IL DIRITTO DI CORRERE | Patricia Nell Warren, The Front Runner | un testo fondamentale sulla lotta per i diritti civili

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Si è spenta all’età di ottantadue anni la scrittrice americana Patricia Nell Warren.

Il suo romanzo The Front Runner  è un testo fondamentale sulla lotta per i diritti civili.

 

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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Amo l’atletica perché è poesia,

se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta

Eugenio Montale

 

Patricia Nell Warren (1936-2019) – giornalista, poetessa e scrittrice americana (originaria del Montana) – si è distinta dalla metà degli anni Settanta come attivista politica per i diritti Lgbt. Atleta professionista, fu una delle prime donne a correre la maratona di Boston nel 1968. The Last Centennial (1971) è il suo primo romanzo, ma sarà il coraggioso e irriverente The Front Runner (1974) a imporla prepotentemente sulla scena letteraria internazionale. L’uscita del libro coincise con il suo ufficiale coming out (nel ’57, all’età di ventun anni, aveva sposato il poeta ucraino Yuriy Tarnawsky). The Front Runner è innanzitutto una storia d’amore che vede come protagonisti l’allenatore Harlan Brown e il giovane corridore mezzofondista Billy Sive. Con questo romanzo Patricia Nell Warren osò infrangere il tabù dell’omosessualità nel mondo dello sport olimpionico. Ambientato nella metà degli anni Settanta, in un clima di grandi disordini politici e sociali, The Front Runner denuncia lo strapotere del machismo imperialista americano e punta il dito contro l’intero establishment sportivo, conservatore e sfacciatamente discriminatorio verso le indesiderate minoranze. Nel ’74 il libro ispirò la nascita dei militanti Frontrunners, gruppo sportivo gay di San Francisco. «I dileggiatori (…) volevano le medaglie, ma solo al collo di inequivocabili eterosessuali.» Un atleta “in odore di omosessualità”, o peggio ancora apertamente gay, equivaleva a «un insulto alla mascolinità nazionale.» Il terrore psicotico per i gay, alimentato da paure irrazionali, mal celava un’inconfessata e cronica misoginia. Il movimento di liberazione delle donne, in quegli anni più che mai agguerrito, aveva reso gli uomini americani insicuri e disorientati; solo il puritano conservatorismo machista, carburante dell’«imperialismo etero», conferiva loro un’identità solida e rassicurante. Per questi rispettabili esemplari di integrità morale «un uomo che si rifiuti di ingravidare Miss America, che sprechi il suo seme tra le cosce di un altro uomo, è (…) una minaccia per il futuro stesso della società.»

In The Front Runner (noto in Italia come La corsa di Billy) è l’allenatore Harlan Brown a raccontare in prima persona il prologo e l’epilogo di una gara a ostacoli giocata e sofferta sulle piste dissestate della società cosiddetta civile. Allontanato dalla Penn State University per sospetta omosessualità, Harlan improvvisamente perde tutto: lavoro, rispettabilità, famiglia, dignità. All’età di trentaquattro anni si ritrova a dover ricominciare tutto daccapo. Inizialmente attraversa una fase di progressivo abbruttimento morale aderendo, con cinico compiacimento, ai cliché dell’omosessuale ai margini, libertino e promiscuo, arrivando persino a prostituirsi per guadagnarsi da vivere. «I miei clienti non cercavano giovani fauni: cercavano una bellezza dura, arrabbiata, amara e matura. (…) La durezza della vita da marchetta mi ricordava che, malgrado tutto, me la stavo cavando e che gli etero non mi avrebbero piegato.» Quando un vecchio conoscente gli offre l’opportunità di tornare a fare l’allenatore in un piccolo college, Harlan decide di riprendere seriamente in mano la sua vita. Al Prescott college, distante circa cento chilometri dalla peccaminosa New York, circondato da laghetti e colline boscose, Harlan torna a fare il lavoro che ama: allenare i giovani atleti universitari nell’arte della corsa. Chiude con il passato «come una spia che distrugga il proprio cifrario» e, con zelo quasi monacale, si vota a un’esistenza sobria e riservata. Per non avere problemi dichiara subito al direttore la sua omosessualità; Joe Prescott si dimostra fin da subito di ampie vedute e si limita solo a raccomandargli di mantenere una condotta professionale. I primi quattro anni al campus trascorrono serenamente. Harlan si concentra sulla sua piccola squadra di atleti e accantona le vecchie bramosie sessuali. Si era imposto una regola rigida: niente relazioni con i gay che vivevano nel campus. A eccezione del direttore nessuno era a conoscenza del suo orientamento. «Quando avevo le fregole, percorrevo il centinaio di chilometri che distava da New York e rimorchiavo qualcuno.» Nello spazio protetto del piccolo college Harlan si rifugia in una rassicurante normalità. Invia mensilmente del denaro a sua moglie e a suo figlio, gli spettri della sua vita precedente, e con quel che resta dello stipendio ha di che alimentare più che dignitosamente il suo placido esilio. Nato nel ’35 a Filadelfia, Harlan ha subito fin da piccolo un’educazione molto rigida. Suo padre, maniaco dell’atletica, lo introduce al «culto della virilità» e della competizione; fin dalla più tenera adolescenza Harlan forgia il suo corpo attraverso la più nobile disciplina sportiva: la corsa. «I corridori», mi diceva sempre, «quelli sì che sono veri uomini. Il baseball è per i lattanti, e il calcio è un gioco per gente senza cervello. La corsa richiede più sforzi e più disciplina di qualsiasi altro sport.» Ben presto il giovane Harlan cominciò a guardare ai corridori, sé compreso, come a «una specie diversa e superiore di esseri umani».

