ROSA WINKEL | Gli uomini con il triangolo rosa | una testimonianza di Heinz Heger

Read Time9 Minutes, 20 Seconds

di Maria Dente Attanasio

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

SFOGLIA LA RIVISTA

Quello di Heinz Heger è solo uno pseudonimo. Il protagonista della drammatica vicenda (personale e collettiva) ricostruita nel libro Die Manner mit dem rosa Winkel (Gli uomini con il triangolo rosa), pubblicato per la prima volta nel 1972, è in realtà il viennese Josef Kohout (1917-1994); autore materiale del testo, efficace mediazione tra documento storico e autobiografia romanzata, fu il suo compagno Hans Neumann. Kohout scelse di cautelarsi con un nome fittizio perché in Germania nel ’72 (anno di pubblicazione del libro) l’omosessualità era ancora considerata un reato (diversamente dall’Austria dov’era stata depenalizzata l’anno precedente).

Nel 1934, con il famigerato Paragrafo 175, il nazismo aveva inasprito pesantemente le norme penali nei confronti delle persone omosessuali. Nei campi di concentramento, com’è tristemente noto, non patirono solo gli ebrei, ma anche molte altre cosiddette minoranze. Sull’Omocausto si è scritto tanto in questi ultimi anni, ma le reali proporzioni del fenomeno continuano a dividere gli storici. Gli internati contrassegnati con il triangolo rosa furono centinaia di migliaia, e pochi ne uscirono vivi; «…le poche vittime rimaste in vita – scrive il nostro testimone – hanno preferito tacere riguardo alla loro prigionia nei lager, chi per vergogna, chi per paura.» Terminata la guerra a questi sopravvissuti, considerati alla stregua di criminali comuni, venne negato ogni risarcimento. L’autore sceglie di tutelarsi da quelle che definisce «le nuove autorità democratiche» di Austria e Germania, nei primi anni Settanta ancora sostanzialmente discriminanti verso le persone omosessuali. Ne Gli uomini con il triangolo rosa (Edizioni Sonda, 2019, con contributi storici di Giovanni Dall’Orto) è narrata la via crucis di un giovane omosessuale viennese deportato nei lager nazisti dal 1939 al 1945, e miracolosamente sopravvissuto.

Vienna, marzo 1939. Josef ha ventidue anni ed è un tranquillo studente universitario destinato alla carriera accademica. Pratica sport, si disinteressa di politica e non è iscritto a nessuna associazione studentesca filonazista. Figlio di un onesto funzionario ministeriale, è cresciuto in una famiglia alto borghese rigidamente cattolica ma pacificamente tollerante verso altre tradizioni e culture. Un venerdì, all’ora di pranzo, un agente bussa alla porta di casa Kohout per consegnare a Josef un foglio prestampato con l’ingiunzione di presentarsi al quartier generale della Gestapo presso Morzinplatz per un interrogatorio. Il giovane, totalmente ignaro delle motivazioni di questa convocazione, si presenta alla centrale, lontanissimo dall’immaginare che sarebbe rincasato solo dopo sei anni. Seduto di fronte all’agente delle SS apprende, con sommo stupore, d’essere accusato del reato di omosessualità. Ad incastrarlo una cartolina, evidentemente finita nelle mani sbagliate, con su scritto: «Al mio amico con eterno amore e affetto sincero!» L’aveva scritta a Fred, suo compagno di studi e suo innamorato. Josef tenta di negare, ma inutilmente. Lo stesso giorno venne trasferito in una cella del carcere di polizia sulla Rossauerlande. Il processo, molto sbrigativo, si tenne due settimane dopo. Secondo il Paragrafo 175 della legislazione tedesca, in vigore anche in Austria, Josef venne condannato da un tribunale austriaco a sei mesi di detenzione, per «presunte pratiche omosessuali ripetute». Il procedimento verso l’altro imputato venne invece sospeso (Fred era figlio di un alto papavero del regime). Josef sconta la condanna ma invece di essere rilasciato viene spedito «per ragioni di sicurezza» in un campo di concentramento. «…Fu un colpo terribile per me, perché sapevo da altri detenuti (…) che nei campi di concentramento i finocchi come me, così come gli ebrei, venivano torturati e presumibilmente ben pochi di loro sarebbero ritornati. Ma allora non potevo o non volevo credere a queste voci: pensavo che si trattasse di esagerazioni e di descrizioni eccessivamente lugubri, fatte al fine di inquietarmi. Purtroppo si sarebbero rivelate vere.»

