STIGMATE | Se credi nei miracoli questi cominciano ad accadere

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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La storia del cristianesimo è essenzialmente una storia scritta col sangue. Quel sangue versato da Cristo per primo sulla croce e, dopo di lui, dalla moltitudine di martiri cristiani ricordata nelle cronache ecclesiastiche. C’è il sangue versato da tutti coloro che, non contemplati in nessun calendario, sono stati a loro volta perseguitati, inquisiti, combattuti dal cristianesimo in questi duemila anni di storia. E c’è, infine, anche il sangue degli stigmatizzati, ovvero di coloro che rivivono in tutte le sue fasi la passione e morte di Gesù Cristo recandone i segni visibili sul proprio corpo. Questi segni rimandano alla croce, simbolo supremo della cristianità, ed è perciò partendo da questo simbolo e dal suo significato che potremmo tentare un primo approccio alla loro comprensione.

Nel corso dei secoli la croce è divenuta a un tempo vessillo di liberazione e di sopraffazione; simbolo di morte, ma anche di resurrezione. Cristo vi venne crocifisso secondo l’uso romano, alla maniera degli schiavi e dei briganti: per l’epoca non fu certo una morte originale, la sua; men che meno per uno che si professava il re dei re. È nella sua funzione redentrice che la morte di Cristo acquista senso e valore, nel suo costituirsi come sacrificio estremo, offerto per la salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte, in vista di un nuovo avvento in cui tutti gli uomini otterranno la vita eterna. Da millenni di crocifissioni l’umanità attende ancora l’avverarsi di questa promessa e la propria resurrezione. Cristo è morto, e benché dicano che sia risuscitato, negli altari delle chiese continua a restare appeso sulla propria croce: un corpo inchiodato, sofferente, che patisce la sua perenne agonia per un’umanità mai definitivamente redenta.

Le stigmate, autoinferte  o “donate” da Dio, sono segni scritti col sangue, segni che ci riportano a quest’antica e irrisolta sofferenza. Rappresentano un sacrificio e un messaggio che necessitano di essere perennemente ribaditi, rivissuti, riattualizzati, perché nella cruenta e dolorosa raffigurazione del Cristo crocifisso, tradito e lasciato solo al suo destino, in quel corpo straziato e vilipeso, ogni uomo veda anzitutto se stesso, il proprio vissuto spesso contrassegnato dall’angoscia, dalla sofferenza e dalla mortificazione. L’immagine della Mater dolorosa che accompagna impotente il figlio al tragico compiersi del suo destino, accentua l’umanizzazione di Dio e amplifica la drammaticità di questa sua rappresentazione marcatamente terrena, perché in quell’amore senza riserve che lega la madre al figlio, ogni donna e ogni uomo possa meglio riconoscersi. L’enfasi è posta sulla necessità della sofferenza e sulla mortificazione corporale e spirituale come strumenti di santificazione, da offrire in rendimento di grazie al Signore. Ciascun uomo è chiamato a portare la propria croce e a seguirlo, disponendosi a una docile e remissiva rassegnazione, in vista di una futuribile e non meglio precisata beatitudine eterna. Questa Pietas rende l’umano e il divino compartecipi di un medesimo destino, afflitti da un medesimo dolore. Iconograficamente risulta molto più pregnante ed efficace per l’immedesimazione dei fedeli di quanto possa esserlo una rappresentazione gioiosa e vittoriosa. Perché c’è più empatia nel dolore che non nella gioia.

Non c’è dubbio che la croce abbia prevalso sul sepolcro vuoto. L’immagine che il cristiano ha meglio introiettato è quella del crocifisso, non quella del risorto, perché nella profusione di immagini, riti, canti, preghiere, pie pratiche devozionali, suggestive processioni e rappresentazioni viventi, tutti tesi ad esaltare la passione e morte di Cristo, è quella che più gli si è palesata, mostrata, inculcata. Tutto questo sembra prescindere da ogni altra implicazione escatologica, e suggerire l’idea di una sconfitta piuttosto che di una vittoria sulla morte. In questa prospettiva lo stigmatizzato appare come colui che, nel suo radicale percorso di imitazione di Cristo, si spinge fino alle più estreme conseguenze.