Un’estate, sulle Pocono Mountains, Harlan conosce il bellissimo Chris, un podista che come lui ha la passione per la corsa. Tra i due sboccia un legame profondo, un sentimento impronunciabile. «Per quanto ne sapevo, quel che provavo non aveva nome. Per istinto, tuttavia, compresi subito che dovevo tenere nascosto questo sentimento a tutti, Chris e me stesso compresi. (…) Ogni giorno facevamo lunghe corse attraverso i boschi (…) Saltavamo i ruscelli e correvamo in mezzo agli arbusti di kalmia, sfiorandoli. (…) correndo liberi come due cerbiatti. Sfrecciavamo nella luce maculata del sole sotto gli imponenti alberi. Eravamo iperossigenati ed ebbri di felicità. Nella mia testa correre era diventato tutt’uno con la sensazione che provavo standogli vicino.» Entrambi provano le medesime sensazioni, ma nessuno dei due osa andare oltre, «il panico non era meno forte dell’affetto». Tutto resta sospeso, in ostaggio di una paura sconosciuta. Pur nella sua incompiutezza quell’estate del ’52 sulle Pocono Mountains per Harlan si traduce in una rivelazione. La dolorosa separazione dall’«amico adorato» lo mette di fronte, per la prima volta, alla sua natura. Incapace di gestire quei «sentimenti mostruosi» Harlan si aggrappa alla preghiera e all’esercizio fisico. La fatica lo distrae, lo spossa, lo sfinisce, ma l’immagine di Chris è sempre lì a tormentare il suo desiderio innominabile. Fallimentare si rivela anche il maldestro tentativo di esorcizzare il suo demone attraverso un rapporto gay occasionale in un cinema di New York. Nei meeting sportivi, dove comincia a lavorare come cronista, Harlan si ritrova a contemplare i corpi turgidi e perfetti degli atleti, e in ognuno di loro cerca di ritrovare il suo Chris, la perfezione lucente e tonica delle sue membra. Il suo ricordo torna sempre a quella mitica estate, a quando si tuffavano nudi nella gelida acqua lacustre; lì, nascosti tra i boschi, l’apollinea venustà del suo amico adorato gli si era impressa addosso come una seconda pelle. Anni dopo, mentendo spudoratamente a sé stesso e al mondo intero, nell’illusione «di ritrovare quella sensazione provata con Chris» Harlan sposa Mary Ellen e la mette incinta. Un passo falso quello del matrimonio con una donna, ma una tappa obbligata. Con sporadiche incursioni nei ritrovi gay di New York Harlan tenta di cavarsela con un compromesso, ma non dura. Quando lo scandalo alla Penn University farà venire a galla la verità, quel fragile equilibrio crolla rovinosamente. Lo stigma sociale dell’omosessualità piomba sulla vita di Harlan come un macigno e lo sprofonda nel ghetto.

