RITRATTO DI FAMIGLIA IN NERO | Madre e figlia rivali, nell’Italia fascista

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di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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La storia di Bruna e Bianca Maria Zambretti (per ragioni di privacy, il cognome non è quello originale) si snoda lungo gli anni Trenta, ed ha il suo fulcro drammatico nel 1938. Il contesto è quello di una famiglia milanese alto borghese durante il Ventennio. Il terreno è quello insidioso dei rapporti conflittuali madre-figlia, una sorta di “Mammina cara” ante litteram. Il padre, il Cavalier Aldo Zambretti, è una figura che resta sullo sfondo, ma è colui che con il suo lavoro e le sue relazioni consente alla moglie e all’unica figlia di condurre una vita agiata. È un uomo mite, gran lavoratore, titolare in società con il cugino Anselmo di una ditta che produce alluminio, materiale che all’epoca, essendo considerato “moderno” e “autarchico”, incontra grandi favori; viene utilizzato primariamente nel campo dei trasporti e il cugino Anselmo – vivendo a Roma – si occupa di mantenere buoni rapporti con il governo fascista e di curare le commissioni pubbliche. La famiglia vive in quegli anni una floridezza economica mai conosciuta prima: vacanze alle Terme e in Versilia, personale di servizio, ricevimenti. Agli inizi degli anni ’30 si trasferiscono, dalla zona meno “prestigiosa” dove vivono, in un grande appartamento affacciato sui bastioni di Porta Venezia e sui Giardini Pubblici. La madre Bruna è una donna molto bella, dai capelli biondo cenere, snella ed elegante; ma è ambiziosa, narcisista e tendenzialmente anaffettiva. Molto amabile e disinvolta in società e nelle situazioni mondane, il rapporto con la figlia risulta invece difficile e conflittuale.

Fin dall’infanzia la bambina sviluppa una manifesta gelosia per il padre (al quale assomiglia molto anche fisicamente; da lui ha preso gli occhi scuri, la pelle un po’ olivastra e il naso “triste”) e una forte avversione verso la genitrice, con lei sempre fredda ed esigente. La madre, quando non le mostra indifferenza, la umilia e la mortifica anche davanti a estranei. Forse, inconsciamente, ritiene che questa ragazzina abbia tradito le sue aspettative perché non è bella – anzi è bruttina – ed è di carattere ombroso, cupa e solitaria. Bruna detesta quando, passeggiando, incontrano dei conoscenti e la figlia farfuglia un saluto a testa bassa (girato l’angolo in genere Bianca Maria riceve uno scappellotto sulla nuca dalla madre stizzita), la rimprovera perché cammina “sgraziata”, le impedisce di frequentare bambini del quartiere che ritiene “di un’altra categoria” o di portare a casa compagne scuola.

Per Bianca Maria l’unica amica è una ragazzina che vive nello stesso palazzo, Adelina Nanni, che la madre – a piccole dosi – tollera perché intrattiene rapporti cordiali con i suoi genitori. Insomma, quella figliola dall’apparenza timida – ma che lei ha intuito avere un carattere testardo e ribelle – le urta i nervi. Tuttavia in alcuni frangenti, come quando nel 1933 commissionano al pittore Emilio Pasini un grande ritratto per il salone, Bruna posa di buon grado con la figlia e la esibisce tirata a lucido, vestita di rosa pallido e trine. In un ritratto “ufficiale” Bianca Maria rappresenta un ulteriore coronamento alla figura della genitrice; nella società degli anni Trenta una figlia ubbidiente e composta è un’ennesima conferma del suo successo, anche nel difficile ruolo di madre. Nel dipinto Bruna si erge impettita e regale dietro alla bambina, con un grande fiore di seta appuntato sul petto. Bianca Maria, in primo piano, appare invece a disagio e accarezza timidamente la collana di corallo che porta al collo, prestatale dalla madre per l’occasione. Negli anni a seguire, ogni volta che la madre si soffermerà davanti al “suo” ritratto, le rinfaccerà sempre di averlo rovinato “con quella smorfia da malmostosa”. La bambina cova un sordo rancore.

Con la pubertà le tensioni e i conflitti aumentano. Bianca Maria è meno docile, vorrebbe vestirsi più da adulta (cosa che per Bruna è addirittura un oltraggio perché ciò le ricorda i suoi anni), capita che risponda alla madre in maniera insolente. In questi frangenti, se in presenza di estranei, Bruna non si scompone mai, solleva solo un sopracciglio: “Scusa, come hai detto? Puoi ripetere?”. Se per caso la ragazza invece di scusarsi si azzarda a pronunciare nuovamente la frase incriminata, parte un manrovescio sulla bocca, reso più doloroso dall’anello con rubino che Bruna indossa sempre. La ferocia dello schiaffo è tanto maggiore quanto l’ambiente è da lei considerato “esclusivo”; in tali contesti Bruna vive la figlia indisciplinata come un’onta. La signora Eugenia Vailati riporterà che, durante un “tè benefico” nel parco della villa di una comune amica, Bianca Maria dovette farsi medicare il labbro sanguinante per il colpo subito. L’ultima vacanza che gli Zambretti passano tutti  insieme è a San Pellegrino, all’Hotel Como&Palace nel luglio del 1937; la ragazzina è quasi sempre relegata a cenare in camera perché la madre – come spiega al maître – desidera  “stare tranquilla almeno a cena”.

Vista la situazione, il padre comincia a pensare di mandare Bianca Maria a vivere per un periodo da sua sorella Egle, che risiede nel parmense con il marito e due figli maschi. Con loro abita anche la nonna paterna cui la ragazza è molto  legata (“Cosa ci troverai mai in quella vecchia contadina?” è il consueto commento della madre). Ma una sera di aprile del ’38 le cose prendono tutt’altra piega. Aldo e Bruna rientrano a casa dopo una cena di gala per l’ambasciatore di Spagna al Grand Hotel Plaza. La signora indossa un abito da sera in tessuto “charmeuse” grigio perla e una cappa bordata di pelliccia di scimmia. È stanca e nervosa. Bianca Maria è ancora alzata e la osserva dalla porta socchiusa della cucina, un po’ torva come suo solito. “Cosa fai ancora in giro a quest’ora? Fila a letto!”, queste sono le ultime parole – riportate dalla domestica – che la madre le rivolgerà. In camera da letto la signora si sfila l’abito e ripone le perle nel cofanetto sulla petineuse. Poi beve un infuso digestivo a base di erbe amare – abbondantemente zuccherato – che è solita assumere dopo una cena un po’ pesante. Pochi istanti dopo viene colta da convulsioni, rigidità del collo e difficoltà respiratorie. Inizialmente si pensa a un attacco epilettico per cui le cure approntate sono inadatte e inefficaci. Il medico, contattato a quell’ora della notte, arriva tardi, trafelato; la situazione appare drammatica e non sa che pesci pigliare. La donna viene trasportata in ospedale. Muore prima dell’alba, nonostante tardivi tentativi di lavanda gastrica. Risulterà un avvelenamento da stricnina. Nella zuccheriera in cucina viene ritrovato veleno per topi.

Bianca Maria, che all’epoca ha quindici anni da poco compiuti, mostra estrema freddezza ed è subito sospettata di essere la responsabile. Le indagini condotte sono piuttosto sommarie; una bottegaia di via San Gregorio dichiarerà che giorni prima due ragazzine (forse la Zambretti e la Nanni?) avevano acquistato del topicida e lei aveva esitato nel venderglielo. Ma Adelina Nanni, interrogata, nega tutto ostinatamente. La faccenda viene presto insabbiata, probabilmente anche grazie alle conoscenze del padre e dello zio. Peraltro in epoca fascista si tendeva a non pubblicizzare turpi vicende di cronaca nera perpetrate tra le mura domestiche: era opportuno che non fosse intaccata l’immagine edificante della sana famiglia italica. Evidentemente su esplicite direttive “dall’alto” tutto viene messo rapidamente a tacere e i giornali citano l’episodio solo in maniera vaga, scarne righe in cronaca. La tragedia è liquidata come “incidente” e viene imputata alla distrazione di una cameriera friulana, tale Armida, assunta da poco; costei però negherà sempre le proprie responsabilità e sarà rispedita al paese con una sostanziosa liquidazione. Bianca Maria viene rinchiusa in un collegio sul lago di Garda. Ne uscirà solo con la maggiore età.

Sono anni difficili perché la ragazza mal si adatta alla ferrea disciplina del luogo e dimostra comportamenti devianti e antisociali. È insofferente, fa scherzi pesanti alle altre allieve con le quali non familiarizzerà mai: a un certo momento si teme un’epidemia di scabbia perché tutte le ragazze del suo dormitorio si grattano furiosamente. Poi si verrà a scoprire che la giovane Zambretti contaminava la loro biancheria con sostanze urticanti recuperate nottetempo. È maniacale, si lava le mani di continuo, si rifiuta di indossare calze e cappelli, canticchia tra sé di continuo – quasi a volersi estraniare – anche di notte, disturbando le altre ragazze. Passa da momenti di mutismo, in cui appare apatica e depressa, a crisi di aggressività patologica. Durante una lezione di cucito litiga per una futilità con una compagna e cerca di infilarle un ago in un occhio, perforandole fortunatamente solo la guancia. Addirittura, un pomeriggio nell’orario del riposo, un’inserviente la sorprende a espletare i propri bisogni nel refettorio, in segno di spregio. Finisce spesso in punizione;  le suore sono esasperate dai suoi comportamenti ingestibili, ma le loro proteste sono prontamente acquietate dal Cavaliere che interviene con munifiche donazioni (“Pecunia non olet”, uno dei dogmi della Chiesa). L’unico che le fa visita durante questi bui anni da reclusa è il pittore Pasini (rimarranno in contatto fino alla morte di lui, nel 1953). La ritrarrà una seconda volta nel 1941, quando lei compie diciotto anni. Nel dipinto Bianca Maria ha un’aria mesta, dimessa.

Ritratto di Bianca Maria a 18 anni.

Quando finalmente lascia il collegio, le suore tirano un sospiro di sollievo. Non torna a abitare col padre, che nel frattempo si è risposato: va a vivere da sola in un piccolo appartamento e il genitore le passa una rendita che le consente di vivere dignitosamente. Ma nessuno la cerca più e lei sprofonda in una solitudine senza speranza. Negli anni a venire, ormai donna, accusa un aggravarsi di problemi psichici che rendono indispensabili ricoveri frequenti e pesanti terapie (anche elettroshock). Alla morte del padre – vedovo per la seconda volta – sarà l’unica erede delle sostanze di famiglia che tuttavia con la guerra si sono significativamente assottigliate. Anche il lussuoso appartamento in Porta Venezia è stato venduto. Bianca Maria sopravviverà a lungo, sempre sola, in una villetta dietro Viale Monza, combattendo con insonnia, crisi nervose e istinti suicidi. Muore nei primi anni duemila poco più che ottantenne. La trovano seduta in poltrona, dopo parecchi giorni dal decesso, su segnalazione di una vicina. Nel piccolo salotto, dietro di lei, troneggia il quadro che la ritrae con la madre, da cui non ha mai voluto separarsi.

Paolo Schmidlin


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