Etimologicamente la stigmata è un segno, ovvero un marchio di riconoscimento che anticamente veniva impresso con ferri roventi su schiavi, malfattori, e successivamente anche sui soldati. In Medio Oriente questi segni suggellavano l’appartenenza a una tribù o a un clan, o l’atto di consacrazione a una divinità. Una pratica atavica, quindi, che passando per la sua più degradante e drammatica attuazione all’interno dei lager nazisti, giunge fino ai nostri giorni, come disinvolto e modaiolo fenomeno di massa, attraverso il tatuaggio. In ambito religioso la stigmatizzazione ha assunto un significato prettamente spirituale, riferendosi appunto a quel particolare fenomeno che ha per protagonista un credente sul cui corpo si verifica la formazione di piaghe che richiamano la passione di Cristo.

I casi di stigmatizzati storicamente noti presentano più o meno le stesse caratteristiche: trafitture alle mani e ai piedi,  ovvero nei punti interessati dalla crocifissione, la ferita al costato, che riproduce lo squarcio operato dalla lancia di Cassio Longino, e le punture alla fronte, lasciate dagli aculei della corona di spine; altri segni, quali lividure, tumefazioni ed escoriazioni possono presentarsi ai polsi, alle spalle, alle ginocchia e alle caviglie a ricordare quelle prodotte dalle corde, dai flagelli, dal peso della croce e dalle cadute che Cristo patì lungo il percorso che lo condusse dal Pretorio al Calvario. Da queste ferite fuoriesce sangue o liquido rosato che, anche a distanza di giorni e contrariamente a quanto sarebbe naturale aspettarsi, non va in putrefazione, bensì emana un gradevole e indefinibile profumo. Le stigmate si formano nel corso di stati modificati della coscienza, comunemente chiamati “estasi”, durante i quali, stando a quanto riferiscono poi i soggetti, si verificherebbero delle visioni di Cristo, della Madonna, di Angeli e Santi, talvolta anche del Diavolo. Se cicatrizzano si riaprono in concomitanza con le ricorrenze religiose stabilite dal calendario liturgico; in alcuni casi si ripetono settimanalmente ogni venerdì, più frequentemente nel corso della settimana santa. Il fenomeno raggiunge il suo acme il giorno del venerdì santo, quando i soggetti interessati rivivono sulla propria pelle la passione di Cristo, mimandone col proprio corpo tutte le fasi. In questi momenti cruciali si può constatare in loro una grande sofferenza fisica, che si manifesta con spasmi, convulsioni, alterazione della frequenza cardiaca e respiratoria. Le ferite prodotte non s’infettano, non vanno in decomposizione né emanano cattivo odore, procurano dolori lancinanti, ma non ledono le funzionalità delle zone interessate. Generalmente i soggetti hanno un’età compresa tra i venti e i quarant’anni, ma ci sono anche casi di stigmatizzati anziani. In ogni caso le stigmate, che possono essere superficiali, o addirittura perforanti, scompaiono al sopraggiungere della morte. Esistono poi varie forme di stigmatizzazione che, in base alle loro caratteristiche, vengono classificate in: stigmate visibili, o esteriori, che presentano lesioni ai tessuti molli, talvolta anche alle ossa, prodottesi senza alcun intervento esterno o per effetto di una malattia; stigmate plastiche, consistenti in formazioni carnose o incisioni a forma di croci, chiodi e altri simboli religiosi; stigmate figurative e/o epigrafiche in cui compaiono disegni di croci, cuori, simboli eucaristici o legati al culto della Madonna, parole con significato religioso, intere preghiere scritte col sangue; stigmate invisibili, segnalate da dolori lancinanti in corrispondenza dei punti associati alla passione di Cristo, i cui segni vengono riscontrati post mortem nel corso delle autopsie eseguite sulle salme; vengono infine fatti rientrare in questa classificazione anche alcuni casi di cosiddetti sudori di sangue, noti in medicina come ematoidrosi, una sindrome piuttosto rara le cui cause sono ancora poco chiare.