Siamo nella New York fine anni Sessanta. Tempi durissimi per la comunità gay. Il 28 giugno ’69 cominciarono le violente retate della polizia nei celebri ritrovi come lo Stonewall. «Quello fu uno spartiacque per la storia dei gay, e in un certo senso anche per la mia storia personale.» Smessi i panni dell’allenatore e indossati quelli del prostituto Harlan si immola a prestazioni anonime e anaffettive. Il fantasma di Chris è sempre lì, monito di una felicità irrealizzabile. Se non avesse ricevuto la proposta dal Prescott college la sua vita si sarebbe infognata lì, in quella dimensione sotterranea, parallela ma non integrata al resto della società civile. Una sola consapevolezza: se fosse tornato ad amare, se il fato gli avesse concesso questa grazia, si sarebbe potuto innamorare solo di un atleta. Non aveva riscontrato questo requisito in nessuno dei suoi innumerevoli compagni di letto, prestanti sì, ma distanti anni luce dal possedere il corpo scolpito e affusolato di un vero atleta. Ogni effeminatezza nel maschio gli faceva orrore. «Bastava che uno avesse un vago sentore di donna per risultare inaccettabile ai miei occhi.» Nell’immaginario omoerotico di Harlan il giovane Chris assurge ad archetipo dell’adone ellenico, fieramente maschile in ogni sua sfaccettatura, con la muscolatura tesa e le vene sporgenti. Una statua incarnata, imperlata dal sudore della fatica e modellata dal reiterato esercizio. Harlan stesso, pur se un po’ attempato, aderiva a questa iconografia. Correva una media di quindici chilometri al giorno, misurandosi nell’alimentazione e abbracciando uno stile di vita sano e disciplinato (echi dell’educazione che aveva ricevuto dal padre). Quando giunge al Prescott college Harlan Brown è un uomo nuovo che ha chiuso, a modo suo, con il suo passato. È deciso più che mai a concentrarsi sull’atletica, a debita distanza da ogni altra distrazione. Per il primo periodo tutto fila liscio. L’allenatore si è dato delle regole disciplinari ben precise, in primis niente sesso all’interno del campus e per il resto solo duro lavoro. La sua ambizione? Riuscire a portare qualche suo allievo corridore ai piani alti dello sport agonistico, chissà magari persino alle Olimpiadi! Harlan Brown ha trentanove anni quando incontra per la prima volta Billy Sive. Siamo nel dicembre 1974. Proprio quando «cominciavo a pensare che le mie fantasie segrete sarebbero defunte di una morte tranquilla e onorevole» ecco che il fantasma di Chris torna a reincarnarsi nella splendida figura di un giovane mezzofondista ventiduenne. Billy, atleta puro nel corpo e nell’anima, risveglia tutti i sentimenti sopiti di Harlan «con un’intensità mai conosciuta». Per la prima volta nella sua vita Harlan si innamora perdutamente.

Tutto ha inizio con tre atleti che si presentano nel suo ufficio: i mezzofondisti Vince Matti, Jacques La Font e Billy Sive. Il padre di quest’ultimo è un avvocato che difende i diritti dei gay, lavora con il fronte di liberazione gay e con l’American Civil Liberties Union. Hanno una storia simile a quella di Harlan. Per via della loro omosessualità sono stati cacciati dall’Oregon University («la Gerusalemme dell’atletica americana»), e ora vorrebbero riscattarsi, risalire la china sulle piste del piccolo e defilato Prescott college. Conoscono la storia dell’allenatore Harlan Brown e confidano di poter trovare in lui un concreto aiuto. «Abbiamo il diritto di correre» lo supplica Billy, facendogli notare che nel regolamento dell’Amateur Athletic Union e della National Collegiate Athletic Association non compaiono norme che vietino esplicitamente agli omosessuali di gareggiare al fianco degli eterosessuali. All’inizio Harlan, sentendosi turbato nel suo «tranquillo esilio» e temendo di esporsi ai pettegolezzi – allenando tre omosessuali dichiarati anche la sua omosessualità sarebbe nuovamente tornata a galla – cerca di rifiutare. Poi però, abbagliato dalle loro straordinarie doti atletiche, accetta di diventarne l’allenatore ufficiale. Il terzetto dell’Oregon non tarda a catalizzare l’attenzione di tutto il campus. Harlan detta regole ferree di sobrietà e riservatezza, ben consapevole che tutte le maschere prima o poi sono destinate a cadere. Già dai primi giorni di allenamento il terzetto lascia Harlan a bocca aperta. «Volavano agili sulle lunghe gambe, come levrieri. (…) mi saettarono davanti e per un attimo dimenticai la capacità polmonare e l’acido lattico accumulato nei muscoli, e li vidi solo come pure figure mitiche.»

