NATUZZA EVOLO | Luci e ombre della mistica di Paravati

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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A chi le chiedeva se si sentisse una persona straordinaria Natuzza Evolo rispondeva: «No, mi sento un verme di terra! Io sono una poveraccia! Io non mi sento niente, proprio niente!» In queste parole trovava conferma quell’umiltà che avrebbe potuto essere solo apparente; ogni sospetto di frode, di presunzione, di autoesaltazione svaniva in quel  qualificarsi come un “verme” un “niente”. Anche i più scettici, conoscendola, si sono ricreduti. Chiunque abbia avuto modo di incontrarla ha visto dissiparsi in quel suo materno sorriso ogni residuo di diffidenza. “se volete, posso essere vostra madre, potete chiamarmi mamma” diceva, e così per molti lei era Mamma Natuzza, o semplicemente Nanì. Per molti si intende migliaia di uomini e donne, di diversa provenienza geografica, estrazione e cultura, che nel corso degli anni hanno transitato nella sua modesta casa per incontrarla, consultarla, chiederle aiuto, o semplicemente per verificare di persona ciò che si narrava sul suo conto. Cosa aveva di così tanto eccezionale questa donna? Cosa cercavano da lei tutte quelle persone? Le visite da viva si sono trasformate in pellegrinaggi da morta. Ancora un altro luogo benedetto, un altro santuario, l’ennesima tomba a cui accostarsi; altre reliquie, altri prodigi, nuova profusione di rosari e di santini. E nuovi viaggi della speranza. Perché lei, Natuzza Evolo, per molti è una santa, lo era già in vita, e lo sarà presto anche per la Chiesa che, il 6 aprile di quest’anno, di fronte a un’immensa folla di pellegrini ha annunciato l’avvio della causa di beatificazione.

L’iconografia di questa santa non avrà bisogno di ricorrere ai classici canoni figurativi dei santini devozionali, con quelle espressioni ideali di bellezza e ieraticità. Abbiamo le fotografie, i video che la riprendono nel corso di interviste, in cui vediamo una donna comune, la classica donna venuta al mondo nei primi decenni del secolo scorso, di umili condizioni e non particolarmente bella. La tipica madre, o nonna, che abbia speso la sua vita completamente dedita alla famiglia, e che magari ora se ne sta seduta davanti alla porta di casa, secondo l’uso delle donne del sud, o sul divano a guardare la televisione. In apparenza nulla di sovrumano, nulla di eccezionale, insomma. Nemmeno una tònaca che, come nel caso di Padre Pio, possa conferirle una connotazione religiosa. Ciò potrebbe senz’altro giovare alla rappresentazione di un modello di santità laica, più aderente all’ordinarietà del vissuto di molte persone. Eppure questa donna ha fama di essere stata una mistica, una delle più grandi del nostro tempo, la mistica di Paravati.

In lei, secondo quanto ci viene riferito, si sarebbero manifestati eventi straordinari, che superano addirittura quelli del ben più noto Pio da Pietrelcina. Visioni e colloqui col divino (nelle personificazioni di Cristo, della Madonna, di Angeli e Santi); assalti diabolici; comunicazione con le anime dei defunti; visioni del Purgatorio e del Paradiso; chiaroveggenza, profezie, bilocazioni, nonché capacità diagnostiche sulle malattie, sarebbero state, secondo quanto da lei stessa affermato, e dai racconti di molti testimoni confermato, tutte facoltà in suo possesso. Fin qui siamo però nel territorio dell’invisibile e dell’intangibile, in quella terra di nessuno dove può accadere di tutto, perché nulla può essere concretamente dimostrato o smentito.

Ma Natuzza Evolo è stata anche una stigmatizzata, ha riportato cioè sul proprio corpo delle piaghe che si richiamano alle ferite della passione di Cristo; fenomeno di per sé straordinario, ma anche fin troppo ricorrente nelle storie dei mistici cattolici. Non fosse che queste ferite davano luogo a qualcosa di piuttosto singolare, che è quello delle cosiddette emografie, ovvero trasudazioni di sangue che avrebbero tracciato sul suo corpo e sui panni che ne venivano a contatto strane raffigurazioni e scritte. Osservando i documenti fotografici che mostrano le mani e le gambe della signora Evolo, nonché quelli dei fazzoletti che erano stati posti sulle sue ferite, si possono in effetti notare delle insolite macchie ematiche che sembrano raffigurare croci, cuori, madonne, rosari, calici, ostie, corone di spine, figure di fedeli oranti, in breve tutti elementi riconducibili alla religiosità, e a quella cattolica in particolare. Alcuni reperti mostrano invece delle scritte consistenti in parole isolate, o in una successione di lettere senza soluzione di continuità che vanno a formare frasi di senso compiuto, quali citazioni bibliche e preghiere, in latino, greco, aramaico, francese e in altre lingue moderne. Niente male per una che amava definirsi un verme, anzi, un “vermo”, come più esattamente diceva lei. Perché Natuzza Evolo era oltretutto una donna incolta, analfabeta, capace di esprimersi solo nel suo dialetto, il calabrese.