Dove si colloca l’effusione di sangue di tutti questi mistici? Lo stigmatizzato è un eletto cui è concesso dalla divina grazia il dono di una particolare comunione con Cristo, oppure la vittima di un qualche eccezionale fenomeno che ha origine nel suo subconscio? Talvolta alla stigmatizzazione e alle visioni si accompagnano altri fenomeni di ordine soprannaturale o paranormale, quali la veggenza, la profezia, la possibilità di comunicare con i defunti, la bilocazione, la capacità di compiere delle guarigioni o di formulare delle precise diagnosi mediche. L’insieme di tutti questi fenomeni rivela un carattere prettamente spirituale che fa riferimento a entità celesti, e rimane perciò ancorato alla sfera religiosa. È importante notare che essi avvengono esclusivamente in ambito cattolico. Non si hanno riscontri di fatti analoghi presso le altre chiese cristiane; non ci sono stigmatizzati tra gli ebrei, gli ortodossi, i protestanti, i battisti o gli evangelici pentecostali, né tantomeno presso tutte le altre religioni. D’altra parte la distribuzione geografica dei casi di stigmatizzazione registrati nella storia ci porta anche in Paesi nei quali l’influenza cattolica è meno forte, come in Medio Oriente e nell’America anglosassone a prevalenza protestante.

Francesco d’Assisi, primo stigmatizzato della storia

Sebbene già l’apostolo Paolo nella sua Lettera ai Galati (VI, 17) affermi di recare in sé le stigmate della crocifissione, nei primi dodici secoli del cristianesimo non si hanno notizie di stigmatizzazioni. Per gli studiosi le stigmate fanno il loro ingresso nella storia a partire dal XIII secolo con Francesco d’Assisi, il quale, nel 1224, due anni prima della morte, avrebbe ricevuto le “sacre piaghe” sanguinanti alle mani, ai piedi e al costato dopo aver avuto la visione di un Serafino crocifisso presso il monte della Verna. Prima di lui sono noti alcuni casi di mistici che hanno praticato sul proprio corpo ferite e mutilazioni come volontaria forma di mortificazione e di partecipazione all’opera redentrice di Cristo, senza però pretendere di dare a queste ferite un’origine soprannaturale. È solo dopo Francesco che iniziano a registrarsi casi di uomini e donne che, in maniera più o meno eclatante, si segnalano protagonisti di fenomeni stigmatici fatti risalire a un intervento divino. Imitazione di Cristo o di Francesco?

Si vuol vedere in questi mirabili segni il prodotto di un mutamento nella mentalità religiosa che aveva preso l’avvio a partire dal X secolo, quando, a una mistica più improntata sulla meditazione delle Scritture, sui sacramenti e sull’esercizio delle virtù, nei termini mediati dalla Chiesa, andò a sostituirsi la ricerca di una più immediata e diretta relazione col divino attraverso il Verbo incarnato: si volse lo sguardo al corpo di Cristo, del tutto uguale al nostro; alla sua passione, alla sua morte, alla sua concreta umanità. Questo mutamento avviene anche in termini iconografici, dove alla trionfante immagine del Cristo Pantocratore subentra quella ben più mesta e terrena del Cristo patiens. Un cambio di prospettiva favorito anche dalle Crociate, dai pellegrinaggi in Terra Santa, dal recupero di presunte reliquie di Cristo attorno alle quali si catalizza un culto senza precedenti. Nasce e si diffonde il mito del sacro Graal, che si riverbera nell’iconografia sacra con Angeli rappresentati nell’atto di raccogliere il sangue di Cristo in una coppa. Dopo l’anno Mille nel cattolicesimo si va quindi affermando una religiosità più affettiva, meno intellettuale rispetto al passato; una pietà religiosa che soffermandosi più sull’umanità di Dio ne esalta quanto c’è di fisico, di corporale, di tangibile. Ciò induce il credente a stabilire con il divino non solo un rapporto di adorazione ma anche di imitazione.

