IL TORMENTO DELLA PERFEZIONE | Joan Crawford, diva tra glamour e horror

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di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Sul tavolo verde della Hollywood degli anni d’oro, se c’era un’attrice che aveva puntato molto sulla carta della bellezza quella era stata Joan Crawford. Esibiva una fisicità aggressiva che, unita a una personalità istrionica, le aveva consentito di divenire una delle star più immarcescibili del sistema cinematografico. Entrata alla MGM già nel 1925 (ancora nell’Era del cinema muto) era passata indenne e con piglio deciso attraverso vari lustri che avevano visto cadere anche creature mitiche le cui immagini sono rimaste nella memoria collettiva come archetipi di bellezza, femminilità, seduzione. Spesso erano star create a tavolino dalle grandi Mayors cinematografiche, con notevole dispendio di mezzi e pubblicità: truccatori, fotografi, tecnici delle luci, sarti…un esercito di professionisti lavorava in sincronia per creare “il mito”. A questo si aggiungeva uno stile di vita che doveva fare sognare lo spettatore: ville da favola – ubicate in quella striscia di terra che andava da Beverly Hills al Pacifico – automobili di lusso, gioielli incredibili, party, serate di gala. Le dive non potevano mescolarsi ai comuni mortali ma si mostravano al pubblico solo in fugaci, scintillanti apparizioni. Una star di Hollywood scendeva dall’Olimpo per una Première, per una serata in un locale esclusivo (che poteva essere il Mocambo, il Café Trocadero, Ciro’s…), poi tornava al suo dorato isolamento. Non tutte reggevano alla pressione psicologica di questa esistenza che appariva sì magnifica, ma era in sostanza irreale e sempre sul filo del rasoio: bastava il palesarsi di una nuova stella più brillante, un film che non riscuotesse il successo previsto, la bellezza che cominciava ad appannarsi (o anche solo un imprevisto, come l’avvento del sonoro che aveva falcidiato le divine che non avevano una voce suadente) che la tensione cresceva. Per affrontare lo stress la strada più facile era l’alcool, le droghe, la fuga. Hollywood era un campo di battaglia in cui rimanevano a consumarsi “cadaveri in lamé”, ossia le spoglie d’innumerevoli stars che non avevano retto a una così violenta pressione psicologica. Tracolli, esaurimenti nervosi, suicidi… Persino Greta Garbo, la “diva divina” per eccellenza, dopo aver scorto un presagio di vecchiaia – un’ombra appena, una ruga d’espressione – sul proprio bellissimo viso nel film di Cukor Non tradirmi con me, aveva deciso di  ritirarsi per sempre dalle scene chiudendosi in un rabbioso isolamento, a soli trentasei anni .

Ma Joan Crawford (nata come Lucille Fay LeSuer nel 1904) a differenza di molte colleghe era una donna d’inusuale tempra e di carattere ferreo: perfezionista, astuta, stacanovista, era decisa a non lasciarsi scalzare da niente e da nessuno dal suo status di diva del cinema. Forse le uniche della sua generazione a eguagliarla quanto a volontà, carattere deciso e “pelo sullo stomaco”, furono la teutonica Marlene Dietrich, l’indomabile Katharine Hepburn e Bette Davis, sua eterna rivale, cui la unì un rapporto conflittuale durato tutta la vita. La Davis le rinfacciava di essersi fatta strada nel mondo del cinema “sgambettando” e facendo leva sull’avvenenza; in effetti il volto di Joan, con gli zigomi alti e i grandi occhi blu, bucava letteralmente lo schermo. Altro suo punto di forza erano bellissime gambe che l’avevano sostenuta nei suoi esordi come ballerina (non esitò ad esibirle, in body e calze a rete, anche da ultrasessantenne, ne Il cerchio di sangue, 1967). Joan dal canto suo invidiava alla collega talento recitativo e cultura; lei, che era cresciuta in condizioni economiche disagiate – allevata dalla madre e da un patrigno che abusava di lei – non aveva potuto proseguire gli studi oltre le elementari. Bette Davis, che sapeva essere molto snob e ostentare un impeccabile stile “british”, non mancava di farla sentire a disagio e incolta non appena se ne presentava l’occasione.