Nel gennaio del 1940 Josef viene caricato su un treno con vagoni bestiame e condotto al campo di concentramento di Sanchsenhausen-Oraniemburg. Durante il viaggio, durato tredici giorni, subisce ripetuti stupri punitivi da parte di altri prigionieri. A Sanchsenhausen, «il campo delle torture e delle sevizie», comincia per Josef una vera e propria discesa agli inferi. Qui, tra botte e insulti, riceve subito il triangolo di stoffa colorata da cucire in bella vista sulla divisa carceraria. Triangolo giallo per gli ebrei, rosso per i prigionieri politici, verde per i criminali comuni, marrone per gli zingari, nero per gli asociali, azzurro per gli emigrati, lilla per i Testimoni di Geova, e più grandi di circa tre centimetri quelli rosa per gli omosessuali, affinché i warmer Bruder (i froci, letteralmente i “fratelli caldi”) fossero riconoscibili anche da lunghe distanze. I trattamenti più brutali e disumani, come Josef poté appurare fin dal primo giorno di permanenza al campo, erano riservati ai triangoli gialli, rosa e marroni. «Venivano definiti la feccia dell’umanità, si diceva loro che non avevano alcun diritto di vivere sul suolo tedesco e che dovevano essere sterminati: queste erano le parole che il Lagerkommandant e i suoi aiutanti ripetevano spesso e volentieri. Ma in assoluto, la feccia più lurida eravamo noi, gli uomini con il triangolo rosa.»

A Sanchsenhausen Josef subisce tutto quello che un essere umano può subire. Ogni sorta di umiliazione fisica e morale. Gli omosessuali imprigionati nel «blocco frocio» appartenevano alle categorie sociali più disparate, dal manovale al professore universitario, tutti stimati e ordinari cittadini che fino a pochi giorni prima conducevano pacificamente la loro vita. Ora, rinchiusi in questo «crogiolo della vergogna e della sofferenza» per il solo fatto di essere omosessuali, andavano incontro a un comune destino: l’annientamento attraverso il lavoro, la denutrizione e ogni sorta di abuso. Come specifica il nostro testimone, tra questi «non c’erano corruttori di minori, cioè omosessuali che avevano avuto rapporti con bambini o ragazzi: questo tipo di detenuti doveva portare il triangolo verde.» Agli omosessuali era riservato un odio puro, quasi che la natura stessa l’avesse sancito. Ferma decisione del Terzo Reich era che tutti gli omosessuali dovevano essere sterminati e, preferibilmente, dopo la somministrazione di estenuanti torture. Le SS svolsero le loro mansioni con «gioia sadica» ricorrendo spesso alle bastonature sul cosiddetto «cavalletto», strumento di tortura simile a una panca «sul quale il detenuto veniva fatto stendere bocconi e legato in modo tale che il busto, la testa e le gambe fossero inclinati verso il basso mentre il sedere restava esposto in posizione più alta, infine le gambe venivano tirate in avanti e legate: la posizione era già di per sé una tortura, ma quando iniziavano i colpi diventava un supplizio.» Josef riferisce di un sadico Lagerführer che si masturbava assistendo alle punizioni sul cavalletto. SS e kapò godevano tanto nell’infierire quanto nell’uccidere. Josef assiste quotidianamente alla sofferenza e alla morte dei suoi compagni di sventura, rischiando in più occasioni di rimetterci la pelle. Per far posto ai continui arrivi di omosessuali prelevati da tutto il territorio del Reich le SS perpetravano con compiaciuto zelo il loro «diabolico meccanismo di annientamento». Per ogni omosessuale che finiva nel crematorio un altro faceva il suo ingresso nel campo, e così per tutte le altre categorie di indesiderati.