Con un evidente richiamo ai riti teofagici primitivi (dal greco theòs e fagein, letteralmente “mangiare dio”), in cui ci si nutriva di Dio attraverso la consumazione rituale di un cibo, quasi tutte le Chiese cristiane celebrano con modalità diverse il memoriale della passione e morte di Cristo attraverso il rito eucaristico; è qui che avverrebbe la transustanziazione, ovvero la trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Per la dottrina delle Chiese Cattolica e Ortodossa, in particolare, nell’ostia e nel vino consacrati durante la celebrazione eucaristica Cristo è realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il fedele che si accosta alla comunione assume dunque in sé Cristo in tutta la sua concretezza umana e divina, secondo quanto riportato dal vangelo di Giovanni: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.» (Gv 6, 56). Attraverso la contemplazione del Crocifisso e del SS. Sacramento il credente entra in contatto fisico con Cristo e con il mistero della sua passione; ciò si traduce in un atto di adorazione totalitario che coinvolge corpo, anima, intelletto. Sotto questa luce lo stigmatizzato si collocherebbe a uno stadio superiore rispetto al comune fedele, poiché non si limita a essere semplice ricettacolo, tabernacolo che accoglie e custodisce il corpo e il sangue divino, ma realizzerebbe in sé al sommo grado l’identificazione con dio, divenendo egli stesso il corpo e il sangue di Cristo. La stigmatizzazione rappresenterebbe quindi l’evoluzione di quel percorso di imitazione e identificazione col divino a cui ogni cristiano è chiamato, che porta lo stigmatizzato a farsi in tutto e per tutto “ostia vivente”. Ciò però non spiega il perché, pur condividendo il memoriale della passione e morte di Gesù Cristo attraverso il rito eucaristico, non esistano stigmatizzati presso tutte le altre religioni cristiane al di fuori della Chiesa Cattolica.

Basílica do convento de Mafra, Portugal. Photo by Rosino

A oggi gli stigmatizzati riconosciuti dalla Chiesa sono circa 300, di cui oltre 90 solo nel XX secolo; tra questi ci sono sia religiosi che laici, in gran parte donne; quelli santificati sono più di 60. Come abbiamo visto, elemento caratterizzante dei fenomeni di stigmatizzazione è la visione, oltre che di Cristo, anche della Madonna, degli Angeli e dei Santi. Sarebbe logico attendersi simili manifestazioni anche presso i credenti della Chiesa Ortodossa, che col cattolicesimo condivide il culto della Madonna e dei Santi, oltre quello delle reliquie. Invece anche qui, non solo non abbiamo alcun riscontro di stigmatizzati o fenomeni correlati, ma non viene nemmeno accettata l’idea stessa che possano verificarsi simili fenomeni di ordine soprannaturale. L’analisi dei contenuti di queste manifestazioni e il messaggio che ne viene fuori, rivelano una religiosità di tipo primario, svincolata per molti aspetti da quella ufficiale. Una religiosità che poco si indaga sui suoi fondamenti dottrinali, e perciò più istintiva, emozionale, soggetta alle suggestioni; una religiosità che si nutre di semplici nozioni, perlopiù visive; in breve una religiosità che trova nella pietà popolare, con i suoi riti e le sue credenze, la sua principale fonte di ispirazione. In quest’ottica è opportuno notare come la maggior parte degli stigmatizzati provengono da contesti in cui più forte è il potere della tradizione, e più spettacolari sono i riti legati alle ricorrenze religiose; si pensi in special modo alle grandi manifestazioni collettive che si tengono per la settimana santa nelle regioni del Sud – Italia.

I Flagellanti di Guardia Sanframondi (Benevento), esempio di ferite autoinflitte per la Settimana Santa. Photo © Copyright ANSA

Se le fasi della passione di Cristo che gli stigmatizzati affermano di rivivere, trovano puntuale conferma nel racconto dei vangeli, per quanto riguarda i segni che recano sul proprio corpo è stato osservato che non sempre corrispondono ai punti dove dovrebbero trovarsi: le ferite alle mani appaiono generalmente nella zona tra il III e il IV metacarpale, e non sui polsi, dove più correttamente venivano conficcati i chiodi; molte ferite, compresa quella del costato, appaiono il più delle volte speculari all’immagine del Crocifisso osservata, ovvero nel lato opposto a quello effettivo. Queste osservazioni ci inducono a vedere nelle stigmate un fenomeno psicosomatico, la riproduzione di elementi dell’iconografia popolare introiettati e riprodotti sul proprio corpo, più che il fedele riprodursi delle effettive ferite di Cristo.

