LE AMBIZIONI BORGHESI | Per ingrandirsi | un racconto di Octave Mirbeau

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Nel breve racconto Per ingrandirsi (Pour s’agrandir, in La Pipe de cidre, E. Flammarion, 1919) Octave Mirbeau denuda tutta la meschinità e la ristrettezza delle ambizioni borghesi.

Protagonista, in un paesello imprecisato della vasta provincia francese, è una famiglia agiata e ordinaria della seconda meta del XIX secolo: i Pasquain. Trovandosi troppo ristretti nella loro piccola casa in place de l’Eglise, i Pasquain decidono di fare il grande salto, ovvero di acquistare «una più vasta proprietà che vagheggiavano da gran tempo.» Questa necessità di ingrandirsi, di allargarsi, faceva il paio con il desiderio di nobilitarsi all’occhio sociale, per elevarsi dalle gerarchie più basse del loro ceto d’appartenenza. Dopo lunghi ragionamenti la scelta cade su una dimora ritenuta convenientemente signorile, un tempo appartenuta all’intendente di una nobile famiglia. Il presepio che si accinge al glorioso trasloco è composto da Monsieur Jules Pasquain (di professione merciaio), da sua moglie Madame Sidonie (dispotica padrona di casa), dalle due figlie («zitelle allampanate» in cerca di un buon partito) e da due domestici. L’acquisto del nuovo immobile, dal costo quasi proibitivo, certo molto impegnativo per le loro tasche, era stato preceduto da tutta una serie di riflessioni ed esitazioni. Infatti, prima di firmare il contratto notarile, i coniugi – incerti e titubanti, timorosi di commettere un’imperdonabile imprudenza – avevano soppesato per mesi e mesi i vantaggi e gli svantaggi dell’affare che si stavano apprestando a concludere, valutando ora questo e ora quello, misurando l’altezza dei soffitti, la solidità dei muri, la larghezza delle finestre, il tiraggio dei camini e finanche la profondità degli armadi a muro. Alla fine, agita da un’impennata d’impulsività, è Madame Sidonie a sollecitare le trattative, proprio lei che generalmente non aveva mai saputo prendere decisioni definitive.

Dopo aver varcato una grande cancellata di ferro battuto e percorso un lungo viale di carpini costeggiato da un frutteto e dai resti d’una antica fontana, ecco apparire l’elegante dimora, bianca e imponente, con grandi finestre centinate e coronata da un alto tetto d’ardesia. Entusiasti e carichi di aspettative i Pasquain si insediano nel loro nuovo domicilio, nella convinzione d’essersi finalmente sollevati «d’un grado al disopra dei minuscoli borghesi non gerarchizzati.» Le figlie – specie la maggiore, mademoiselle Gertrude, che aveva sempre manifestato spiccati «gusti aristocratici» – si adattarono alla nuova dimora assumendo subito «delle arie più altezzose, delle maniere più complicate e posando da gran dame, cosa che i vicini giudicarono, del resto, naturale e obbligatoria. Bisognava ben fare onore a una così bella proprietà.» Con questi requisiti, ora sì che potevano ben sperare di contrarre un matrimonio vantaggioso. Un’intraprendenza andata a buon fine quella dei Pasquain. Ora, allestiti con cura gli arredi e adottato il giusto atteggiamento d’alterigia, non restava loro che godere della nuova posizione di prestigio.