Fortunata Evolo, questo il suo vero nome, era nata il 23 agosto del 1924 a Paravati, piccola frazione di Mileto in provincia di Vibo Valentia. Il padre, Fortunato Evolo, non era presente alla sua nascita, né lo sarà in seguito. Emigrato in Argentina in cerca di miglior fortuna, lascia la moglie incinta e va a formare lì una nuova famiglia, senza mai più dare notizie di sé. La sua resterà una figura dell’assenza, e in qualche misura sarà tale anche quella della stessa madre, Maria Angela Valente; una donna semplice, povera, analfabeta come lo erano quasi tutti all’epoca, e anche piuttosto discussa in paese per la sua condotta. Dopo Fortunata, Maria Angela partorisce numerosi altri figli di cui sono ignote le paternità; pare che si concedesse a rapporti occasionali con diversi uomini e, tra i vari problemi che ebbe con la giustizia per furtarelli e cose simili, finì anche in carcere con l’accusa di poliandria. Quella di Natuzza non era insomma una famiglia che si prestasse a rappresentare il classico quadretto presepiale; non la si potrebbe definire nemmeno una famiglia, almeno non nel senso tradizionale del termine. Per la gente del posto i fratelli di Natuzza erano semplicemente “i bastardi”, nati come degli accidenti da una madre scellerata. E poiché questa era sempre fuori a lavorare in cerca di quei pochi spiccioli che non bastavano nemmeno a sfamarli tutti, Fortunata, in quanto figlia maggiore, dovette imparare prestissimo a prendersi cura dei fratellini. Crebbero  così, tra stenti e miseria, quasi allo stato brado, e senza ricevere un minimo di istruzione scolastica. Nulla di eccezionale in questo: fame, miseria, analfabetismo erano condizioni di vita piuttosto diffuse all’epoca, e in special modo nel contesto rurale di quel meridione d’Italia così lontano dai processi di industrializzazione in atto. Dopo un secondo arresto della madre, pare per il furto di una gallina, furono cacciati dalla casa dove vivevano in affitto, finendo a dormire per strada. Grazie all’intervento di un compaesano mosso a pietà, riuscirono a trovare sistemazione in una casa popolare. All’età di quattordici anni Fortunata venne assunta come collaboratrice domestica a casa dell’avvocato Silvio Colloca, restandovi in servizio fino al 1941, anno in cui lasciò il lavoro e si stabilì a casa della nonna materna. In questo periodo manifesta la volontà di farsi suora, ma viene dissuasa da tale proposito a causa delle voci che si erano diffuse sul suo conto. Era già nota in paese per degli “strani episodi”. Nel vissuto di Natuzza, in quell’apparente ordinarietà, c’erano infatti delle “voci”, degli “incontri”, delle misteriose presenze. Lei stessa racconta di aver ricevuto, già all’età di otto anni, le visite di una donna che la accarezzava risollevandola dallo sconforto e dalle fatiche quotidiane. Una donna bellissima, come si conviene a ogni apparizione che si rispetti. E c’era anche un bambino, bellissimo anche lui, riccioluto e sorridente, che si univa ai suoi rari momenti di gioco per poi svanire nel nulla. Realizzerà solo più tardi, dice, che quelle due figure misteriose erano la Madonna e Gesù. Non si può però dire che Natuzza abbia ricevuto una particolare formazione religiosa; era stata sottoposta come da prassi ai sacramenti del battesimo, della prima comunione e della cresima, ma niente più di tanto; nessun indizio di particolare fervore religioso intorno a lei. Proprio il giorno della prima comunione, ricorda che all’atto di ricevere l’ostia consacrata le si era riempita la bocca di sangue, cosa che lì per lì l’aveva impaurita molto. La sera che erano stati cacciati dalla casa in affitto, riferisce di aver udito una voce che le disse: “Coraggio, vi trovo casa”, così da farle vedere in quel suo compaesano che gli trovò l’alloggio il segno di un intervento divino. Ed è nell’appartamento popolare in cui andarono a vivere temporaneamente che sostiene di aver avuto l’incontro con un frate che poi si rivelò essere San Francesco di Paola. Accantonato il proposito di farsi suora, la madre decise di darla in sposa a Pasquale Nicolace, un giovane falegname figlio di suoi conoscenti. Poiché lo sposo si trovava in guerra, il matrimonio avvenne per procura e fu officiato con rito civile il 14 agosto del 1943. Dalla loro unione vennero al mondo cinque figli, nei confronti dei quali Natuzza, nonostante l’intensa fenomenologia di cui era protagonista, si dimostrò sempre una madre ligia e premurosa. Marito e figli hanno dovuto convivere con quegli strani fenomeni che lei manifestava, e nel tempo hanno dovuto anche rassegnarsi al continuo viavai di gente che a tutte le ore del giorno e della notte bussava alla loro casa. Le “stranezze” che erano iniziate ad affiorare durante gli anni di servizio presso la famiglia Colloca, aumentavano man mano in intensità e frequenza, suscitando sempre più interesse e curiosità.

