Emergenza Obesità | DUECENTONOVANTASETTE

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testimonianza di Abigail Allen

(traduzione dall’inglese di Sofia Casarotto)

a cura di Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Le storie di super-obesità cronica si assomigliano un po’ tutte. La mia è una situazione fotocopia, uguale a tante altre dal prologo all’epilogo. Il copione – anzi il menù, mi conceda l’ironia – è quello. Per quel che vale, se a qualcuno può interessare, posso anche raccontarla. Cosa vuole che abbia da perdere? (…) Mi chiamo Abigail, vivo a Milano dalla metà degli anni Novanta, ma sono originaria di Salt Lake City, nello Utah. Da diversi anni soffro di un serio problema di peso che, praticamente, mi impedisce di uscire di casa. L’ultima volta che mi sono pesata ero arrivata a 297 chili, etto più etto meno. La mia mobilità da allora è molto peggiorata, quindi deduco di aver ormai oltrepassato i tre quintali.

Vivo a letto e interagisco con il mondo solo attraverso il computer. Ogni piccolo movimento mi costa fatica, alla lunga anche il digitare sulla tastiera. Pago una signora perché si occupi di me. La mia condizione mi ha resa invalida quasi al cento per cento. Lo dico senza giri di parole: me la sono cercata. Ho raggiunto questa stazza di proposito, boccone dopo boccone. Oggi ho cinquantaquattro anni, gli ultimi otto dei quali li ho passati in questa stanza.

Il mio rapporto patologico col cibo è cominciato subito dopo il college. Fu un periodo difficilissimo quello. Persi improvvisamente mio padre, al quale ero molto legata, e dopo nemmeno una settimana fui piantata dal mio fidanzato, senza una spiegazione. Poi, ciliegina sulla torta, ebbi un grave infortunio al ginocchio destro e per guarire dovetti stare ferma per più di sei mesi. I problemi economici fecero il resto. Per lo stress cominciai a ingozzarmi di cibo spazzatura. L’iper-alimentazione sommata alla sedentarietà mi ha fatto incamerare grasso in tempi brevissimi. I chili si sono andati accumulando silenziosamente, anno dopo anno. Quando raggiunsi i 150, o giù di lì, conobbi Antonio e mi trasferii in Italia. Abbiamo aperto una piccola azienda e le cose hanno cominciato a girare bene. Grazie al sostegno del mio nuovo compagno riuscii a rimettermi in riga seguendo una dieta bilanciata. In soli due anni recuperai il mio peso forma. Non avevo ancora compiuto trent’anni e sapevo di avere tutta una vita davanti a me. Seppi reagire e rimettermi in gioco. È durata poco però. La vita ti dà e la vita ti toglie. Antonio, la sola persona dalla quale mi sono sentita veramente amata e compresa, dopo mio padre, ha perso la vita in un banalissimo incidente stradale. Elaborai il lutto a modo mio, adottando una strategia che conoscevo molto bene: mangiare. Così in un lasso di tempo relativamente breve ho ripreso tutti i chili che avevo perso, e con gli interessi.

È un meccanismo diabolico: cerchi di colmare il vuoto facendo il pieno, salvo poi renderti conto che non stai facendo altro che ingigantire quello stesso vuoto. Il cibo ti consola, ti soddisfa, ti occupa, ma solo nel breve termine. Non puoi fermarti, devi incamerarne sempre dell’altro e poi dell’altro ancora per mantenere alto quel livello di sollievo. È una droga come tante altre, anzi forse la più subdola perché per sopravvivere devi comunque nutrirti. Sono entrata in una spirale e non ne sono più uscita. Certo, un po’ di autoanalisi in tutti questi anni me la sono fatta. Con la razionalità ci arrivo a individuare la radice del mio problema, (…) so che i colpi che ho ricevuto dalla vita rientrano purtroppo nell’ordine naturale delle cose e che c’è tanta gente che ha subito di peggio, lo so, come so che dovrei rispettarmi e volermi bene, (…) che ho tanto da offrire al prossimo, tanto talento inespresso che potrei mettere a frutto per risollevarmi e ricominciare. Il cervello pensa in un modo, ma sono gli stati d’animo a guidare le mie scelte. Non voglio giustificarmi né autocommiserarmi, preferisco essere sincera: se mi sono ridotta così è solo colpa mia. Ho lasciato che a prevalere fosse la debolezza, l’inerzia e la rassegnazione.

Mettere peso è conseguenza di un’alimentazione eccessiva, ma le due cose sono scisse l’una dall’altra. Nella mia testa sono dimensioni separate, non le collego. Quando sviluppi una dipendenza ogni ragionamento logico lascia il tempo che trova. È un serpente che si morde la coda. Trovi sempre un alibi per riempirti prima il piatto e poi la pancia. Trovi sempre un pretesto per assecondare il tuo ingiustificato insaziabile appetito. Più volte mi sono detta: se non dimagrisci è perché non vuoi dimagrire. Sono esattamente ciò che ho voluto essere. E se ne pago le conseguenze è perché ho voluto mettermi nelle condizioni di doverle pagare. (…) C’è chi si adopera per risolvere i suoi problemi e chi, come me, nei suoi problemi ci sguazza con un certo compiacimento. La verità è che quando sprofondi così, a riemergere non ci provi nemmeno. Te ne stai lì e aspetti che accada qualcosa, o magari ti illudi che tutto rimanga stazionario, che potrai continuare a rimpinzarti per sempre, senza conseguenze nell’immediato. Non c’è una coerenza. Celebri il tuo rituale e te ne freghi. Ti svegli tra dolori articolari atroci e il tuo primo pensiero è mangiare. Il cibo funge da antidolorifico. Il gusto attenua il malessere che ti assedia. L’effetto è breve, così per prolungarlo devi mangiare ancora e ancora e ancora. Ti crei uno schema e ti muovi all’interno di questo schema.

