CALIFORNIA SON | Morrissey si cimenta in un album di cover

Read Time4 Minutes, 37 Seconds

di Gaetano Platania

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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Due giorni prima del rilascio di California son, anticipato dai singoli It’s over e Wedding Bell Blues, Steven Patrick Morrissey ha compiuto i suoi primi sessant’anni. In questo dodicesimo album in studio (seconda emissione targata BMG) il cantautore britannico ha voluto cimentarsi con delle cover di artisti americani. La tracklist attinge da una decade che va grosso modo dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta, e precisamente dal 1964 al 1975. Nessun abuso di classici o di brani noti. Morrissey ha voluto reinterpretare una rosa di canzoni che ha accompagnato la sua adolescenza inquieta in quel di Manchester. Tornano in mente i versi di Rubber Ring (una b-side del singolo The boy with the thorn in his side, 1985) dove Morrissey insieme agli Smiths cantava «…But don’t forget the songs that made you cry, and the songs that saved your life» (ovvero, Non dimenticare le canzoni che ti hanno fatto piangere e le canzoni che ti hanno salvato la vita).

Il disco è stato registrato al Sunset Sound di Hollywood nell’estate 2018. Alla produzione Joe Chiccarelli, al fianco di Morrissey anche nei due precedenti album Low in high school (2017) e Word peace is none of your business (2014). California son si apre con Morning Starship, un omaggio al pressoché dimenticato glam-rocker canadese Jobriath (Bruce Wayne Campbell), che la incise nel 1973. Seguono Don’t interrupt the sorrow (1975) di Joni Mitchell e Only a pawn in their game (1964) di Bob Dylan. Già dall’ascolto di queste prime tracce si intuisce quale tipologia di reinterpretazione Morrissey abbia scelto di operare: una rilettura rispettosa delle partiture originali, senza stravolgimenti eccessivi, ma efficacemente adattata alla propria cifra stilistica. È un Moz meno rock e più melò, che però non inciampa mai nell’effetto revival. Gli arrangiamenti, talvolta sovrabbondanti ma sempre severi, mitigano certi volteggi vocali lirico-nostalgici. Il suo coinvolgimento è palese, come dimostrano le cover di Suffer the little children (1969) di Buffy Sainte-Marie e Days of decision (1965) di Phil Ochs. La sesta traccia di California son è l’accorata It’s over (1964) di Roy Orbison, che Morrissey sceglie di condividere con la cantautrice statunitense LP (all’anagrafe Laura Pergolizzi). Segue Wedding Bell Blues (rilasciata anche come 45 giri clear-yellow vinyl), un brano di Laura Nyro del 1966 portato al successo dai 5th Dimension nel ’69; Morrissey lo interpreta al fianco di un sorprendente e quasi irriconoscibile Billie Joe Armstrong (dei Green Day). Malinconia e allegria si fondono nell’interpretazione di Loneliness remembers what happiness forgets, canzone scritta da Burt Bacharach e Hal David, incisa nel 1970 da Dionne Warwick. Decisamente pop l’incalzante Lady Willpower di Gary Puckett e The Union Gap (scritta da Jerry Fuller nel 1968). La cover Back on the chain gang dei Pretenders, eseguita più volte dal vivo prima dell’uscita di California son, non compare nella tracklist perché già precedentemente inclusa nella deluxe edition su doppio vinile di Low in high school. La ballata sognante When you close your eyes (1972) di Carly Simon e la funebre Lenny’s tune (1968) di Tim Hardin introducono al gran finale che è affidato a Some say I got devil, un brano che sembra scritto da Morrissey ma che in realtà è di Melanie Safka (1971).

Alcuni versi di questo brano di Melanie sono riportati in margine al booklet dell’album, forse in risposta alle polemiche che hanno coinvolto il cantautore britannico negli ultimi tempi: Alcuni dicono che ho il diavolo dentro / Altri che io sia un angelo / Ma sono solamente qualcuno che è nei guai / Non penso di essere in pericolo / Non pensare che io sia in pericolo / In effetti so di non essere in pericolo. A causa di certe esternazioni di sapore nazionalista come: «…Voglio che la Germania sia tedesca e che la Francia sia francese. Nel nome della multiculturalità si perderà ogni forma di cultura specifica. Tutti i paesi europei hanno combattuto per la loro identità per molti, molti anni. E ora la stanno gettando via. Penso sia triste.» Morrissey si è creato intorno molta terra bruciata, al punto che alcuni negozi di dischi hanno deciso di rimuovere il suo repertorio dagli scaffali. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando Morrissey, ospite della trasmissione televisiva “Tonight Show” di Jimmy Fallon, ha indossato la spilla del partito d’estrema destra For Britain (partito fondato di recente da Anne Marie Waters e nato da una frangia dell’Ukip inglese). Molti manifesti del suo tour sono stati rimossi e la polemica è ancora in corso. L’accusa che gli è rivolta è quella di sovranismo, ma Morrissey – certo non nuovo a certe uscite infelici – difende quella che definisce «libertà delle mie opinioni». Vegetariano incallito, antimonarchico militante, refrattario alle etichette sull’orientamento sessuale, difensore delle specificità nazionali, Morrissey ha tanti estimatori ma anche una nutrita schiera di detrattori.

California son ha diviso la critica, non tanto per il risultato in sé quanto per la tipologia del repertorio scelto. Coraggioso, impopolare, imprevedibile, Moz non si smentisce mai. Pur mantenendo una certa distanza è riuscito a far sue queste canzoni, ad assimilarle al suo repertorio, complice un’interpretazione vocale in stato di grazia, pulita, partecipe e dirompente. California son è disponibile nei formati lp e cd.

Gaetano Platania


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