NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | STATI D’ASSENZA

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testimonianza di Annika A. Pohl

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Annika A. Pohl, 59 anni, commerciante, oggi residente a Konigs Wusterhausen, nel circondario di Dahme-Spreewald (Brandeburgo), racconta la sua esperienza di premorte.

 

«Tacere di certe esperienze ti complica meno la vita. Se lo lasci dire da una che, se avesse taciuto, se si fosse tenuta tutto dentro, certo oggi si ritroverebbe a godere di una cerchia di amicizie più ampia. Quando ho parlato, mossa dalla necessità di condividere quanto mi è stato dato di sperimentare, mi si è creato il vuoto intorno. Potrei farle un elenco lunghissimo di quanti, tra amici e semplici conoscenti, a cominciare dal mio compagno di allora, hanno preso gradualmente le distanze da me. Vivere esperienze sovrannaturali ti rende definitivamente diverso dagli altri.

Mi spiego meglio: sono gli altri a percepirti così, sia quelli che scelgono di credere all’autenticità della tua testimonianza e sia quelli che ti ritengono un po’ toccata. Ti ascoltano, annuiscono, si dimostrano lì per lì in qualche misura partecipi, salvo poi dileguarsi in un ingiustificato silenzio. Non so, forse mi hanno creduta contagiosa o, più semplicemente, una povera pazza da tenere alla larga. Un’infrequentabile. Eppure, mi creda, non ho enfatizzato nulla, né mai ho sforato nel misticismo. Ho solo raccontato, senza nascondere la mia stessa incredulità, desiderosa solo di conforto e di nient’altro. Sa cosa credo, credo che tutto quello che ha a che fare con la morte generi un istintivo rigetto. La gente teme certi discorsi. È il più grande dei tabù. Non è bene parlarne. Giusto i convenevoli dopo un funerale e poi stop, si cambia argomento. La morte inibisce, imbarazza, stranisce. Si figuri cosa posso aver suscitato io che con la morte ci sono andata a nozze. Ecco, l’aver elargito le mie confidenze mi ha resa un tabù. Ripeto, un’infrequentabile. Oggi tornare a parlarne mi fa uno strano effetto.

Quando mi avete contattato mi sono presa del tempo prima di decidermi a rispondere. Ero scottata, delusa. Poi, leggendo le altre testimonianze pubblicate sulla vostra rivista, ho lasciato che a prevalere una volta per tutte fosse il buonsenso. Mi sono detta, perché mai dovrei farmi condizionare dalle riserve altrui? Ciò che ho vissuto e sperimentato sulla mia pelle mi appartiene, è cosa mia, profondamente mia, e tale resterà al di là di quello che chicchessia possa pensare. Il consenso degli altri ci fortifica, ci gratifica, certo, ma nella sostanza non muta quel che intimamente solo noi siamo in grado di elaborare. Oggi, dunque, mi apro corroborata di una nuova consapevolezza, serenamente immune dai giudizi, mossa solo dal desiderio di offrire il mio contributo. I fatti risalgono ormai a circa dieci anni fa. Nonostante sia trascorso del tempo ricordo tutto come fosse accaduto ieri. Lo svenimento in negozio. L’ambulanza. La barella che corre lungo i corridoi dell’ospedale. Voci confuse, rumori, poi improvvisamente il silenzio. Il mio coma è durato una settimana. All’origine di tutto una mia imprudenza: l’assunzione, senza prescrizione medica, di due distinti farmaci – infelice connubio! – che avevo ingerito incautamente per lenire dei fastidi intestinali. Siamo vulnerabili. Basta poco, basta davvero poco.

Sulla mia ripresa, per le condizioni estreme in cui versavo, ci avrebbero scommesso in pochi. Il mio risveglio, quando tutto sembrava ormai perduto, ha lasciato a bocca aperta tutta l’equipe medica. Ricordo che mi sono state dette le seguenti parole: «Signora, tecnicamente lei si è svegliata nell’istante stesso in cui avrebbe dovuto non svegliarsi più.» C’è da aggiungere altro? Detto in altre parole, che io sia ancora viva è una specie di paradosso clinico, diciamo così. Ma fin qui ci può anche stare. La letteratura medica pullula di guarigioni cosiddette inspiegabili. Quello che non torna è cosa ho vissuto e dove sono stata in quella settimana d’assenza apparente. Qui non c’è nessun medico che può testimoniare, nessuna cartella clinica, niente a parte me. Ed è qui che comincerebbe il mio racconto. (…) Mi faccia un attimo raccogliere le idee, perché quello che sto per riferirle non è un semplice aneddoto, un ricordo o una reminiscenza. Parlare del proprio stato di premorte è …difficile. (…)