Nell’universo visionario di Natuzza, già popolato di cristi, madonne, angeli e santi, fecero la loro apparizione anche i defunti: sarebbe stato San Tommaso d’Aquino in persona ad annunciarle questo particolare dono di comunione con l’aldilà. I suoi occhi riuscivano a contemplare il Purgatorio e il Paradiso, e da queste dimore celesti le anime invocavano indulgenze, le affidavano messaggi da consegnare ai loro parenti. Fu comprensibilmente questo uno dei motivi principali che spinse di lì in poi molte persone a recarsi da lei. Tra stupore e scetticismo l’attenzione pubblica crebbe a tal punto da indurre anche il clero locale a prendere dei provvedimenti. Convinti che tutto ciò fosse opera del demonio, alcuni sacerdoti decisero di sottoporla a un esorcismo, nel corso del quale Natuzza irruppe in pianto e disse: “Voi pregate perché Dio mi liberi dal Demonio, ma qui ci sono tanti angeli!”. Gli angeli, per Natuzza, erano figure reali, che apparivano in carne e ossa; c’era il suo speciale “Angelo custode”, colui il quale la assisteva da sempre e che le suggeriva i messaggi per le tante persone che ricorrevano a lei. Da Natuzza molti andavano per ricevere consigli e soluzioni su problemi di varia natura; il più delle volte le si richiedeva un parere circa una determinata malattia, e lei, puntualmente, dava delle precise diagnosi mediche, indicando anche a quale medico rivolgersi o presso quale struttura recarsi. Molti dottori hanno testimoniato di aver potuto appurare personalmente l’esattezza delle sue diagnosi, espresse tra l’altro con l’utilizzo di termini specifici noti soltanto in ambito medico. Natuzza ha sempre sostenuto che fosse proprio il suo “angelo custode” a suggerirle le soluzioni. Costui era nientemeno che l’Arcangelo Michele, glielo avrebbe rivelato lo stesso Gesù. Non è un caso che si trattasse proprio di quell’Arcangelo che secondo le fonti bibliche ha il potere di scacciare i demoni: Natuzza, come il suo omologo Pio da Pietrelcina e molti altri mistici, sosteneva di avere frequenti assalti da parte del Diavolo duranti i quali pativa indicibili sofferenze. Ma c’erano anche gli “angeli custodi” di chiunque andava a visitarla: curiosamente, questi stavano al fianco destro delle persone comuni, mentre, nel caso di sacerdoti, si mantenevano al fianco sinistro. Angeli e defunti saranno, per Natuzza, figure concrete alla stregua delle persone fisiche, tanto da ammettere di non riuscire più a distinguere gli uni dagli altri. Si riferisce un episodio in cui, trovandosi di fronte a uno dei tanti visitatori, gli chiese: “Scusate, ma voi siete vivo o siete morto?”.