Fino a qualche anno fa le scorte me le procuravo da sola. Da quando non sono più autonoma ordino tutto attraverso internet o consegno le liste della spesa alla mia badante. Mi sono organizzata molto bene. Quando voglio qualcosa so come ottenerla. I carboidrati sono il mio carburante principale, in particolar modo pani e focacce, quelli non devono mancare mai. Guardi bene il video che le ho inviato. Quelli di fronte al letto non sono armadi ma surgelatori. Devono essere sempre pieni fino all’orlo. E poi mi dica, quante persone conosce con due forni a microonde sul comodino? Tutto il mio microcosmo ruota intorno al cibo. Devo sentirmelo attorno. È il mio conforto. Le scorte mi fanno sentire protetta e appagata. Temo sempre che finisca e che qualcosa possa impedirmi di procurarmene dell’altro. Se non assumo giornalmente tra le dieci e le dodicimila calorie vado in crisi d’astinenza. Una dipendenza è una dipendenza, non la confonda con la semplice ingordigia o golosità.

Il mondo là fuori filtra solo attraverso lo schermo televisivo. Sono una spettatrice. Assisto alle vite degli altri dalla mia posizione orizzontale. Mi sembra un altro mondo, e di fatti lo è. Non è il mondo in cui vivo e respiro io. Anche se volessi non potrei raggiungerlo. A malapena riesco a trascinarmi in bagno. Pochi metri. Le ginocchia sono sempre sul punto di cedere. Forse tra un mese o due non sarò nemmeno più in grado di sollevarmi da questo letto. La paura c’è ma, come le ho detto, non prevale. Il cibo vince sempre. Mi dico che se ho sgarrato ieri posso farlo anche oggi, e vado avanti così. Le persone come me sognano che venga inventata una pillola magica capace di far scomparire all’istante tutti i chili in eccesso. Una cura miracolosa. Tante volte mi metto a fantasticare. Cerco di immaginare che donna sarei stata oggi. Devo però scacciarli subito questi pensieri. Mi dico, gli anni che hai perduto non li ritroverai mai. È andata così. Ci hai provato ma è andata così. (…) Di mia iniziativa so che non farei mai nulla di concreto per cambiare la mia situazione. Dovrebbero venirmi a prelevare con la forza e con l’autorità, forse allora sì che cambierebbe qualcosa. Una bella clinica e tutta una equipe di medici che non mi lasci sola un minuto. «…Adesso Abigail penseremo noi a lei. La rimetteremo in sesto e nel giro di un anno la faremo tornare come nuova. Si fidi di noi.» Non mi dispiacerebbe. Tenterei di oppormi sì, ma magari alla fine deporrei le armi. Vede, faccio mille pensieri.

Nel frattempo però continuo ostinatamente a masticare e a ingoiare. È un automatismo.(…) Non ho orari. Mangio tutte le volte che ne ho voglia. Tra un pasto e l’altro sgranocchio, perlopiù arachidi e anacardi. L’acqua la bevo di rado. Senza la Pepsi uscirei fuori di testa. Fuori dal mio menù c’è solo la frutta, non l’ho mai amata. Il cibo da asporto è la mia passione, da buona americana. La pizza, in tutte le sue declinazioni, non mi stufa mai e non è mai abbastanza. Ma tutto questo è relativo, perché quello che inseguo è fondamentalmente un senso di sazietà, una pienezza che vada a scongiurare il mio vuoto interiore. (…) Non credo di aver svelato nulla di eccezionale, perché come le ho detto le storie dei super-obesi sono molto similari. Siamo gente che mangia dalla mattina alla sera perché è impossibilitata a fare altro. Siamo gente che vuole guarire ma che non ci riesce. Siamo persone normalissime ma con un grosso, grosso problema. Forse avrò una chance o forse no. Forse domani sorgerà in me un’insperata determinazione, o forse no. Si va avanti così, si rimanda. A oltranza. Dopo tanta irresponsabilità verso se stessi cosa ci si può aspettare? In me è subentrata ormai una certa accettazione.

Me la sono giocata così questa vita, in balia di un’inguaribile indolenza. Non me la sento nemmeno di rimproverarmi più di tanto perché, ripeto, sotto sotto me la sono cercata. Ho fatto di tutto, in fondo, affinché questo fosse il mio posto. È stato un percorso obbligato, la diretta conseguenza di una serie di infelici vicissitudini. Ognuno si difende come può. Cos’altro potrei aggiungere? Credo di aver detto abbastanza. Sono un cattivo esempio, lo so. Un esempio davvero pessimo. Spero almeno che la mia sincerità venga apprezzata.

Abigail Allen


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