IL DEMONE INFANTE | Contro i bambini – Memorie di una brava maestra

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di Maria Dente Attanasio

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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C’è un amore malsano da cui bisogna mettere in salvo i bambini. È quello cieco e acritico di genitori ed educatori non sempre all’altezza del loro ruolo. La mistica che fa del bambino un angelo, un’anima innocente, ha prodotto fin troppi mostri. Il bambino è sì un essere bisognoso di cure, affetto e protezione, ma è anche l’espressione di una natura indomita e ribelle; una natura al tempo stesso meravigliosa e terribile. Non siamo meno fragili e indifesi di quanto lo sia questo piccolo essere di cui ci prendiamo cura, anzi, il più delle volte lo siamo di più. Guardare ai bambini con occhio amorevole, come è giusto che sia, spesso ci induce a esaltarli in un eccesso di sublimazione e di permissivismo che non tiene conto di quella componente malvagia insita in loro; ammettere che questa esista, non vuol dire necessariamente amarli di meno, bensì guardarli per ciò che essi sono realmente. Solo un approccio schietto e disincantato può consentire a genitori ed educatori la facoltà di sviluppare un’adeguata pedagogia capace di infondere sì, senso di fiducia e di protezione, ma anche disciplina ed educazione. La vera sfida è innanzitutto quella di rinunciare all’imperante rappresentazione edulcorata che si ha dei bambini. Idealizzandoli e idolatrandoli più del dovuto li si pone su un piedistallo dal quale finiranno con il dominarci e con lo schiacciarci sotto il peso del loro irriducibile egocentrismo. Il nostro amore, privo di rigore, rischia di fare il male peggiore a loro per primi.

Ne sapeva qualcosa l’abruzzese Rosalba Santoro, maestra di scuola materna ed elementare per oltre un quarantennio. Cinque anni dopo la sua morte, la nipote rinviene in un cassetto della camera un grosso plico di fogli manoscritti sigillati con la ceralacca e con su scritto Contro i bambini. Si trattava di appunti e pagine di diario scritti nel corso degli anni, in cui la maestra aveva dato sfogo ai propri pensieri. A settantacinque anni la Santoro si era sentita chiedere da un’amica come facesse a sopportare i bambini al lavoro. Per rispondere a quella domanda decise di richiamare a raccolta tutti quei fogli sparsi per farne una sorta di zibaldone, immaginando un ipotetico lettore che un giorno li avrebbe letti.

Grazie all’editore Il Saggiatore, quei vecchi fogli ingialliti sono diventati un libro, grezzo e radicale, intitolato per l’appunto Contro i bambini – Memorie di una brava maestra, la cui lettura gioverebbe non poco a molti genitori e insegnanti. Titolo e sottotitolo producono un effetto straniante, quasi un ossimoro, ma ben lasciano intuire l’ambivalenza di un rapporto, quale quello tra insegnanti e alunni, e tra genitori e figli, che resta pur sempre problematico. Quel che emerge da questo piccolo libro-memoir non è soltanto il semplice ritratto di una maestra della provincia italiana, ma una emblematica testimonianza in presa diretta che offre uno spaccato sul modo in cui si è evoluto il nostro immaginario riguardo ai bambini, lungo un arco temporale relativamente breve, ma denso di trasformazioni, che va dal Secondo dopoguerra agli inizi degli anni Duemila. La maestra Rosalba, forte di una prospettiva privilegiata, come può esserlo quella offerta dalla scuola (talvolta più e meglio della famiglia), assiste a queste trasformazioni con lucida e profonda sensibilità; fissa episodi rappresentativi, annota comportamenti che si prestano con pragmatica efficacia a una più accurata analisi socio-antropologica sul rapporto tra adulti e bambini. Le sue riflessioni, al riparo da quell’ostinata indulgenza che si impone negli incontri tra genitori e insegnanti, risultano prive di quel dilagante sentimentalismo acritico che troppe volte fa mancare di obiettività. Rosalba Santoro trascrive ciò che realmente pensa; il resoconto schietto, a tratti crudo e impietoso, della sua lunga carriera d’insegnante. Questi suoi scritti rivelano l’altra faccia della tipica maestra buona e premurosa; pensieri che se fossero stati esternati pubblicamente avrebbero sollevato un’ondata di indignazione e di proteste contro di lei.

Proviamo solo a immaginare se in sede di visitone o di consiglio d’istituto un insegnante osasse dire ciò che la Santoro ha scritto tra sé e sé, ovvero che ai bambini: «Delle materie stabilite dal Ministero della pubblica istruzione non gli importa molto, e così pure delle punizioni che la mancanza di rispetto nei confronti della scuola comporta. Ci si può anche riempire la bocca e la testa di buone intenzioni ma i bambini ve le demoliranno puntualmente. (…) non vanno riempiti di nozioni, di matematiche, di verbi, di capitali sconosciute (…)» Da queste affermazioni si potrebbe concludere che, secondo lei, ai bambini non bisogna insegnare nulla di tutto ciò che la scuola si propone, ovvero come ammettere l’inutilità dei programmi ministeriali e, in definitiva, della scuola stessa. Già questo basterebbe a far sobbalzare un qualunque dirigente scolastico e a dare il colpo di grazia definitivo alla fin troppo bistrattata categoria degli insegnanti, resi a questo punto perfettamente inutili. Ma l’indignazione o le conclusioni affrettate non ci aiutano certo ad avanzare nella comprensione di quella che, piaccia o no, resta pur sempre una reale constatazione. L’istruzione coincide con quel periodo che si colloca nel bel mezzo della tempesta della vita che dall’infanzia giunge sino all’adolescenza. Un periodo attraversato da infinite sollecitazioni, scoperte, rivoluzioni e trasformazioni. Non a caso la Santoro usa il paragone con la pasta pongo: «I bambini sono materiale grezzo, come il pongo: non sanno che fare né hanno forma (…) pongo e bambini non riconoscevano l’uno nell’altro una identità precisa.» E chiarisce così il senso di quelle sue sconcertanti affermazioni: «(…) vanno condotti in salvo alla fine di questa loro meravigliosa e insieme violentissima avventura che è l’infanzia. Senza di noi non ce la farebbero, la loro fantasia, il loro spirito lunatico li farebbe morire tutti giovani.» Come Caronte, l’adulto ha il compito di traghettare questi “esseri grezzi” lungo quell’accidentato percorso che li condurrà al conseguimento di una identità precisa, ma ha innanzitutto il compito di metterli in salvo da loro stessi.

