprendere fino in fondo un qualcosa che, detto con onestà, so essere ben più grande di me. Mentre ero lì tutto acquisiva senso, spessore, chiarezza. Raggiunto quell’equilibrio guardavo da un’altra prospettiva. Guardavo davvero. Ero allineata, complementare a ciò che mi gravitava intorno. Potrei spingermi nel dire che non avvertivo separazione alcuna tra me e quella dimensione che mi ospitava. Un’aderenza, una comunione. (…) Cerchi di andare al di là delle parole che sto utilizzando, cerchi di scavalcarne il senso letterale, le ripeto che spiegare è davvero difficile.

Se dovessi ridurre tutto a due parole direi: stavo bene. Ecco, stavo bene. Tutto dimenticato, niente legacci, niente preoccupazioni, niente malinconia, solo una gran pace, una tranquillità soave. A volte quando mi concentro riesco ancora a provarla, ma dura niente, è solo una pallida rievocazione. Armonizzata al mio flusso energetico aspettavo solo che quella sorgente luminosa mi fagocitasse. Ero ansiosa di appartenergli, di tuffarmi nel suo cuore incandescente. Ed è come se quella luce provasse il mio stesso desiderio: era attratta da me come io da lei. Ci calamitavamo come due poli magnetici. Impercettibilmente, senza sobbalzi, il mio spirito-corpo saliva, levitava, ascendeva. Mi andavo a indorare. La luce mi impollinava i sensi, mi scaldava, mi incendiava di un irresistibile benessere. Un disco di luce, un chakra cilindrico, tridimensionale. Oro, giallo, arancio, bianco-argento, con qualche delicata pennellata d’un nero trasparente. Una luce cangiante, bizantina, al contempo fluida, materica e aerea. Una luce antica, ma giovane, appena nata, tremendamente viva. Una volta chiesi a un amico pittore, Brent, di ricrearla sulla tela. Me la mostrò bianca, in segno di rispetto. Un gesto prezioso, elegante, umano, che non dimenticherò mai. Brent è stata la prima persona a conoscere la mia NDE. Ha ritenuto opportuno non banalizzare quanto gli avevo confidato. Grazie Brent, sei una delle persone più belle che ho incontrato su questa Terra. (…)

La chiamo “luce” perché non ho altri termini di paragone, ma di luci così non ne avevo mai viste. Un fotone immensamente vivo, odoroso della sua stessa specchiata sostanza, quasi materico nella sua solida impalpabilità. Il calore che emanava sapeva di carezze, di tepori, di sussurri. Me ne nutrivo perché sapeva di buono, e non me ne saziavo mai. Luce amica, complice, luce che protegge e sostiene. Luce comunicante, vicina e al tempo stesso distante, luce raggiunta e da raggiungere. Luce come meta, sorgente di pura bellezza. Se tento di ricrearla nel mio pensiero, vede… mi lacrimano gli occhi. Non sarei mai stata capace di inventarmela una luce così, come avrei potuto solo sospettarne l’esistenza? Di fantasia, mi creda, ne ho sempre avuta poca. (…) Ma non è tanto quello che ho visto che mi preme di riuscire a restituire, perché il piatto forte, diciamo così, sono state le sensazioni provate. E qui entriamo nel territorio dell’indicibile. Le parole non bastano. Almeno per me. Dovrebbe viverla un grande scrittore un’esperienza come la mia, allora sì che le parole sarebbero quelle giuste. (…) Sto parlando a ruota libera e continuo a farmi violenza. Mi creda quando le dico che sono una che parla poco. Ho bisogno di un bicchiere d’acqua, vuole scusarmi un momento? (…)

Dove eravamo rimasti? Alle mie sensazioni, sì. A queste sensazioni corrispondono immagini ben precise: vedevo ogni cosa con questi stessi occhi. Non immaginavo, non sognavo, ma vedevo. Vedevo! Risvegliarsi, dover lasciare tutto questo, è stato orribile. La nausea mi ha accompagnato per giorni, così come la rabbia. La mia ripresa è stata lenta, molto lenta. Ti ritrovi catapultata nella tua vita di sempre, strappata a quell’equilibrio perfetto. Ce n’è voluto di tempo per mettere ordine. Non siamo fatti per gestire cose così grandi. Siamo mortali ai quali nulla è dato sapere del poi. E forse è giusto così. Parliamo di due dimensioni inconciliabili. Io ho avuto il privilegio di fermarmi alla metà del ponte. Mi hanno tirata indietro. Tanti, come me, sono stati tirati indietro. Sono anni che elaboro. Il mio pensiero è sempre lì. Torna sempre lì. Per anni mi son detta che avrei preferito non ricordare nulla. Oggi invece la penso diversamente. Ne parlo poco, ma con gli amici più stretti mi sono confidata. Lo sto facendo anche adesso con voi. Lo ripeto, parlarne è importante. E invito tutti quelli che hanno vissuto un’esperienza analoga a farlo, senza vergogna.

Le esperienze di premorte sono ormai da decenni un serio oggetto di studi scientifici (questo è noto ma è bene ribadirlo). Sono sicura che negli anni a venire ne capiremo di più. C’è chi sostiene si tratti di astute e complesse panacee escogitate dal nostro cervello per addolcire il momento drammatico del trapasso. C’è chi le interpreta alla luce del suo personale credo religioso e chi le bolla come semplici deliri. È normale che ognuno ci metta del suo. Quanto a me, taciturna di natura, posso solo dire che fatico ad andare al di là delle mie domande. Ve le giro perché risposte non ne ho e non le pretendo. Giusto una settimana fa ho parlato con un ragazzo di Hamburg, un diciannovenne studente di Fisica, che ha vissuto di recente un’esperienza molto simile alla mia. Nell’ascoltarlo ho avuto i brividi, non lo nascondo. Mi sono detta “Ma allora è proprio vero, l’ho vissuto davvero…” Stesso luogo di passaggio, stessa luce, stesse sensazioni, un copione che sembra ripetersi con pochissime trascurabili varianti. Anche il racconto del suo ritorno combacia col mio. Sono sincera, non volevo rilasciarla questa testimonianza. È stato lui – la sua indifesa naturalezza, il suo sguardo smarrito ma incredibilmente luminoso – a spezzare la mia iniziale reticenza. Grazie Ralf. So che leggerai questo mio piccolo contributo, quindi ti ringrazio pubblicamente.»

Kristen Becker


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