Ma dei tre, Harlan se ne avvede subito, è Billy Sive ad avere la stoffa del vincente. Billy era diverso. Gli altri semplicemente correvano, mal celando il fiatone e la fatica, lui invece si librava come sospinto da una raffica interna che quasi lo faceva apparire incorporeo, come se lui e la corsa fossero una cosa sola, un’unica emanazione di energia vitale. Rapido come un felino, Billy Sive trascendeva l’atto meccanico del correre sfrecciando libero e leggero in una dimensione parallela, inseguendo con tutto se stesso il traguardo di una libertà irrinunciabile. Harlan lo contempla estasiato. Billy Sive non è un corridore, è il corridore. «Quel che mi impressionava di più era la facilità, la leggerezza con cui correva. La sua lunga falcata flessuosa aveva qualcosa di misterioso, di rallentato. Pareva navigare senza vento. Aveva la più bella tecnica naturale che avessi mai visto: nessuno spreco di energia. Era quasi irreale, era l’idea pura dell’atleta che ossessiona la mente dei corridori.» Solo in seguito, qualche mese dopo, avrebbe scoperto che Billy «amava come correva». All’inizio Harlan tenta in tutti i modi di censurare il suo innamoramento nella semplice ammirazione. Si rapporta a Billy con distacco, rivolgendosi sempre alla pluralità del terzetto. Insiste sulla disciplina, sul controllo, ma soprattutto non perde occasione di metterli in guardia di tutti i potenziali pericoli: «Probabilmente uno di voi andrà a Montréal, e non voglio che vi facciano fuori solo perché vi siete mossi male. Una parte del mondo dell’atletica e una parte del paese in generale sarà molto scontenta se uno di voi dovesse rappresentare gli Stati Uniti. Lo prenderanno come un insulto alla mascolinità nazionale. Ho l’impressione che questa gente farà di tutto per non farvi mettere piede sulla pista di Montréal.» Sia l’allenatore che i tre atleti sono perfettamente consapevoli del mostro che dovranno combattere, un mostro sociale ben strutturato e istituzionalizzato, quindi subdolo e letale, un mostro che porta il nome dei vari organismi che gestiscono l’atletica negli Stati Uniti, come l’AAU (che controlla l’accesso alle gare internazionali) e il Comitato olimpico degli Stati Uniti, per tacere di tutte le altre organizzazioni minori. Ma non demordono. Il diritto di correre trascina con sé il diritto di vivere e di amare, il diritto di perseguire lealmente e naturalmente la propria felicità.

La vicenda, dolorosamente rivoluzionaria, narrata nel romanzo è al tempo stesso personale e corale. Patricia Nell Warren fotografa un frangente storico ben preciso: il 17 febbraio 1975 la Corte Suprema aveva abrogato tutte le leggi che regolavano l’attività sessuale tra adulti consenzienti, sia eterosessuali che omosessuali; la sentenza sottolineava che anche gli omosessuali rientravano nella legge contro la discriminazione (promulgata nel 1964). Per l’americano medio questa depenalizzazione della cosiddetta sodomia «arrivò come un fulmine a ciel sereno. Tutto ciò che un contribuente di Peoria, Illinois, sapeva era che tutt’a un tratto la Corte aveva affermato che andava bene se un ragazzino era gay, cosa che gli avevano insegnato a temere e a disprezzare.» Un solido strumento legale per Harlan e i suoi protetti, contro chiunque avesse voluto ostacolarli o escluderli, ma «come ognuno sa, una cosa è ottenere la promulgazione di una legge sui diritti civili, un’altra è farla rispettare.»

