IL DESTINO DI OTTO SILBERMANN | Il viaggiatore | un romanzo di Ulrich Alexander Boschwitz

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di Marco Castelli

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Da Berlino a Dortmund, poi Acquisgrana, Amburgo, Hannover, Magdeburgo, Dresda, Lipsia, Kustrin, Monaco… Otto Silbermann, ricco commerciante ebreo tedesco, non viaggia per affari o per diletto, lo fa per necessità. Anzi non viaggia, si sposta. La sua fuga di stazione in stazione su e giù per le ferrovie del Reich ha avuto inizio il 10 novembre 1938, il giorno dopo la drammatica Notte dei Cristalli, e si è protratta per un’intera disperata settimana. I pogrom nazisti lo hanno trasformato in un fuorilegge, in un delinquente, in un nemico della Germania. Più che un reisender (un viaggiatore), Silbermann è un emigrato, un clandestino nella sua stessa patria. Attraverso Otto Silbermann – figura letteraria che in sé assomma tutta una categoria di collettività condannata al medesimo destino – lo scrittore ebreo tedesco Ulrich Alexander Boschwitz dà sfogo alla sua drammatica vicenda personale.

Figlio di un commerciante ebreo tedesco convertito al cristianesimo e di una pittrice originaria di Lubecca, Boschwitz nasce a Berlino nel 1915. All’età di vent’anni, nel ’35, si vede costretto ad allontanarsi dalla Germania colpita dall’emanazione delle Leggi razziali. Ripara prima in Svezia e poi in Norvegia; è qui che scrive il suo primo romanzo Menschen neben dem Leben, pubblicato in lingua svedese nel ’37 sotto lo pseudonimo di John Grane. Si sposta poi a Parigi, dove riesce a studiare per qualche mese alla Sorbona. Quando gli giunge notizia dei pogrom del novembre ’38 inizia subito a scrivere quello che poi diventerà in meno di un mese Il viaggiatore. Quest’opera costituisce secondo Peter Graf «il primo documento letterario di quelle atrocità». Nella primavera del ’39 il romanzo viene pubblicato in Inghilterra e l’anno successivo negli Stati Uniti. In seguito Boschwitz decide di rielaborarlo ampiamente con l’intenzione di pubblicarlo (in una versione definitiva) in Germania, ma purtroppo non riesce a terminare la revisione della seconda parte. Nel ’39, insieme alla madre, viene prima internato in Inghilterra e poi, nel luglio del ’40, deportato in Australia. Nell’ottobre del ’42 tenta di rientrare in Europa, ma la sua nave viene affondata dalla marina tedesca. Boschwitz muore a soli ventisette anni. L’oceano inghiotte anche il manoscritto revisionato del suo ultimo romanzo.

Al grido di «Apri, ebreo!» le SS hanno fatto irruzione nella sua bella dimora di onesto e agiato commerciante, stravolgendo completamente la sua vita e quella di sua moglie. Quest’ultima (certificata ariana) si rifugia da un parente a Kustrin, mentre a lui non resta che una disperata fuga nella speranza di riuscire a superare il confine tedesco. Prima della paura agisce in lui l’incredulità. «Non è possibile! Non si trascinano persone oneste e innocenti via dalle loro case! Come si può fare una cosa del genere!» Scrive a suo figlio, che vive a Parigi, supplicandolo di procurargli un visto per l’espatrio, ma inutilmente. Per racimolare denaro tenta di svendere tutto ciò che possiede, la sua casa, la sua attività commerciale, e si ritrova a trattare la sua unica possibilità di salvezza con sciacalli senza scrupoli, conoscenti ed ex soci in affari con i quali prima intratteneva rapporti di amicizia. Alla fine, dopo umilianti trattative, si ritrova nelle mani solo una valigetta con trentamila marchi, una miseria rispetto al valore reale delle sue proprietà, ma sa di non avere altra scelta. Con questa somma di denaro, potenzialmente utile a comprare i favori di chicchessia, Otto Silbermann vaga impaurito e senza meta da una città all’altra della Germania. Il pericolo di essere arrestato incombe in ogni istante.

Nel clima incandescente dei pogrom del novembre ’38 Otto Silbermann cerca di mimetizzarsi come meglio può. Sa che nulla del suo aspetto esteriore lo denota quale ebreo e ne è rincuorato, ma ugualmente ha paura di tradirsi, quindi tace e cerca in ogni modo di non dare nell’occhio. Acquista biglietti di seconda classe perché «il pensiero di poter attirare l’attenzione era diventato ossessivo. E poi non smetteva di chiedersi come darsi, nei gesti e nel comportamento, un aspetto il più possibile innocuo, visto che aveva la sensazione di avere stampata in faccia la sua inquietudine.» Niente vagoni-letto perché «sotto le coperte e nel sonno profondo, aveva pensato, si è totalmente inermi, alla mercé degli altri.» La migrazione del corpo, di stazione in stazione, trascina con sé una crescente crisi identitaria. «Ma chi o che cosa sono in realtà? si chiese. Sono ancora Silbermann, il commerciante Otto Silbermann? Non c’è dubbio, ma come ha fatto Otto Silbermann a cacciarsi in una situazione del genere?» Il suo reato non è qualcosa che ha commesso, ma qualcosa (di imperdonabile) che coincide con la sua stessa identità. Lo smarrimento fa il paio con una sensazione di straniamento. «E adesso dove vado? si chiese. Sapere dove andare è il minimo. Bisogna avere una meta. In Francia? Certo sarebbe la cosa migliore. Ma come superare il confine? Forse passando dalla Svizzera? Come se entrare in Svizzera fosse facile! Il Lussemburgo? No… (…) Dove dovrei andare? Dove posso andare?» Se non avesse avuto la J di «Jude» stampata in rosso sulla prima pagina del passaporto avrebbe potuto lasciare la Germania legalmente. Invece la sua involontaria ebraicità lo inchiodava lì e lo condannava senza possibilità d’appello. In un mondo dove «agli ebrei è vietato vivere»