A rafforzare le già straordinarie doti di Natuzza c’erano anche le bilocazioni. Queste, come riferiscono testimoni e biografi, avvenivano in varie modalità: c’erano quelle visibili, in cui lei si sarebbe trovata simultaneamente in due posti diversi molto distanti tra loro, ma c’erano anche quelle invisibili, che consistevano in tutta una serie di fenomeni (percezione di profumi, strani rumori, rosari che si annodavano, oggetti che si spostavano, elettrodomestici e lampadine che si accendevano e spegnevano da soli, percezioni tattili, rinvenimento di tracce ematiche ed emografie), interpretati come segni della sua presenza in un determinato luogo, e che Natuzza, quando interpellata a riguardo, ne confermava l’attribuzione. Risalirebbero invece al 1938 le prime trasudazioni di sangue da ferite che nel corso degli anni si sarebbero propagate in varie parti del corpo. I punti interessati sono i polsi e i piedi, tradizionalmente associati alle trafitture della crocifissione, ma anche il costato sinistro, le spalle, le ginocchia e la fronte, a ricordare le varie ferite riportate da Cristo durante la sua passione. Racconta che era stato lo stesso Gesù a preannunciarle questi “doni”, dicendole che si sarebbe “appoggiata a lei”. Le piaghe si riformavano nel corso della settimana santa di ogni anno, puntualmente tra il mercoledì e il venerdì, accompagnate da dolori lancinanti, per poi cominciare a rimarginarsi il giorno di Pasqua. In quei momenti lei entrava in estasi e riviveva in sé tutte le fasi della passione di Cristo. Le piaghe assumevano delle forme insolite, tanto da sembrare disegnate. Tra le varie figurazioni era possibile riconoscere volti, croci, cuori, ostie e altri simboli a carattere religioso. Queste immagini si andavano a riprodurre anche sui fazzoletti di stoffa usati per asciugare il sangue. Ma su questi panni apparivano molte altre figure, e soprattutto le famose scritte in vari  idiomi che lei, da analfabeta, non avrebbe in teoria potuto conoscere. Il formarsi di queste figure e scritte, a detta di molti testimoni, sarebbe avvenuto in modo del tutto spontaneo. Val la pena citare in proposito la testimonianza del dottor Silvio Scuteri di Ionadi (VV), riportata tra le tante raccolte da Valerio Marinelli nell’opera in dieci volumi Natuzza di Paravati: «Eravamo nel salotto e mentre la gente si divertiva, ballava, lei si mise questo fazzoletto a contatto del petto, e quando lo tirò fuori, c’era una testa di Cristo con la corona di spine e sotto delle parole che non ricordo. (…) I fazzoletti erano di proprietà delle persone che glieli portavano. (…) ognuno tentava, delle persone che da vicino e da lontano andavano a visitarla, di portar via questo fazzoletto, perché andando via dalla casa di Natuzza era l’unica cosa tangibile che potevano portar via… il fazzoletto era la prova provata di quanto avevano visto.» Capitava che su un fazzoletto si imprimesse l’incipit di una preghiera e che riposizionandolo il giorno dopo quella preghiera riprendesse dal punto esatto dove era stata interrotta la sera prima. Come tanti altri casi di stigmatizzati anche le piaghe di Natuzza non andavano incontro a putrefazione o infezioni, e il sangue da esse stillato emanava un gradevole profumo.

Questi e molti altri inspiegabili prodigi si sarebbero verificati sul corpo e nei pensieri di Natuzza Evolo. Questo è quanto molti testimoni dicono di aver visto e sperimentato in prima persona, e tra questi ci sono anche molti medici, quelli ai quali inviava i pazienti, ma anche quelli che si presero cura di lei  per le tante infermità che affliggevano il suo corpo. Già, perché Natuzza Evolo, colei che aveva per tutti una precisa diagnosi, la stessa che rassicurava gli infermi prospettandogli la guarigione anche in casi apparentemente disperati, lei non possedeva alcuna cura per se stessa. Fin dall’infanzia la sua vita era stata contrassegnata da uno stato di salute perennemente precario. Aveva sofferto di parotite epidemica, più volte di tonsillite e dall’età di 35 anni di ipertensione arteriosa. Tra le varie patologie di cui era affetta, soffriva di gozzo plurinodulare, duodenite, stenosi mitralica con tachiaritmia sopraventricolare e, negli ultimi anni, una particolare forma di dermatite pruriginosa. Dal 1990 al 2009 è stata ricoverata ben 75 volte con una media di quattro ricoveri all’anno e una degenza annua di 33 giorni. Il dottor Franco Frontera, che più volte la ebbe in cura, sostiene che in un anno Natuzza abbia dormito soltanto la media di 37 minuti ogni 24 ore. In certe occasioni diceva ai medici di non recarsi da loro per ottenere una cura, ma semplicemente per fare conversazione. Si mostrò sempre serena, accettando di buon grado ogni sofferenza fisica. La sofferenza, del resto, rientra in tutta una lunga tradizione di mistica del dolore, quale strumento di redenzione e di sacrificio ideale da offrire a Dio. Alla figlia Anna Maria Natuzza raccontò una volta che in una delle sue tante “conversazioni” con entità celesti, Gesù le avrebbe detto: “Ecco perché tu devi soffrire: per salvare le anime, particolarmente quelle dei sacerdoti.” E la Madonna a sua volta avrebbe aggiunto: “Se non fosse per voi anime vittime e per i bambini innocenti, Gesù avrebbe scatenato la sua ira.” Sentendosi investita di questa missione salvifica, Natuzza si lasciò consumare lentamente da quella sofferenza su cui gravavano tutti i mali del mondo, e intese spendere la sua intera esistenza al servizio del prossimo; con la sua porta sempre aperta, con un sorriso e una parola di conforto per tutti. Non volle mai ricevere alcun compenso di qualsivoglia natura. Con le offerte che comunque arrivavano, nel 1987 costituì a Paravati l’associazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”, poi divenuta fondazione. Alla guida di questa fece costruire un nuovo santuario mariano, il centro di servizi per la persona “San Francesco di Paola” e il centro anziani “Pasquale Colloca”, dove, alle 5 del mattino dell’1 novembre 2009, a seguito di un blocco renale, si spense.