Tutto è iniziato con una schermata di buio. Immagini che tutte le luci si spengano. Tutte, anche le più lontane. Sei di fronte a un buio spesso, massiccio, impenetrabile. Pur restando stesa su quel letto d’ospedale la mia ottica era verticale. Ero faccia a faccia con quell’oscurità bidimensionale e non percepivo più alcun suono. Non so dire quanto sia durata questa prima fase del mio viaggio extracorporeo, forse pochi istanti, forse giorni. Lì, in quella dimensione, la misura del tempo si fa relativa. Ero cosciente, lucida, probabilmente in attesa che qualcosa si manifestasse. A un certo punto quel buio pesto ha cominciato a rilasciare come delle piccole esalazioni luminose, flebili iridescenze pulviscolari simili a pollini color miele. L’intensità della luce è andata man mano crescendo fino a che mi sono sentita investita da un piacevole tepore. Qualcuno ha cominciato a parlarmi con un tono molto rassicurante. Una voce maschile, credo. Io rispondevo, parlavo a mia volta, e tutt’intorno regnava una grande tranquillità. Aveva tutta l’aria di essere una conversazione già avviata in precedenza e ora ripresa dal punto in cui s’era interrotta. Non so dirle a chi appartenesse quella voce né di cosa stessimo parlando. Nel frattempo la luce aveva assunto piena consistenza, talmente piena da disegnare di fronte a me una sorta di prospettiva a tronco di cono. In fondo, frontale rispetto alla mia figura, potevo distinguere un rettilineo perfetto tracciato dalla luce, un corridoio a imbuto di morfologia tubolare. Ne ero attratta, inspiegabilmente. Così ho cominciato a muovere dei passi in direzione di quel tracciato. Più andavo avanti e più l’attrazione cresceva. La mia attenzione si era focalizzata su uno spiraglio che intravedevo in lontananza, in fondo a quell’arteria di luce. La voce con la quale interagivo si è gradualmente sfumata in un mormorio di sottofondo. Ero vigile, presente con il corpo e con la mente, consapevole dell’eccezionalità della situazione ma al tempo stesso serena, per nulla impaurita.

A metà del percorso ho ricevuto il primo scossone. Sa come quando un’interferenza fa vibrare la stabilità di un’immagine? Ecco, è accaduto proprio questo. Un singhiozzo d’energia. La luce si è opacizzata lampeggiando in intermittenze irregolari. È qui che sono entrata nel primo di una lunga serie di stati d’assenza. Li definisco così perché non saprei in quale altro modo definirli. Se ne sono succeduti diversi, non saprei quantificarli. E ogni volta, quando terminavano, era dura riprendere contatto con la luce. Mi toglievano il respiro, mi affaticavano, restituendomi centuplicato tutto il mio peso corporeo. Non so se sono riuscita a spiegarmi. Immagini una potentissima fonte energetica soggetta a continui e violentissimi cali di tensione, come se il buio lottasse a spintoni contro la luce e me nel mezzo a dover parare i colpi. Io ero infastidita, contrariata, volevo solo andare avanti, procedere, raggiungere quello spiraglio. Quando uscivo dagli stati d’assenza ero sempre più indolenzita e ammaccata dagli urti. Cosa accadesse all’interno di quelle parentesi non saprei dire perché ne conservo memoria solo del prima e del dopo. Erano momenti d’annullamento. Vuoti d’ossigeno e di luce dai quali riemergevo non per mia volontà. Quanti ne ho attraversati? Una decina? Un centinaio? L’ultimo è durato più di tutti ed è coinciso, mi avrebbero poi riferito i medici, con un arresto cardiaco.

A riconnettermi alla realtà, dopo una settimana di coma profondo, è stato un efficientissimo defibrillatore. Ho riaperto gli occhi, nello stupore generale, in una bella mattinata di sole. Diciamocelo, svegliandomi mi sono ritrovata subito con una bella gatta da pelare. Provi lei a rielaborare un’esperienza come la mia. Sfido chiunque. Qualche domanda devi portela e qualche risposta devi dartela, no? Non è che archivi tutto come dopo un sonno agitato. Quando attraversi uno stato di premorte esiste un prima ed esiste un dopo agli estremi di quest’esperienza. Ti marchia, ti condiziona, ti costringe a una nuova visione delle cose. All’inizio taci, tieni tutto dentro e lo macini per bene. Poi la necessità di parlarne con qualcuno si fa impellente. Cerchi aiuto, in un qualche modo. Speri che qualcuno ti dia delle spiegazioni. Nel mio caso, come ho già detto, parlarne si è rivelato controproducente. (…) Ma non voglio più ritornare su questo punto. Poco importa, in fondo, ciò che pensano gli altri. Io so di aver vissuto qualcosa che a pochi è dato di sperimentare. Certo, non sono esperienze che auguri, ma come non apprezzarne il privilegio? Ne sono uscita completamente trasformata. Da dieci anni a questa parte i miei sensi lavorano dieci volte tanto perché sono sintonizzata con il mistero luminoso della vita. (…)

Se ho maturato delle conclusioni? No, me ne guardo bene. Dal mio viaggio extracorporeo, dalla mia NDE, ho imparato una cosa sola, ovvero che ad attenderci, alla fine, c’è la luce. Personalmente la trovo una prospettiva bellissima: tornare a nutrire quella stessa energia che ci ha generati. Non so, forse se avessi avuto un credo religioso la penserei diversamente, facendo coincidere quella luce con il riverbero di una qualche divinità. Farebbe forse una qualche differenza? Da quella luce non si va, perché da quella luce si torna. Ecco, questa sensazione l’ho avuta ben chiara: sentirsi chiamati a una reintegrazione. Proprio come quando rincasi dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. E sentirsi accolti. Sentirsi i benvenuti. Non so se riesco a spiegarmi. (…) Tutte le esperienze di premorte sono legate da un filo comune. È un dato che deve farci riflettere. Non chiamatele allucinazioni o scherzi della mente, abbiate un minimo di rispetto, non tanto per me ma in generale, questo non mi stancherò mai di ripeterlo. Ben venga lo scetticismo, guai se l’esercizio del dubbio abbandonasse la ratio umana, ma è ugualmente importante predisporsi all’ascolto anche di ciò che ci si offre come inverosimile. Spero che questa mia testimonianza, ora per la prima volta messa per iscritto, possa far riflettere anche tutti quelli che, a suo tempo, mi hanno giudicato sbrigativamente e con superficialità.

Annika A. Pohl


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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