Attraverso le sue apparizioni, la figura della Madonna ha in questo contesto un ruolo preponderante, decisamente superiore a quello di Cristo, ma anche spiccatamente autoreferenziale. Si presenta come l’Immacolata, confermando cioè un dogma cattolico, frutto di una strumentale speculazione teologica, proclamato solo nel 1854. L’aspetto è quello di una giovane di carnagione chiara, occhi azzurri e capelli tendenti al biondo; cosa improbabile per una donna di etnia ebraica, ma che riflette bene l’iconografia popolare. Nei suoi messaggi c’è un continuo richiamo alla preghiera, in special modo a quella del Santo Rosario, una pia pratica devozionale risalente al XIII secolo che si rivolge non a Cristo ma a lei; frequente è poi l’invito all’edificazione di nuovi luoghi di culto ancora una volta consacrati a Lei. Alla Madonna e ai Santi viene riconosciuto un enorme potere di intercessione per l’ottenimento di miracoli e guarigioni, ma questa intercessione, nel sentire comune, viene il più delle volte percepita come intervento diretto da parte di queste figure, facendo quindi passare in secondo piano l’unico che dovrebbe possedere tali facoltà, ossia Cristo. Vi sono poi la comunicazione coi defunti, con frequenti richiami alle sante indulgenze, la visione della anime del Purgatorio, i numerosi richiami a forme devozionali che incoraggiano l’uso di immagini a soggetto sacro, ancora, e soprattutto, della Madonna. Le immagini della devozione popolare cattolica piangono, trasudano, dando luogo a modalità di venerazione che rasentano l’idolatria.

I Vattienti (battenti) di Nocera Terinese (Calabria). Photo: Corriere della Calabria.

Da un punto di vista teologico-dottrinale tutti questi fenomeni sarebbero già delegittimati e bollati come impostura o effetti del male in primis dalle Sacre Scritture, dove troviamo diversi moniti a diffidare da veggenti e falsi profeti, da tutti coloro che mostrano segni e poteri strabilianti, anche quando questi vengano fatti risalire all’azione di Dio, dall’idolatrare immagini che pretendono di ritrarre le divinità, ma anche da coloro che sostengono di comunicare coi morti. La stessa credenza nel Purgatorio, oltre a non trovare alcun riscontro nella Bibbia, non è condivisa da tutte le religioni; i riformatori l’abolirono già nel XVI secolo. Per lo storico Jaques Le Goff si tratterebbe di un’invenzione affermatasi a partire dal Medioevo (poi definitivamente accreditata dalla Divina Commedia), atta a estendere anche sui morti il potere esercitato dalla Chiesa sulle coscienze; un pretesto, insomma, funzionale al mercato delle indulgenze, lucrate con preghiere ma, soprattutto, con denaro. Al credente che voglia prestar fede a questi fenomeni, si richiede in definitiva l’adesione a una religiosità per molti aspetti ben lontana dall’esegesi biblica, da quella spiritualità che dovrebbe trovare il suo unico alimento nella Parola del Signore; una religiosità specificamente cattolica. Se ammettiamo che esista un solo Dio, pur con i vari nomi con cui lo chiamiamo, perché questo Dio non comunica con tutti allo stesso modo? Manca l’universalità di questi messaggi, manca la possibilità che essi possano essere accolti e condivisi da chiunque creda in Dio, persino all’interno della stessa Chiesa Cattolica, dove queste manifestazioni generano spesso divisioni e reazioni contrastanti tra progressisti e conservatori. Si potrà obiettare che Dio operi per vie misteriose e che scelga per ciascuno il linguaggio più appropriato. E dunque il dibattito su questi temi rimane destinato a non esaurirsi e a non raggiungere mai un punto di vista unitario.

