LA GRANDE ASSENTE … ricordando Mia Martini

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di Sandro Bianchi – discografia a cura di Antonella Partipilo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Una voce, quella di Mimì, «…che splende come un diamante in mezzo al cuore.» Una voce insieme passionale e dolorosa, potente e indifesa «…come l’acqua di mare». Riascoltarla muove sempre emozioni profonde. Sono trascorsi quasi venticinque anni dalla sua scomparsa – avvenuta il 12 maggio del 1995, a soli 47 anni, in quel di Cardano al Campo – e da allora sono state davvero numerosissime le iniziative discografiche, editoriali e televisive che ne hanno tramandato la grandezza, avvicinandola anche alle nuove generazioni. Le ultime emissioni targate 2019 sono le compilation Mimì (su etichetta Brioche, edito nei supporti cd e vinile) e Io sono la mia musica (BMG), un box antologico di 4 cd con 59 brani. Quest’ultimo, curato da Menico Caroli, ripercorre i brani più rappresentativi del repertorio di Mia Martini, in un arco temporale compreso tra il 1971 e il 1994. Emerge, prepotente, il ritratto di un’artista a tutto tondo, capace di sperimentare strade sempre nuove senza mai perdere di vista il faro dell’ispirazione.

Mia Martini (all’anagrafe Domenica Bertè), nasce a Bagnara Calabra il 20 settembre 1947, secondogenita di quattro figlie. L’amore per la musica l’accompagna fin dall’infanzia. Nel 1963, a soli sedici anni, incide i primi 45 giri con il nome Mimì Bertè. Per la piccola etichetta Car Juke-Box escono: I miei baci non puoi scordare, Insieme, Il magone, Ed ora che abbiamo litigato e Come puoi farlo tu, oggi ricercatissimi nel mercato collezionistico. La voce è ancora acerba, i brani giovanili e commerciali, siamo ancora lontani dal debutto vero e proprio. Determinante, anni dopo, si rivelerà l’incontro con il produttore discografico (e fondatore del Piper Club di Roma) Alberigo Crocetta. Questi, fiutatone il talento, decide di lanciarla sul mercato internazionale e le affibbia il nome d’arte Mia Martini (in quegli anni il drink al Martini era molto in voga all’estero come specialità italiana). Siamo agli inizi degli anni Settanta. Mimì Bertè diventa dunque ufficialmente Mia Martini. Al contempo si evolve anche la sua immagine, giocata su un colorato e spensierato look tzigano, con gonne ampie, fantasie floreali e cappelli a falde larghe. «…Dov’è Mimì, dagli enormi cappelli, che folli giorni quelli…» avrebbe poi cantato l’amico Renato Zero ne La grande assente (1998).  Nel 1971 esce il 45 giri Padre davvero (testo di Antonello De Sanctis e musica di Piero Pintucci), il primo disco pubblicato con il nome Mia Martini. Il testo, incentrato sul conflitto padre-figlia, fu giudicato “dissacrante” dai censori della RAI, che imposero alcuni cambiamenti nelle strofe durante un’esibizione televisiva. A novembre esce il primo album: Oltre la collina. Di qui in avanti il successo fu tutto un crescendo, tanto in Italia quanto all’estero. Nell’ottobre del ’72 esce il secondo album Nel mondo, una cosa, che contiene Piccolo uomo (di Baldan, Lauzi e La Bionda) e l’intensa Valsinha (di Vinìcius de Moraes e Chico Buarque De Hollanda); il disco ottiene un grande successo commerciale e si aggiudica il Premio della Critica Discografica come miglior album dell’anno.

Nel ‘73 è la volta di Minuetto (brano-manifesto di Mia Martini, scritto da Franco Califano e Baldan). Nel corso degli anni Settanta Mia Martini inanella tantissimi brani di successo (basti citare Inno, Al mondo, Per amarti), raggiungendo una vastissima popolarità anche fuori dall’Italia. Nel ‘77 collabora per la prima volta con il cantautore genovese Ivano Fossati, che scrive per lei tutte le canzoni dell’album Danza (1978). Perla dell’album (nono disco di inediti di Mimì) è la struggente La costruzione di un amore. Tra i due nasce un sodalizio anche sentimentale. Dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta l’artista diventa vittima di odiose maldicenze. Qualcuno, non si sa bene chi con esattezza, mise in giro la voce che Mia Martini portasse sfortuna; la maldicenza crebbe a tal punto da creare terra bruciata intorno all’artista, procurandole seri problemi sia sul versante umano che professionale.

A causa di due interventi alle corde vocali la cantante resta lontana dalle scene fino al 1981, anno in cui pubblica il suo decimo album intitolato Mimì. Il disco contiene due dei brani più rappresentativi del suo repertorio: E ancora canto e Ti regalo un sorriso (entrambe scritte dalla stessa Mimì). Nel 1982 partecipa al Festival di Sanremo con E non finisce mica il cielo, scritta da Ivano Fossati. A novembre dello stesso anno esce l’album Quante volte… ho contato le stelle, seguito l’anno dopo da Miei compagni di viaggio. Verso la fine del 1983, stanca delle continue maldicenze, l’artista decide di ritirarsi dalle scene. Furono anni difficili per Mimì, anche sul piano economico. L’isolamento, il ritiro in campagna, furono una sorta di percorso obbligato. Poi, sei anni dopo, nel 1989, grazie all’intervento dell’amico di sempre Renato Zero, Mimì si presenta sul palco del Festival di Sanremo spiazzando tutti con Almeno tu nell’universo. Il resto è storia. Quest’anno Mia Martini è stata oggetto di un mediocre e fumettistico biopic andato in onda su Rai uno; la fiction ha veicolato un’immagine falsata ed edulcorata di Mia Martini, riducendola a una patetica fumatrice accanita, a un’anima instabile in perenne crisi esistenziale. Non stupisce che i cantautori Fossati e Zero non abbiano voluto parteciparvi in alcun modo.

Sandro Bianchi


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