Dopo duri allenamenti Harlan iscrive il terzetto a tutta una serie di meeting ed eventi sportivi tra America e Europa. Le vittorie si susseguono, ed è Billy Sive a stracciare tutti i record. Billy corre contro tutto e contro tutti, agito dall’urgenza insopprimibile di librarsi e di tagliare il traguardo. «Mentre correva era palesemente in uno stato di trance, concentrato unicamente sui movimenti del corpo, sul ritmo, sul respiro e sull’andatura. Attraversava le barriere del dolore e dello sforzo con un’espressione serena sul volto rigato dal sudore.» Anche l’amore di Harlan prima trattenuto, perde i freni. Tutto ciò che aveva accampato per anni per rinunciare ai suoi sentimenti gli si rivela inconsistente. Tra i due sboccia un amore totalizzante. La differenza d’età li colloca nell’archetipo greco dell’amore perfetto: un uomo più maturo accanto a uno più giovane. Il maestro e l’allievo accorciano le distanze e tagliano il traguardo del rapporto paritario, da uomo a uomo, ad armi pari, senza prevaricazioni. Il loro è un sodalizio virile. Una reciprocità perfetta. «Il suo amore ardeva di un fuoco costante e puro, che scioglieva lentamente l’ultima tenace brina dalle mie ossa. Io lo proteggevo, gettandomi come una furia contro il mondo intero, eppure era lui il più forte…» Billy, come Harlan ha modo di constatare fin dall’inizio, non è solo un modello di policletea proporzione, un’instancabile emerodromo come il leggendario Filippide, ma è soprattutto un’anima onesta, buona e pacifica. Scolpito da Lisippo, incarnazione di un moderno Apoxyómenos, Billy trasuda un’eroica umanità. È un uomo che, come lui, corre attraverso la vita. Senza indietreggiare. Senza voltarsi indietro. «Billy viveva per la spietata verità, perché era l’unica maniera che conosceva per sopravvivere.» Accoglierlo, amarlo, proteggerlo equivalgono a una riappropriazione. Billy è l’anti-Chris, la concretizzazione di un’astrazione, la prova tangibile di una felicità possibile anche nel più ostile dei contesti. «Era quell’immagine che mi era stata strappata nell’adolescenza e che, dopo un lungo viaggio solitario, ora tornava a riunirsi con la propria carne, con il corpo che l’aveva attesa per tutto quel tempo, come una casa che, dopo essere stata occupata da molti inquilini, ora si preparava ad accogliere il suo vero proprietario.» Contemplare Billy sulla pista e tifare per lui: per Harlan non c’era gioia più grande. Partecipe di ogni suo sforzo, accecato dal suo «candore solare», recitava tra sé i versetti del Cantico dei Cantici: «Eccolo, viene balzando per le colline. Somiglia il mio diletto a un capriolo.»

The Front Runner rivela non poche similitudini con The City and the Pillar (1948) di Gore Vidal, incentrato sull’amore incondizionato di Jim Willard per il suo migliore amico Bob Ford; il romanzo suscitò enorme scandalo non tanto per la storia omosessuale in sé, ma per l’eccesso di mascolinità dei due protagonisti (sportivi, prestanti, quasi militareschi, distanti anni luce da tutti gli stereotipi eterosessuali sull’omosessualità). Come Jim e Bob, anche Harlan e Billy incarnano una mascolinità sobria, fiera, naturale, refrattaria a ogni vezzo edonistico femminile. «Eravamo due uomini, maschi nel pieno senso della parola, e liberi.»