La carriera di entrambe proseguì comunque di pari passo, tra grandi successi e alterni periodi di crisi che non intaccarono mai la loro fama e il loro indiscutibile prestigio di stelle cinematografiche, con un curriculm strabiliante di un centinaio di film ognuna. Quasi a voler rivaleggiare anche in questo campo, collezionarono ben quattro mariti a testa.

Dagli anni ’50 tuttavia l’immagine di donna vincente della Crawford comincia ad appannarsi: con la menopausa emergono inaspettate insicurezze emotive e anche i suoi ruoli cinematografici sembrano rispecchiare questo cambiamento. Nei turbolenti melodrammi di quegli anni le parti che interpreta sono quelle di donne confuse e in crisi, che nascondono a fatica le fragilità dietro una facciata di rigore e dignitosa compostezza (So che mi ucciderai, 1952 – Delitto sulla spiaggia, 1955 – Foglie d’autunno, 1956…). Cupe premonizioni del periodo finale della sua carriera con la sofferta discesa nel girone cinema horror, nei ruoli contorti di vittima o di folle. Joan diviene nervosa, ha scatti d’ira, manie di controllo, tiranneggia figli e amanti occasionali. Tende a diventare una donna castrante e sessualmente aggressiva. La tensione traspare anche dal suo viso che in questi anni subisce una sconcertante trasformazione. I lineamenti si induriscono, diventano più spigolosi e mascolini, probabilmente anche a causa dei cambiamenti ormonali: le sopracciglia si infoltiscono, le guance si scavano, i globi oculari risultano più pronunciati, la bocca è accentuata dalla linea rossetto che ne altera i contorni reali. Nasce in questi anni la maschera imperiosa della Crawford che diventerà iconica e molto “camp”.

Una tregua alle tensioni del periodo sembra arrivarle dal matrimonio con Alfred Steele, proprietario della Pepsi Cola, che pare placarla. Joan sembra sottomettersi di buon grado a quest’uomo, potente, decisionista e, come lei, arrivato dal basso e votato al lavoro.  Lui non ha  bisogno di speculare sulla sua fama (com’era accaduto con i precedenti mariti attori) e lei ama il senso di sicurezza e rispettabilità che le dà il sentirsi chiamare “Mrs Alfred Steele”. I pochi anni di questo matrimonio appaiono sereni.

Il grande cruccio di Joan resta il fatto che, a parità di carriera – anzi, con qualche film in meno – Bette Davis può vantare ben due Oscar mentre a lei ne era stato assegnato solo uno, ormai in epoca remota (era il 1946), per Il romanzo di Mildred.  Ma nel 1963 la Davis è candidata come migliore attrice protagonista proprio per Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich, ruolo in cui aveva effettivamente regalato una performance straordinaria.  Per Joan nessuna candidatura: un’ennesima vittoria della Davis sarebbe un vero smacco, per cui è il momento di giocare d’astuzia e architettare un escamotage per mortificare la rivale. Si rivolge ad Anne Bancroft, candidata con Anna dei miracoli ma al momento impegnata in teatro a New York, e si offre melliflua di ritirare per lei l’Oscar. La Bancroft la ringrazia e accetta. La notte degli Accademy Awards dietro le quinte Bette Davis, ignara, si torce le mani per la tensione. Ma nel momento in cui viene proclamata la vincitrice, che è proprio Anne Bancroft, ecco che una figura luminescente, con i capelli cosparsi di cipria argentata e vestita di un abito sfavillante di strass, le passa davanti impettita mormorandole sussiegosa un “Pardon”. È Joan Crawford, che sale trionfante sul palco per ritirare il premio e posa tra i lampi impazziti dei flash brandendo la statuetta. Bette Davis, furiosa, lascia la sala delle cerimonie prima della fine. Il giorno dopo su tutti i giornali la Crawford appare fotografata tra i vincitori, radiosa, con l’Oscar tra le mani.