I giudizi della Santoro appaiono più inclementi, totalmente privi di quella retorica buonista che ammanta il mondo dei bambini, quando scrive: «I bambini hanno le guance gonfie perché sono come palloni gonfi di egoismo. Il loro egoismo è un gas che li riempie per intero, come i palloncini delle giostre. (…) I gas non pensano a nient’altro che a loro stessi e così i bambini, che difatti non pensano a nient’altro che alla loro vita e a come restare per sempre il più gonfi possibili.» Ma il suo non è semplice cinismo. Che i bambini siano mostri d’egoismo è un’evidenza che chiunque abbia modo di osservarli bene non può negare. Bontà, altruismo, generosità non sono presenti nella loro natura, ma sono frutto dell’educazione e del necessario ridimensionamento cui il loro smisurato ego dovrà sottoporsi per poter vivere in società. Il loro è un egoismo impetuoso, che strilla, che esige tutto e subito, che rivendica attenzioni una dopo l’altra fino a ridurre gli adulti ostaggi delle loro inesauribili pretese e dei loro irriducibili capricci. «Sembra quasi che le ugole dei bambini siano state progettate per emettere dei segnali fastidiosi come gli allarmi delle macchine. (…) – scrive la maestra Rosalba – Tornavo a casa che mi sembrava di aver trascorso l’intera giornata immersa in un canile: non distinguevo più i volti, mi sembravano una cosa sola che rotolava per le aule, i corridoi, le scale, vomitando grida e strepiti.» Come darle torto? Quanti nervi sono fatti a pezzi dalle urla dei bambini? Appena sopportabili solo se sono i propri figli, ma insostenibili quando non c’è nessun coinvolgimento affettivo che ci leghi a essi.

Rosalba Santoro sapeva bene con chi aveva a che fare; non si lasciava ingannare facilmente da certe astuzie infantili. Lei a suo modo amava i bambini, ma per resistergli ha dovuto sviluppare una certa dose di distacco e di sano cinismo, un po’ come fanno i medici nei confronti dei pazienti. L’amore ha bisogno di proteggersi, necessita di un suo rigore, soprattutto quando l’oggetto verso cui si rivolge è una materia così grezza ed escandescente. I bambini sanno essere ingannevoli: il pianto, le urla, l’aggressività, ma anche la tenerezza, sono tutte armi che loro usano per ottenere ciò che vogliono; assecondarli, sempre e comunque, non va bene: «(…) I bambini sono furbi come i gatti e sanno di poterti avere in pugno! (…) creature diaboliche a cui tutto viene concesso» In quarant’anni di insegnamento Rosalba Santoro ne avrà viste di tutti i colori, intere generazioni sono passate dalle sue mani. Ha toccato con mano la crudeltà, la cattiveria, la violenza di cui sono capaci i bambini. Ancora oggi, nonostante i tanti episodi di bullismo giovanile, questa componente malvagia che tanto contrasta con l’immagine che abbiamo di loro resta un tabù difficile da abbattere. Ma nonostante queste sue intime opinioni, apparentemente intrise di irredimibile pessimismo, la Santoro si dimostrò sempre una maestra ligia al dovere, una che viveva la propria professione come una missione, proprio quel che si direbbe una brava maestra.

Scelse di non avere figli per immolarsi alla prole degli altri e perché, una volta a casa, potesse dedicarsi solo a se stessa. Non sentì l’urgenza del ventre gravido che prima o poi coglie molte donne, e a chi le diceva “Hai ancora poco tempo per farne almeno uno” lei commentava: «Come se la mia fosse una scelta strana, un errore imbarazzante cui dovrei sbrigarmi a porre rimedio. A un certo punto devi fare un figlio, è così che la pensano tutti. È a quanto pare nella lista di cose da fare tra il giorno in cui nasci e quello in cui muori.» A cosa servono i bambini? Si chiede, «questi bambini, pensati senza una ragione precisa che non sia quella di mettere una spunta sulla lista di cose importanti da fare in vita (…) hanno lo straordinario destino di poter diventare quello che vogliono. Chi non ha uno scopo infatti è libero da tutto.»

Bambini catapultati in questo mondo, per proseguire la specie o per estinguerla; bambini esibiti come trofei o usati come armi; bambini parcheggiati nelle scuole perché i genitori possano dedicarsi ad altro; bambini difesi ad oltranza, anche nelle loro peggiori azioni; bambini accontentati, messi a tacere con l’ennesimo giocattolo… Isterismi da genitori inadeguati e stanchi; insegnanti usati come babysitter… C’è molto su cui riflettere. Il diario di Rosalba Santoro non è contro i bambini, ma contro quel sistema di pensiero che ha sconfitto tanto la famiglia quanto la scuola.

Maria Dente Attanasio


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