Questi fenomeni, come abbiamo visto, per la loro straordinarietà si situano in quel labile confine tra il razionale e l’irrazionale: quale che sia l’idea che intendiamo sposare a loro riguardo, troveremo comunque elementi utili a suffragarla. Di fronte agli assunti dogmatici della fede poco o nulla c’è da discutere; sono dogmi, e in quanto tali esigono di essere accolti incondizionatamente da parte dei fedeli. Il potere persuasivo del dogma si fonda proprio sulla sua intangibilità; come “verità rivelata” o “divinamente ispirata”, esso si pone in una dimensione spirituale che lo mette al riparo da ogni vera indagine storica, in quanto non possiamo assodarlo o confutarlo attraverso prove materiali. Diverso è il caso di tutti quegli eventi che, per quanto sfuggano alla ragione, alle leggi della fisica o all’ordine naturale delle cose, avvengono, si materializzano cioè davanti ai nostri occhi.

Tali fenomeni vengono generalmente classificati come soprannaturali, il che vuol dire semplicemente che, sulla base di ciò che sappiamo e delle conoscenze scientifiche in nostro possesso, non siamo ancora in grado di dare loro una spiegazione definitiva e universalmente condivisa. A nostro avviso, già il definire qualcosa “soprannaturale” o “contro natura” rivela un approccio piuttosto limitato al mondo che ci circonda, perché così dicendo tendiamo a scartare e a spingere al di fuori di ciò che crediamo sia la norma qualcosa o qualcuno. Nulla esiste o accade che non rientri nelle possibilità della natura. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», fa dire Shakespeare al suo Amleto. Dobbiamo ammettere che l’universo è ancora gravido di misteri, che l’uomo, con tutta la sua scienza, non è in grado di decifrare.

La stigmatizzazione, la bilocazione, la transverberazione, la comunicazione con i defunti, le apparizioni mariane o di altre entità celesti e la trasudazione di immagini sacre sono tutti fenomeni che per quanto incredibili accadono. Una cosa che si manifesta è, si rende evidente, non la si può ignorare o liquidare come semplice allucinazione. Ci interpella, sfida le nostre convinzioni, ci spinge ad assumere a riguardo delle posizioni. Diversamente dal dogma essa si presta dunque alla discussione grazie alla concretezza dei suoi protagonisti, dei suoi testimoni, dei suoi reperti (almeno per quanto riguarda gli episodi a noi più vicini). Ciò, al di là dello scetticismo, dell’incredulità o degli atteggiamenti derisori spesso ostentati da taluni scienziati, da atei e credenti di altre confessioni religiose, rende comunque possibile un’indagine di tipo storico e scientifico, nonché il confronto tra varie discipline e correnti di pensiero. Ciascuno potrà scegliere poi di fare affidamento sulla scienza o sulla fede, e sulle eventuali risposte che esse forniranno, anche se non sempre queste si riveleranno soddisfacenti.

Photo: © G. Galizzi / valbrembanaweb.com

Il fisico tedesco Max Plank ritiene che la scienza non possa arrivare a svelare il mistero fondamentale della natura, perché «in ultima analisi, noi stessi siamo parte dell’enigma che stiamo cercando di risolvere». Questa affermazione ci invita alla prudenza e all’ammissione dei propri limiti; a quell’umiltà nel saper sospendere il nostro giudizio laddove, allo stato dell’arte, non riusciamo a trovare soluzioni o spiegazioni incontrovertibili a determinati fenomeni o quesiti. In molti di questi casi che definiamo soprannaturali o paranormali, vediamo stravolti i principi della materia quali li conosciamo, dal momento che ad essere coinvolti non sono soltanto il corpo, ossia la materia vivente con tutte le sue facoltà, ma anche le cose inanimate, a prescindere dalla struttura o dal materiale di cui queste ultime sono fatte. Forze ignote agiscono quindi sulla materia trasformandola, e il tutto avviene in una dimensione in cui il materiale e lo spirituale si fondono, sfumano l’un nell’altro, evocando altri mondi e altre realtà. Chi o che cosa si celi dietro tutto questo non sempre ci è dato sapere. Per alcuni sarà Dio, per altri una qualche facoltà mentale ancora sconosciuta, per altri ancora si tratterà solo di casi psichiatrici. C’è da dire che questi fenomeni quasi sempre hanno per protagoniste persone umili, povere e analfabete. Per giustificare ciò viene spesso citato il brano del vangelo di Matteo in cui leggiamo: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.» (Mt 11, 25). I piccoli, i semplici, sembrano possedere quella capacità di accogliere il mistero a cuore aperto, senza porsi troppe domande. Forse la loro è solo una beata ignoranza, o magari, invece, sono più vicini alla verità di quanto riusciamo a esserlo noi con tutto il nostro ragionare. Ai semplici la natura sembra rivelare le sue infinite possibilità.