Il film Baby Jane – che fu un enorme successo e che tutt’oggi è considerato un “cult” – segnò un punto di svolta nella carriera di Joan Crawford e diede  il via al prolifico filone dei cosiddetti “horror geriatrici” al quale pochissime vecchie glorie di Hollywood seppero sottrarsi e che si protrasse fino alla metà degli anni ’70. Tutte le dive in sentore di tramonto, quando la bellezza ormai appannata non permetteva più loro di affrontare in maniera credibile personaggi di seduttrici, furono arruolate dalle grandi Majors per cimentarsi in film di cassetta nei ruoli di assassine, di psicopatiche, di folli, di streghe… ma talvolta anche di vittime sacrificali.  Solo in poche seppero sottrarsi alla deriva horror. Tra le numerosissime produzioni di quegli anni possiamo citare Chi giace nella mia bara? e Ballata macabra con Bette Davis, Persecution con Lana Turner, La terza fossa con Geraldine Page, Un giorno di terrore con Olivia de Havilland, I raptus segreti di Helen con Shelley Winters… Il filone sbarcò anche in Italia, in primis con Dario Argento che in Suspiria utilizzò Alida Valli e Joan Bennett e in Profondo rosso rispolverò la diva dei “telefoni bianchi” (nonché attrice viscontiana) Clara Calamai che, nel ruolo di assassina, divenne una maschera cinematografica indimenticabile. In questi film la donna anziana, spogliata del ruolo di oggetto del desiderio, viene sadicamente presentata dai registi (ovviamente uomini) come una creatura inquietante, pericolosa, nevrotica, irrazionale, fuori controllo. Emerge dall’immaginario l’archetipo della matrigna, della “madre cattiva” e i film ricalcano più o meno gli stessi copioni, con un finale catartico in cui la “vecchia” di norma soccombe. È un fenomeno che dura poco più di una decina d’anni e che ha il suo guizzo finale con il prolifico filone dei film catastrofici degli anni Settanta in cui impazzarono le vecchie dive, raggiungendo vette eccelse di fascino mortifero (Gloria Swanson e Myrna Loy in Airport ‘74, Jennifer Jones ne L’inferno di cristallo, Ava Gardner in Terremoto, Shelley Winters ne L’avventura del Poseidon, Olivia de Havilland in The swarm etc etc…).

Fatto sta che due anni dopo l’enorme successo di Baby Jane, Aldrich offre alle stesse protagoniste – Davis e Crawford – due ruoli analoghi, tra horror, deliri e malvagità: si tratta del film Piano… piano, dolce Carlotta.  Joan si sottopone di buon grado ai provini e le due attrici posano insieme per le foto promozionali, sedute su due lapidi in un cimitero abbandonato. Poi, memore delle tensioni e degli scontri con la rivale nel film precedente, la Crawford accampa la scusa di un esaurimento nervoso, si fa ricoverare in ospedale e dà forfait. Sarà sostituita con Olivia De Havilland e, comunque irritata dall’essere stata rapidamente rimpiazzata, commenterà acida: “Sono contenta per Olivia, ha proprio bisogno di un buon film.”

Da quel momento la carriera di Joan Crawford scivola tristemente nel mercato dell’horror, dei film a basso costo, dove la sua figura di star assurge un po’ al ruolo di “specchietto per le allodole”. Che fine ha fatto Baby Jane? resterà l’ultimo suo buon film.

Poco pagata, piena di rimpianti (proprio lei, che si era imposta di non guardare mai indietro), beve pesantemente e si aggrappa al cinema per cercare di fermare il tempo e anche per riempirlo. Joan adesso è sola perché i figli adottati si sono allontanati pieni di livore verso una madre troppo ingombrante e intransigente e il marito Alfred Steele è morto già dal 1959, colpito da infarto (lasciandole però una buona rendita). Il film che in questo periodo meglio rappresenta il tormentato rapporto dell’attrice con il mondo cinematografico in cui aveva brillato per decenni è un B-movie del 1964, Strait Jacket (Cinque corpi senza testa), diretto da William Castle, un regista secondario avvezzo ai film horror. La Crawford vi interpreta il ruolo di una malata mentale dalla doppia personalità, uscita da una clinica psichiatrica; risulta comunque fascinosa quando, sfidando il grottesco in parrucca nera da gatta, brandisce la scure facendo tintinnare i braccialetti che porta al polso, ma si avverte in lei una sorta di smarrimento, una fragilità mai percepita prima di allora. Forse il regista è intimidito dalla presenza sul set di una “super star” e non ha l’ardire di dirigerla con polso fermo, ma Joan – da sempre abituata a registi di grande spessore – appare un po’ allo sbando, confusa, come se si aspettasse da lui direttive più decise ed energiche.