Dopo qualche tempo, però, negli equilibri della famiglia qualcosa si incrina. Madame Sidonie, la padrona di casa, comincia a sentirsi «schiacciata dalla sua arditezza». A subentrare in lei, nello stupore generale dei suoi familiari, è un vago senso di inadeguatezza, la sensazione d’essersi addossata «un compito troppo pesante», non consono alle sue reali possibilità. Se la sarebbero davvero potuta permettere quella dimora da gran signori? Avevano fatto la scelta giusta a trasferirsi lì? «Quella risoluzione irreparabile, che tagliava corto alle riflessioni, alle obiezioni, alle esitazioni, ai ma, ai se, ai perché, le parve una sorpresa violenta, una criminosa effrazione della sua volontà.» Eccola sfogarsi col marito: «…Una casa così grande! (…) Ah! Mio Dio! Che cosa faremo là dentro?» Agitata e in preda al panico la donna minaccia di voler rescindere il contratto notarile, ma il marito le ricorda, codice alla mano, che non si può, che un contratto è un contratto, irrevocabile per sua natura. Il merciaio, pacato e bonario capofamiglia, tenta di ricondurre sua moglie alla ragione: le ricorda che la scelta di trasferirsi in una dimora più comoda e signorile era stata ben ponderata, che le figlie ne erano entusiaste e che non c’era davvero motivo di temere alcunché. Intenerita dalla gioia manifestata dalle figlie Madame Sidonie si tranquillizza. «Dal momento che le ragazze son contente… Che cosa domando io se non che le nostre figliuole siano felici?…Tutto il resto è nulla. Confesserai ad ogni modo che siamo stati troppo precipitosi: non è stata una cosa prudente…» Tuttavia, a distanza di poco, la donna torna vittima della sua preoccupazione. Per una casa così grande due domestici non saranno sufficienti, dice al marito, che prontamente le propone di assumere una servetta in più. Con il passare dei giorni il malcelato disagio palesato dalla signora Pasquain degenera in un delirante vagabondare di stanza in stanza; stranita da quell’eccesso di pretenziosità che, a differenza di marito e figlie, proprio non riesce a metabolizzare, comincia ad intavolare «strani colloqui» con gli oggetti e gli arredi della casa. Poi un mattino, quando la famiglia è riunita al tavolo della colazione, dichiara con tono risoluto e con l’aria di chi ha riflettuto a lungo: «Bisognerà fare delle grandi economie. (…) niente più spreconerie, niente più superfluità! Non siamo mica milionari noialtri…» Con tirannico dispotismo, facendo appello a tutta la sua autorità di moglie e di madre, la signora Pasquain obbliga i suoi familiari a liberarsi di tutti gli emblemi del lusso borghese: via il salotto, via il pianoforte, poi via gli oggetti e le cianfrusaglie, via il cavallo, via la carrozza, via i domestici… Bisognava fare economia. «…Sì, sì… niente ingombri, niente cianfrusaglie!… Le ho in orrore! Ho in orrore le cose inutili.» Lei si sarebbe occupata della cucina, il marito del giardino e a rassettare la casa ci avrebbero pensato le figlie. Queste, vedendosi improvvisamente declassate da dame a serve, tentarono di protestare, ma inutilmente. «Niente è vostro, qui, capite?» si sentirono rispondere. Anche le obiezioni del marito: «Non abbiamo mica comprato questa casa per poi privarci di tutto quanto ci fa comodo!» furono prontamente zittite. Le privazioni non si fermarono qui: fu deciso che non si sarebbe più acceso il lume nel corridoio, poi venne soppressa una portata nel menù della cena, niente più abbonamenti a riviste mondane, niente più legna da ardere nel camino ma solo comune carbone, «insomma niente più si sarebbe conservato di tutto quello che formava il loro piccolo benessere e il loro modesto lusso.» Svuotata dei vessilli che contrassegnano lo status degli altolocati la dimora finisce per denudare impietosamente i suoi occupanti. Borghesi piccoli piccoli, agiti da ambizioni altrettanto effimere. Non resta che l’essenziale a testimoniarne il vuoto intellettuale e morale. Per le stanze, rese sgombre, disadorne e inospitali, ora sembra che si muovano solo labili fantasmi, esistenze vacue e trasparenti. La dimora borghese si rivela infine per quello che è: null’altro che una scatola vuota incartata con un fiocco vistoso. «E una mattina nella grande casa, quasi vuota, essi entrarono silenziosi e malinconici, prima la signora Pasquain, quindi suo marito e poi le due figliole. Le aste pubbliche avevano sparpagliato ai quattro angoli del paese il loro mobilio, le loro abitudini, le loro piccole comodità quotidiane… Qua e là non restava che qualche cassettone, qualche sedia, una tavola, due letti.»

La Madame Pasquain di Mirbeau, figura grottescamente simbolica, incarna la crisi identitaria del ceto borghese. Più che signora della casa (custode d’un patinato focolare domestico) è lo specchio che riflette l’imbellettata miseria dei suoi familiari. La sua tormentata inadeguatezza, la sua incapacità di calarsi nel nuovo stile di vita, non sono che il rovescio dell’illusorio prestigio sociale vagheggiato dai suoi familiari. Più che ingrandirsi, come recita il titolo (alludendo per esteso al gonfiarsi, al pavoneggiarsi), la famiglia Pasquain va in realtà incontro a una progressiva contrazione, a un livellamento. L’architettura kitsch della tronfia dimora, «specie di castello» con la nicchia rivestita di conchiglie e i finestroni centinati, d’un lusso modesto e fasullo, è perfettamente speculare ai risibili e provinciali sogni di grandezza degli incolti inquilini. I Pasquain sono la quintessenza della pacchiana medietà borghese. «Borghesia – scriveva il filosofo e aforista colombiano Nicolás Gómez Dávila – è qualunque insieme di individui scontenti di ciò che hanno e soddisfatti di ciò che sono.» In questo racconto, tanto breve quanto eloquente, Mirbeau opera uno dei suoi più sottili ed efficaci smascheramenti della società borghese. Come Fleury e Gaudon, gli odiosi e accidiosi protagonisti del racconto crudele Due amici s’amavano, anche i Pasquain – incapaci di nutrire sane ambizioni e veri slanci – incarnano un’ordinarietà che rasenta la stucchevolezza. Nell’epilogo, la dimora tanto agognata e poi abbandonata si staglia desolata come un freddo sepolcro.

«Ed era così squallida quella casa, quegli stanzoni freddi e arcigni, quelle ampie finestre nude, da cui si scorgeva il giardino con le aiuole pelate e i viali in abbandono, ch’essi si misero a piangere, come quattro povere bestie…»

Nei Contes cruels (Racconti crudeli) – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Octave Mirbeau sguinzaglia un nutrito campionario di bestialità umane, rivelando a chiare lettere quel che dell’uomo (della sua proverbiale propensione al male) tanta letteratura ha preferito tacere. Il racconto Per ingrandirsi è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: Per ingrandirsi, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920). Per ogni approfondimento sulle opere di Octave Mirbeau è possibile consultare su internet il portale “Studi Mirbelliani Italia”.

Massimiliano Sardina


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