Cos’altro potremmo aggiungere a una siffatta storia? Forse nulla. Chi c’era o cosa agiva dietro tutto questo, non potremo mai più saperlo. Perché ormai la storia di Natuzza ha preso il volo, è divenuta narrazione, venerazione, esaltazione.  Molte altre cose si dicono sul suo conto; e com’era prevedibile altri eventi prodigiosi vanno man mano a sommarsi, senza che ci sia la possibilità di poterli verificare volta per volta. Quando ci si trova di fronte a una figura simile più nulla è impossibile, tutto può risultare credibile. Soprattutto perché siamo nella sfera dello spirituale, in cui entrano in gioco tante aspettative, tante emozioni, tante suggestioni. I libri che si occupano di lei hanno tutti un tono apologetico che non va oltre il genere agiografico. I medici che accreditano la soprannaturalità delle sue manifestazioni, a ben guardare, sono quasi tutti credenti cattolici. Al di là di tutti i condizionali che potremmo usare sull’intera vicenda terrena di Natuzza Evolo, restano però le suggestioni di quel suo mondo, sorta di “terza dimensione” sospesa tra la terra e il cielo; resta l’idea di un altrove in cui tutto può accadere, e dove i vivi, i morti, gli angeli, i santi, Cristo e la Madonna possono arrivare a sfiorarsi. Queste immagini mentali valgono forse più di quei lembi di stoffa scritti e disegnati col suo sangue; almeno per un credente. E questo sebbene, da un punto di vista squisitamente teologico, quella di Natuzza Evolo sia tutto sommato una spiritualità spicciola, emotiva, intrisa di pietà popolare, fatta di rosari e di santini: perfetta per alimentare l’ennesima meta di turismo religioso. Una spiritualità in definitiva che vola raso terra, ben lontana dagli slanci, dalla poesia, dalle alte vette dello spirito raggiunte dai grandi mistici della storia, come Teresa d’Avila e Giovanni della Croce.

Fortunata Evolo non acconsentì mai a essere messa sotto stretta osservazione medica, nei momenti in cui si verificavano i fenomeni delle stigmate e delle emografie; non disponiamo perciò di un vero e proprio parere scientifico a riguardo. Si possono fare solo supposizioni: lesioni autoinflitte? Affezioni dermatologiche aggravate da stati di autosuggestione? Particolari fenomeni psicosomatici? Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Pseudoscienze) fa notare che nessuno ha mai potuto effettuare un’osservazione ininterrotta dei fenomeni della signora Evolo nel loro verificarsi. Pertanto, tutti i reperti esibiti come prove, come ad esempio i fazzoletti recanti le famose emografie, non hanno, dal punto di vista scientifico, alcun valore effettivo. Per quanto riguarda invece le presunte apparizioni dei defunti, propone la seguente riflessione: «Il lettore provi a riflettere su cosa proverebbe di fronte a qualcuno che affermasse di vedere lo spirito di un proprio caro morto. E se lo spirito apparso fosse quello di Napoleone? Presumibilmente si avrebbero due impatti emotivi diversi nei due differenti casi. Lo spirito del parente defunto susciterebbe di certo una serie di emozioni suggestive basate su vecchi ricordi e la voglia di rivedere o risentire il proprio caro. Questo stato psicologico indurrebbe a dare un briciolo di autenticità alla visione. Lo spirito di Napoleone, invece, non generando alcuna particolare emozione, sarebbe probabilmente interpretato come un’allucinazione.»

Ma questo nulla toglie alla singolare storia di Fortunata, e nulla cambierà per tutte quelle persone che l’hanno amata, e per le quali lei resterà Mamma Natuzza.

Giuseppe Maggiore


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