Di vittoria in vittoria Billy Sive conquista notorietà internazionale. L’AAU lo inserisce nella lista nera degli indesiderati e le prova tutte per impedirgli di gareggiare al fianco dei normali. Coadiuvato dal padre avvocato e sostenuto dal suo Harlan, Billy non smette di lottare per far valere i suoi diritti. Anche la sua omosessualità diventa di dominio pubblico. C’è chi applaude, chi storce il naso, persino chi esclude categoricamente che un atleta così prestante possa essere un invertito. La stampa scandalistica, testate sportive comprese, incalza con domande sempre più esplicite sul privato del corridore e del suo allenatore. «…nell’ambiente sportivo – denuncia a gran voce Patricia Nell Warren – l’omosessualità è frequente come in qualsiasi altro ambiente della società americana, anzi, forse di più. Eppure si continua a fingere che lo sport sia il solenne santuario del maschio etero americano.» La normalità del diverso spiazza, disorienta, destabilizza. Le mentalità puritane e conservatrici difendono a spada tratta lo stereotipo-macchietta dell’omosessuale eccentrico e vezzoso (a conferma di una sempre latente misoginia di fondo); sobrietà e mascolinità mal si conciliano alla caricatura del diverso, ponendo il normale al cospetto di uno specchio. Se ancora oggi il mondo dello sport resta una «roccaforte eterosessuale» la ragione va cercata in quest’atavica fobia. Quello che Patricia Nell Warren denunciava quarant’anni fa non fatichiamo a rintracciarlo nelle cronache quotidiane. Che qualcosa sia cambiato da allora è indubbio, ma la corsa (accidentata, sconnessa, irta di subdoli avversari) è ancora nel suo pieno svolgimento.

Il desiderio (pacifico, legittimo) di normalità entra prepotentemente nella vita di Billy e Harlan. Per suggellare la loro unione i due si sposano alla presenza delle persone che più hanno a cuore. Intenzionati a vivere alla luce del sole, concepiscono il loro sodalizio ufficiale come «una dichiarazione formale e pubblica del nostro amore», guardandosi bene dal ricalcare il modello delle nozze eterosessuali. Niente ruoli, solo una naturale reciprocità. Di qui in avanti, officiato questo rito d’amore e di coraggio, tutto sembra volgere per il meglio. A dispetto di tutte le discriminazioni e di tutti gli sgambetti, premiato tanto dalla sua tenacia quanto dalla sua ponderatezza, Billy Sive arriva all’agognato traguardo delle Olimpiadi di Montréal nel settembre ’76. L’orgoglio di Harlan è alle stelle. Lo stadio esulta. Questo scherzo della natura ha già battuto molti record e ha tutte le carte in regola per stracciare gli avversari. Le associazioni gay sono lì ad applaudirlo e a sostenerlo: se il loro beniamino avesse vinto gli ultimi, almeno per una volta, sarebbero stati i primi. Dalle gradinate giungono anche fischi e insulti omofobi, ma Billy non si lascia scalfire. Correrà come ha sempre corso, da uomo libero. È deciso a vincere, a farsi valere, a riscattarsi. Incarna quel tipo di corridore che – per usare un’espressione efficace di Elias Canetti – «non tollera ombre sulla propria ombra». Porterà sul dorso il fardello di tutti quei diritti negati, e una volta tagliato il traguardo lo scaraventerà ai piedi dei suoi nemici.

La competizione è durissima ed è tutta giocata su frazioni di secondo. Nello stupore generale Billy Sive vince nei 10.000 metri con un tempo di 27’28”09. Harlan è al colmo della felicità e, sciolte le tensioni, si abbandona alla contemplazione di quella tanto agognata medaglia d’oro, così «indecentemente bella sul suo petto nudo.». Dopo tante lotte quella vittoria aveva il sapore di una benedizione. Ma non era finita lì, perché l’indomani Billy avrebbe corso per i 5.000 metri. Se avesse vinto anche in quest’altra competizione allora sì che il suo sarebbe stato un vero e proprio trionfo. Il destino, se così si vuole chiamarlo, aveva però in serbo per Billy Sive tutt’altro epilogo. Quando l’indomani, più concentrato e determinato del giorno precedente, Billy sfreccia nei 5.000 metri uno sparo proveniente dalle gradinate mette fine definitivamente al suo diritto di correre. Tutto si compie in un istante. Il rumore di uno sparo. Un corpo che cade. Quella che Patricia Nell Warren mette in scena è una via crucis a tutti gli effetti. Billy muore sotto gli occhi di tutti, pochi istanti prima di tagliare il traguardo, assassinato freddamente alla luce del sole come John Fitzgerald Kennedy, come Martin Luther King, come Gesù Cristo. A ucciderlo, si scoprirà in seguito, è un tale Richard Mech, un omosessuale latente e represso che odiava con tutto se stesso la felicità di Billy. Ma a premere idealmente quel grilletto era stata tutta la parte marcia dell’America, tutto l’establishment conservatore e puritano, tutti gli zelanti sacerdoti del santuario eterosessuale. Sì perché “l’omosessuale deve morire”, il più teatralmente e platealmente possibile: quanta letteratura precedente a The Front Runner ha reiterato questo coup de théatre purificatore. Il diverso come vittima sacrificale di un presepio sociale strutturalmente incapace di accogliere, di integrare e di riformularsi. Patricia Nell Warren sacrifica deliberatamente il suo eroe per denunciare tutto il vuoto legislativo in materia di diritti civili; lì eravamo nella metà degli anni Settanta, ma sappiamo quanto ancor oggi le discriminazioni istituzionali e i ciclici rigurgiti delle estreme destre (in America come altrove) siano una realtà viva e operante.