Si può ritenere che la fede non disponga di quella stessa concretezza su cui si fonda la scienza? Sarebbe errato e soprattutto intellettualmente poco onesto. Un diverso approccio, più aperto e possibilista, ben disposto a compiere lo sforzo di andare oltre le apparenze, risulterebbe certamente più proficuo. Ci sono molte più cose di quante il nostro occhio e il nostro intelletto riescano a cogliere. Tanto la scienza quanto la fede non sono ancora riuscite a spiegare tutta la complessità dell’uomo e dell’universo. Bisognerà forse superare quel rigido confine tra fede e ragione, andare oltre le sterili contrapposizioni, riuscire a mettere da parte certe posizioni ideologiche e preconcette. A proposito dell’interscambio tra fede e ragione, Joseph Ratzinger scrive al matematico Piergiorgio Odifreddi: «(…) Questo dialogo è essenziale anche per i non credenti: «esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra (…)»

Ciò in cui si crede – e nella misura in cui si è disposti a farlo – finisce col diventare una verità indiscutibile dell’essere. Ogni fenomeno acquista senso all’interno di un determinato contesto o sistema di pensiero, e bisogna considerarlo nell’insieme dei suoi esiti sociali, culturali, antropologici, spirituali; in ciò che comporta nel vissuto dei suoi diretti protagonisti e in quello di chi vi si accosta. «la cultura agisce sul corpo fisico del singolo e lo modella scegliendo, tra le tante possibili, quelle forme, quei modi di essere che sono coerenti con la maniera in cui affronta i problemi e valori quali la vita e la morte, il lavoro e la festa, la natura dell’uomo e il suo destino, il piacere e il sapere.» scrive Mariella Combi. Il corpo assume in questo senso la sua piena valenza espressiva, diventa strumento che restituisce il vissuto interiore e la propria visione del mondo.

Il sociologo Pietro Fumarola sosteneva che: «quelli che chiamiamo stati modificati di coscienza, sono una vera e propria risorsa per l’uomo, non una patologia. (…) un meccanismo biologico che l’uomo ha a disposizione per avanzare nella conoscenza di sé.» Questo ci porta a guardare anche al di fuori della sfera prettamente religiosa, dove è possibile intercettare altri casi di figure eccezionali che si segnalano per i particolari carismi e poteri in loro possesso. Uno per tutti è il torinese Gustavo Adolfo Rol (1903-1994), le cui straordinarie doti inducevano a vedere in lui un mago, un medium, uno spiritista, un chiaroveggente o un illusionista. Rol «materializzava oggetti, diffondeva profumi, dipingeva e scriveva a distanza, si liquefaceva lungo le pareti e passava attraverso i muri assumendo sembianze polimorfe. (…) Le sue doti, che andavano ben al di là della sensitività, lui le ascriveva a un fondamento scientifico, a un potere dello “spirito intelligente” che, a suo dire, anche l’intera umanità in un futuro prossimo avrebbe imparato a utilizzare.» (M. Sardina, Lo spirito intelligente, Amedit n° 6).

Forse c’è davvero qualcosa che ci lega a un’altra dimensione; forse è dai poteri inespressi della mente, o dallo “spirito intelligente” di cui parla Rol, che bisogna partire. In mancanza di risposte univoche non rimane che una finestra aperta a tante possibili spiegazioni. Ed è quindi in quest’ottica possibilista che nulla esclude e nulla ammette incondizionatamente, che possiamo, al momento, inquadrare tutti quei fenomeni e quelle manifestazioni che scienza e intelletto non riescono ancora a comprendere.

Giuseppe Maggiore


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