Gli ultimi anni la vedono ritirarsi progressivamente dalla scena pubblica; dalla lussuosa residenza di Steele si era già trasferita in un grande appartamento all’Imperial House sulla 69esima Est a New York per poi ridursi in un appartamento più piccolo sempre allo stesso indirizzo.

L’ultima sua apparizione mondana è del 1974, in occasione del compleanno della vecchia amica Rosalind Russell: Joan si presenta con una parrucca di riccioli gonfi con mèches grigiastre che non le dona affatto (ma era la moda del momento) e un abito in jersey color “rosa dentiera” che le segna il fisico non più giovane. Quando la mattina seguente, a colazione, sfoglia i quotidiani e vede le fotografie che la ritraggono al party, inorridisce: le immagini sono impietose, la luce dei flash è crudele, le inquadrature dal basso mettono in risalto il collo appesantito e sciupato. Sembra un vecchio pellicano. Intristita e adirata chiude i giornali e giura: “Se è così che oggi appaio, non mi vedrete mai più!”.

Mantiene la parola. Si isola in casa, smette di tingersi i capelli e passa le giornate guardando alla televisione soap operas o suoi vecchi film, mettendo alla prova la propria memoria nel ricordare scene e battute. Quando deve scaricare i nervi si dedica alle pulizie di casa, da sempre uno dei suoi passatempi preferiti. È una fanatica dell’ordine e dell’igiene, i divani restano avvolti nel cellophane come appena comprati, qualsiasi orpello o ninnolo è bandito. Ha seri problemi di alcolismo ma quando, nel 1974, cade in casa battendo pesantemente la faccia si spaventa e smette di bere.

Rinuncia anche a scrivere lettere e ad inviare, come da sempre era abituata, migliaia di biglietti di auguri natalizi ad amici e ammiratori. Non risponde più neppure alle telefonate, però talvolta richiama dopo averle vagliate tramite la segreteria.

Un tumore, subdolo, comincia a logorarla nel fisico e dimagrisce molto. Tuttavia nel 1976 posa per un servizio fotografico di John Engstead, l’ultimo della sua vita. Viene ritratta con un lieve sorriso e con i capelli grigi raccolti; nonostante le immagini siano sapientemente sfumate Joan appare visibilmente malata e sofferente, ma ancora bella. Il suo sguardo – messo in risalto dalla magrezza del volto – ha un’insolita dolcezza.

All’inizio del 1977 si infortuna alla schiena proprio facendo i mestieri in casa e da allora deve restare spesso a letto. Dal mese di febbraio, sembra presagisca l’approssimarsi della fine e comincia a regalare vari effetti personali: “Non ne ho più bisogno” dice. In maggio il suo stato di salute si aggrava ulteriormente e deve assumere un’infermiera fissa. L’8 di maggio decide di rinunciare anche al suo adorato cagnolino Shih Tzu “Princess Lotus Blossom” e lo affida ad amici che vivono in campagna raccomandando loro di averne cura. Nel farlo la sua voce trema un po’…

Due giorni dopo Joan si sveglia presto e chiede di essere vestita elegantemente (forse avverte addosso il fiato della morte); poi si corica a letto, sorseggia del tè con alcuni crackers e chiude per sempre i suoi bellissimi occhi. Sono le dieci di mattina del 10 maggio 1977 e Joan ha settantatré anni. Nel momento del trapasso é sola; per questa ragione in molti ventilarono l’ipotesi che si fosse tolta la vita per evitare il calvario dell’estremo decadimento. Non fu comunque eseguita alcuna autopsia e la causa ufficiale del decesso fu indicata come “attacco cardiaco”.

La divina Joan Crawford esce di scena in punta di piedi.

Viene cremata e l’urna deposta vicino ad Alfred Steele al Cimitero di Hartsdale, New York.

All’apertura del suo testamento i beneficiari risultano alcuni enti caritatevoli, un paio di vecchi amici e le gemelle adottive che da tempo conducono vita indipendente. Joan è invece implacabile con gli altri due figli adottivi, da lei considerati ribelli ed ingrati: “Nessun lascito a Christopher e Christina, per motivi ben noti ad entrambi.”

Paolo Schmidlin


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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