Deciso a sopravvivere Josef adotta la sola strategia possibile: concedersi sessualmente ai vari kapò per assicurarsi protezione. «Dopo qualche esitazione accettai, poiché il mio istinto di sopravvivenza era più forte della mia dirittura morale. Mi condanni pure chi vuol farlo, ma la vista dei miei compagni di prigionia fucilati e feriti a morte ebbe su di me un effetto sconvolgente e avevo paura, una paura terribile: perché mai non avrei dovuto utilizzare una chance che, pur degradandomi, mi avrebbe salvato la vita?» Nel maggio del 1940 Josef viene trasferito insieme ad altri detenuti nel campo di Flossenbürg, nello Steinpfalz, situato tra la Baviera e l’Alto Palatinato. Qui la sua prigionia si è protratta fino alla liberazione da parte delle truppe Alleate nel 1945. Anche a Flossenbürg Josef si lega a un kapò che gli procura un lavoro d’ufficio e razioni supplementari di cibo. Ed è grazie all’intercessione di questo kapò che riesce ad evitare in extremis la punizione del cosiddetto «albero», uno strumento di tortura con esiti spesso letali. Consisteva in «un palo robusto conficcato nel terreno, con un gancio a circa due metri d’altezza a cui veniva appeso il detenuto con le mani legate dietro la schiena. A quel punto il peso del corpo finiva per gravare tutto sulle articolazioni delle braccia, così che immediatamente le forze venivano a mancare e le spalle si slogavano, provocando dolori atroci.» Nell’estate del ’43 Himmler (il capo delle SS) diede ordine di aprire un bordello per detenuti nel campo di Flossembürg. Come prostitute furono arruolate prigioniere del campo femminile di Ravensbrück, per lo più ebree e zingare. Gli omosessuali furono obbligati a frequentarlo per guarire dal malsano orientamento. Verso la fine del ‘43 Himmler, in ossequio al piano di «eliminazione dei deviati sessuali», propose ai detenuti omosessuali la castrazione volontaria: «chi di noi si fosse fatto castrare mantenendo una buona condotta sarebbe stato rilasciato». Tenacemente aggrappato al suo istinto di sopravvivenza Josef Kohout riesce a tener duro fino alla liberazione del marzo ’45.

Al suo rientro a Vienna apprende che il padre si era tolto la vita nel ’42. Il ritorno alla normalità si rivela fin da subito un percorso lento e doloroso. Dopo sei anni di barbarie Josef si ritrova nella sua camera di studente, circondato dai vecchi libri universitari. Solo vent’anni dopo, alla metà degli anni Sessanta, troverà la forza e il coraggio di raccontare per filo e per segno la sua esperienza, la sua discesa agli inferi. «…cosa avevo fatto per dover espiare a quel modo? Ero così depravato, un così pericoloso sovversivo? Avevo amato un amico, un uomo, non un minorenne, ma un adulto di ventiquattro anni! Non riuscivo a trovare in ciò niente di terribile o di immorale.» Gli uomini con il triangolo rosa, pubblicato per la prima volta nel ’72 e poi tradotto in moltissimi paesi, è stato un testo fondamentale per la comunità omosessuale e lo è ancora oggi per tutto il mondo civile. È una testimonianza, scrive Giovanni Dall’Orto «che ha colpito l’immaginazione degli omosessuali di tutto il mondo, permettendo loro di identificarsi in quella tragedia apparentemente così remota nel tempo e nello spazio.»

Il triangolo rosa di Josef Kohout è conservato presso lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington.

In appendice un saggio di Giovanni Dall’Orto sulla condizione degli omosessuali in Italia durante il fascismo.

Maria Dente Attanasio


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

Copyright 2019 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

 

LEGGI ANCHE:

TUTTA UN’ALTRA STORIA | L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra | Un saggio di Giovanni Dall’Orto

WARME BRÜDER | I Fratelli caldi della Berlino prehitleriana

LA NAZIFICAZIONE DELLA STORIA | Il nazismo e l’Antichità | Un saggio di Johann Chapoutot

HEIDEGGER E GLI EBREI | Bollati Boringhieri

L’INDIMENTICABILE | La selva dei morti | Una testimonianza di Ernst Wiechert

6.000.000 | La Shoah in 100 mappe | Un saggio di Georges Bensoussan, con cartografie di Mélanie Marie (Leg, 2016)

Berlino 1933 | LA SEDUZIONE DEL CAMERATISMO | Un tedesco contro Hitler | Una  testimonianza di Sebastian Haffner

IL RITORNO DEL PRIGIONIERO| La pelle e le ossa | Riscoprire Georges Hyvernaud

LA TRILOGIA STÜRMER | Educare all’odio | L’antisemitismo nazista in tre libri per ragazzi

REQUIEM PER MATTHEW | A vent’anni dalla morte le ceneri di Matthew Shepard trovano degna sepoltura

0 0

About Post Author

Rispondi

Next Post

STIGMATE | Se credi nei miracoli questi cominciano ad accadere

Gio Apr 25 , 2019
di Giuseppe Maggiore Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019 SFOGLIA LA RIVISTA La storia del cristianesimo è essenzialmente una storia scritta col sangue. Quel sangue versato da Cristo per primo sulla croce e, dopo di lui, dalla moltitudine di martiri cristiani ricordata nelle cronache ecclesiastiche. C’è il sangue versato da tutti coloro che, non contemplati in nessun […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: