FENOMENOLOGIA DELL’ASINO | Un libro di Jutta Person

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di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 38 | marzo 2019

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Testardo, tonto, inamovibile, indolente, ma al tempo stesso docile, saggio e mite. Qualcosa non torna nella simbologia dell’asino. Nel corso dei secoli gli è stato affibbiato un po’ di tutto, anzi sarebbe meglio dire tutto e il contrario di tutto: paganesimo e sacralità, goffaggine ed eleganza, temerarietà e pavidità, obbedienza e riluttanza, vigore e passività,  impurità e nobiltà, stupidità e acume. Tutto questo non stupisce, visto che la sua vicinanza all’uomo e il suo progressivo addomesticamento vengono fatti risalire a circa 7.000-5.000 anni fa.

Nel suo accuratissimo saggio L’asino (Marsilio Storie naturali, 2019), la studiosa tedesca Jutta Person lo definisce il più ambivalente tra gli animali, una creatura capace di sommare in sé le connotazioni più varie, dalle più positive alle più negative. In sintesi, tutti i cliché legati alla simbologia dell’asino sono suscettibili di ribaltamenti. Più ordinata e meglio definita appare invece la sua classificazione zoologica, che lo colloca all’interno dell’ordine dei perissodattili e, nello specifico, nel genere equus della famiglia degli equidi, di cui fanno parte anche cavalli e zebre. E al cavallo è sempre stato paragonato l’asino, in un’accezione dispregiativa e piuttosto ingenerosa: tanto nobile, ben fatto e più armonico appariva il primo, quanto sgraziato, tozzo e umile il secondo. Un preconcetto che ha sempre pervaso tutta la storia dell’asino, visto come la “versione peggiore” di qualcos’altro, in questo caso come una sorta di cavallo venuto male. Con quel suo testone, quelle orecchie spropositate e asimettriche, i grandi occhi sporgenti, la fronte tondeggiante inarcata, la conformazione aggettante dei labbri e le vistose froge, tutto in lui sembrava suggerire l’idea di una creatura inferiore, sciocca, indolente e passiva, buona solo come bestia da soma. È così che lo vedono i fisiognomici – partendo dalla Physiognomonica dello Pseudo Aristotele (300 a. C.), fino a Johann Kaspar Lavater (XVIII secolo) – che associarono ai tratti asinini umani le peggiori connotazioni, veicolandone così per molto tempo la cattiva fama (si pensi al Pinocchio di Collodi, tramutato in asino per aver disertato la scuola).

Secondo i fisiognomici, chi dunque presentava occhi sporgenti (come un asino) veniva ritenuto uno stupido; in linea generale, chi aveva le labbra molto pronunciate, una fronte sporgente e le orecchie lunghe era tacciabile di asininità, sinonimo di ignoranza e ottusità. Una lunga tradizione, tramandata dai bestiari medievali e dalla cultura popolare, associa inoltre gli asini alla lussuria e all’incontinenza. «gli ecclesiastici – scrive lo storico della musica Paolo Isotta nella prefazione – nel Medio Evo erano raffigurati nei bestiari sotto l’aspetto dell’asino, essendo i preti, e ancor più i frati, associati proverbialmente alla libidine.» Questo aspetto è però in aperta contraddizione con la figura dell’asino tramandata dalla Bibbia: è a dorso di un asino che Cristo fa il suo ingresso a Gerusalemme, non di un cavallo; ed è sempre a dorso di un asino che la Sacra Famiglia fugge in Egitto. Cristo predilige l’asino in quanto creatura pacifica, mite e fedele (qualità non associabili al furore eroico di un cavallo). «Questa differenza – scrive Person – tra la natura bellica dei cavalli e quella pacifica degli asini compare sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento.» Nella cultura cristiana, dalla più antica fino a quella tardomedievale, fa capolino con una natura giana: «da un lato soffre lo stigma di animale erotico, dall’altro appare come una figura sofferente, legata a doppio filo con la vita del Salvatore.»

Nella sua prefazione, partendo dalla rappresentazione altomedievale dell’asino liutista e passando per L’asino d’oro delle Metamorfosi di Apuleio, fino a giungere all’asino filosofo della poesia Sarchiapone e Ludovico di Totò, Paolo Isotta lo definisce “Un divino buffone, medico e maestro di pazienza”. Con quella sua aria imperturbabile da “preferirei di no” (citando il Bartebly di Melville) che suscita inquietudine, l’asino ha mantenuto comunque vivo su di sé «un sospetto di degenerazione.». Dare a qualcuno dell’asino resta un insulto che trascina con sé un pregiudizio millenario. Oggi nel nostro mondo occidentale – diversamente da quanto avviene in paesi meno industrializzati come Eritrea, Egitto o Himalaya – l’asino non è più sfruttato come bestia da soma, ma utilizzato perlopiù come attrattiva di località turistiche, in fattorie didattiche e nella pet therapy.

Attraverso un accurato e avvincente excursus storico, religioso, letterario, artistico e antropologico, Jutta Person traccia una vera e propria fenomenologia dell’asino, indicando di volta in volta detrattori e difensori di questa curiosa ed enigmatica creatura, e restituendocene un ritratto a tutto tondo lungo i territori del mito, della favola e dell’allegoria. Un piccolo e prezioso manuale che rende giustizia a uno degli animali più bistrattati della storia.

Chiude il saggio una piccola galleria di ritratti – tra specie, razze e ibridi – che, come precisa la Person «non ha pretese di completezza dal punto di vista zoologico». Scheda dopo scheda (con illustrazioni di Falk Nordmann) ecco sfilare: l’Asino selvatico africano, l’Asino selvatico asiatico, l’Asino di Poitou, l’Asino catalano, l’Asino della Provenza, l’Asino di Martina Franca, il Mammoth Jackstock, l’Asino dell’Asinara, il Mulo e il Bardotto, lo Zebrasino e l’Asino-zebra.

Leone Maria Anselmi


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