Il 9 settembre 1976 la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici si trasforma così in «un immenso funerale per Billy.» Harlan, paralizzato dal dolore, è consapevole che il suo amore non può competere con la morte. «La morte l’aveva rimorchiato. La Morte, quella puttana, l’ultimo amante.» Spettatore di una gara olimpica trasformata in una tragedia greca, Harlan è costretto ad assistere alla pubblica esecuzione del suo amore. Il corpo eroico dell’athletés – macchina perfetta strutturata per fendere l’aria – s’affloscia al suolo come un sacco vuoto. Vittima sacrificale del rito sociale dell’esclusione, Billy muore da innocente in un mondo di colpevoli. A morire lì, sotto la luce impietosa del sole, è anche Harlan, orfano d’amore, privato definitivamente del suo diritto alla felicità. D’ora in poi a parlare in lui saranno il dolore e la rabbia: «La società aveva tentato di insegnarmi che la mente di un gay è una fogna a cielo aperto. Adesso sapevo, con assoluta certezza, che era la mente degli etero a essere la vera fogna.» A distanza di tempo, nel disperato tentativo di elaborare il suo lutto, Harlan si sforza di comprendere cosa fosse accaduto nella testa di quel Mech, arrivando dolorosamente a concludere che: «Lui e io non eravamo che due rami della stessa pianta americana.» Dopo aver disperso le ceneri del suo amato nel bosco – sul letto di felci dove più volte si erano rotolati nudi e appassionati – Harlan cerca di riprendere in mano le redini sfilacciate della sua vita. La corsa di Billy, frenata dall’odio degli uomini, riprende però inaspettatamente. Quasi miracolosamente. Quando Betsy, un’atleta lesbica del Prescott college, manifesta il desiderio di essere ingravidata dal seme congelato di Billy, Harlan ritrova la gioia. Come Cristo anche Billy risorge. Suo figlio nasce nel settembre del ’77. Tecnicamente è figlio di Billy e Betsy, ma di fatto è il frutto miracoloso dell’amore tra i due uomini. In pieni anni Settanta The Front Runner, con stupefacente lungimiranza, ha inoltre il merito di prefigurare altri modelli genitoriali e di famiglia. Rileggerlo oggi, a distanza di più di quarant’anni dalla sua pubblicazione, è più che mai illuminante sotto molteplici punti di vista. Dai moti di Stonewall a oggi la corsa per i diritti civili non si è mai arrestata. La figura letteraria di Billy Sive (e per riflesso quella di Harlan Brown) assurge a icona-martire, summa di tutta una collettività che di generazione in generazione corre orgogliosamente incontro al proprio progetto di felicità.

In The Front Runner Patricia Nell Warren adotta una scrittura fieramente maschile, quasi militare, sebbene a più riprese mitigata da una sottesa tenerezza. Una virilità verbale funzionale a spogliare i personaggi d’ogni residuo d’affettazione edonistica. Il ritmo concitato della narrazione conferisce ai protagonisti, già di per sé iperattivi e vigorosi, un surplus di ginnica aitanza. La storia di Billy è stato recentemente ripubblicato da Fazi Editore (2018) con l’ottima traduzione di Silvia Nono. Definito dal “New York Times” “la più famosa storia d’amore gay mai narrata”, con ben dieci milioni di copie vendute nel mondo, The Front Runner ha avuto due sequel: Harlan’s Race (1994) e Billy’s Boy (1997). Il secondo volume della trilogia è stato tradotto per l’Italia da Gaja Cenciarelli (La sfida di Harlan, Fazi Editore, 2010).

Massimiliano Sardina


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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