Otto Silbermann ha due sole possibilità: consegnarsi al nemico o fuggire a oltranza. Sentendosi la morte alle calcagna sceglie di correre più in fretta di lei nella speranza di seminarla. «Fermarsi vuol dire affondare, impantanarsi. Bisogna correre, correre, correre (…) continuerò a viaggiare, viaggerò da una parte all’altra della Germania finché non ce l’avrò fatta. (…) Sopravvivere significa vincere. Non ci vuole molto a gettarsi nel primo crepaccio, mentre superare le montagne è un’arte. Vivere richiede coraggio. Per suicidarsi basta la disperazione.» Fugge come se fosse l’unico ebreo ad essere sfuggito alla cattura. Fugge come un soldato che è stato dichiarato dal suo stesso paese potenza nemica. Verso la sua gente avverte un senso di solidarietà ma anche di estraneità. «…Se non posso vivere in pace è perché esistete voi. E dal momento che esistete, mi trascinate con voi nella vostra comunità di sventura! Io non ho niente che mi renda diverso dagli altri, forse siete voi a essere diversi, e io con voi non ho niente a che spartire. Proprio così, se voi non ci foste, io non sarei perseguitato. E potrei continuare a vivere come un normale cittadino. Invece, dal momento che esistete, uccideranno me insieme a voi. Eppure non abbiamo niente in comune! (…) Trovava che pensare quelle cose non fosse dignitoso, ma continuava a pensarle» Più viaggiava e più i suoi pensieri diventavano tutt’uno con lo sferragliamento delle rotaie. Guardando fuori dal finestrino metteva a fuoco paesaggi ameni, graziose fattorie, realtà ordinate non intaccate dal nazionalsocialismo, immagini stucchevoli che ai suoi occhi non godevano più di alcuna credibilità: «È solo una scenografia, pensò. L’unica cosa vera è la caccia, la fuga.»

Nelle puntualissime ferrovie del Reich Otto Silbermann è più simile a un bagaglio che a un passeggero. «Nel nostro intimo abbiamo perso ogni sicurezza e la vita ormai è fatta solo della casualità di cui siamo in balia. Da soggetti siamo diventati oggetti.» Strisciando nel fango tenta di superare la frontiera belga ma viene scoperto e rispedito indietro. Tenta di corrompere le guardie con del denaro, giustificandosi: «Non è mica colpa mia se ho dovuto attraversare il confine illegalmente. Sono un perseguitato.», ma a nulla valevano le suppliche di un ebreo. «Immigrare legalmente in Paesi europei – scrive Peter Graf nella postfazione – diventò per gli ebrei un’impresa quasi impossibile. E altrettanto impossibile divenne ottenere un visto per gli Stati Uniti o il Sudamerica (…) Ed è proprio in questa situazione disperata che viene a trovarsi Otto Silbermann.» La situazione peggiora quando su un treno da Dresda per Berlino (ennesima non-destinazione del suo eterno andirivieni) subisce il furto della valigetta con i trentamila marchi. Denuncia il furto, illudendosi di poter ancor godere di una qualche forma di giustizia, ma finisce col mettersi in trappola da solo. In quanto ebreo Otto Silbermann può ambire a una sola destinazione: il campo di concentramento. La sua disperata fuga sta solo ritardando l’arrivo alla stazione prestabilita.

Con Il viaggiatore Boschwitz ci consegna, in netto anticipo rispetto ad altre testimonianze, un documento claustrofobico e unidirezionale. L’ebreo errante incarnato dal protagonista, prigioniero nel recintato “campo Germania”, è una pedina impazzita che ruota intorno al suo patibolo. Il romanzo, sorretto da una scrittura lucida e presaga, denuncia a chiare lettere la fase preliminare degli orrori nazisti, offrendosi come il primo documento letterario sull’inizio della grande catastrofe europea del Novecento.

«…E ora sono in viaggio. Treni si incrociano sfrecciando. Da lontano arriva lo stridore e il fischio delle locomotive e nello scompartimento accanto ridono voci estranee. Sui binari le ruote macinano sempre la stessa canzone: un palo del telegrafo e un altro ancora, un palo del telegrafo e un altro ancora, scappa… scappa. Questo è viaggiare? No! Perché si resta sempre fermi nello stesso posto…»

Peter Graf, già scopritore di Fratelli di sangue (romanzo di Ernst Haffner del 1932), si imbatte in questo testo di Boschwitz (ancora inedito nella sua lingua madre) grazie a un’indicazione di Reuella Shachaf. Ne legge una copia dattiloscritta (il manoscritto originale è conservato a Francoforte) e, ottenuto il consenso della famiglia, decide di revisionarlo per realizzarne una prima edizione tedesca. «Il testo – scrive Graf nella postfazione – mi ha catturato subito, ma era impossibile non accorgersi che il manoscritto non era mai stato revisionato e che un editing accurato avrebbe migliorato ulteriormente la qualità del romanzo.» Ed ecco che, a distanza di quasi ottant’anni, Der Reisende vede finalmente la luce «nella forma che merita». Sull’opera, prima testimonianza letteraria sui pogrom del ’38, si sono accesi i riflettori di ben venti paesi. Qui in Italia Il viaggiatore è stato pubblicato da Rizzoli nella traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli.

Marco Castelli


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