GRIGIO COME IL RIMPIANTO | Dal jet set a Grey Gardens: le due Edith e la scelta di essere diverse

Posted on 28 gennaio 2019

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GRIGIO COME IL RIMPIANTO

Dal jet set a Grey Gardens: le due Edith e la scelta di essere diverse

di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Dopo la lettura di uno scandaloso articolo sul “New York Magazine”, Jacqueline Bouvier Kennedy decide di recarsi a East Hampton a far visita a due parenti che non vede ormai da molti anni. È il 1972 e la sofisticata Jackie, da poco risposata con l’armatore greco Aristotele Onassis, si trova davanti a uno spettacolo irreale: Grey Gardens, la maestosa magione affacciata sull’oceano Pacifico che lei ben ricorda per avervi trascorso da ragazzina lunghe estati assolate ospite degli zii, le si presenta decrepita e spettrale. La vegetazione inselvatichita del giardino sembra aver completamente inghiottito la villa, avvinghiandosi come una piovra ai balconi, ostruendo le finestre, invadendo le verande e fagocitando gli arredi in midollino. La scena le richiama alla mente le maestose rovine delle città perdute in Cambogia, con i templi soffocati dall’umida morsa della giungla.  Jacqueline ne è sconvolta. Anche perché la casa non è abbandonata, ma al suo interno abitano ancora sua zia, Edith Ewing Bouvier con la figlia Edith Bouvier Beale, sua cugina.

La zia Edith – soprannominata in famiglia “Big Edie” per distinguerla dalla sua primogenita “Little Edie”- era nata nel 1895 in Madison Avenue, figlia di un avvocato di successo e di un’ereditiera inglese. Era una giovane bella e raffinata, sorella di John Vernou Bouvier III, padre di Jaqueline e di Lee Bouvier. Allevata nel lusso, tra lezioni di musica e di canto, serate a teatro e una vivace vita di società, nel gennaio del 1917 si era sposata con un socio del padre, Phelan Beale. Il matrimonio era stato un evento memorabile, officiato nella cattedrale di St. Patrick a New York alla presenza di 2500 persone. La sposa indossava un sontuoso abito in satin bianco con inserti in pizzo d’argento e il lunghissimo velo era trattenuto sull’acconciatura da un copricapo “alla russa” ornato di perle. Al polso e al collo scintillavano favolosi diamanti, in mano teneva un bouquet di gigli e gardenie.

In novembre era nata la prima figlia – Edith Bouvier, “Little Edie”- alla quale erano seguiti i due fratelli Phelan Jr. e Bouvier, rispettivamente nel 1920 e nel 1922. Furono anni felici, coronati nel 1923 dall’acquisto di una villa di ventotto stanze affacciata sulla spiaggia a East Hampton, un’esclusiva località di villeggiatura a Long Island, preclusa a chiunque non possedesse ricchezza e potere; la casa fu battezzata Grey Gardens per le dune che la fronteggiavano e per il colore del mare che in certi giorni aveva riflessi d’acciaio. La vita era bella per la famiglia Beale che divideva i suoi giorni tra New York – dove la piccola Edie frequentava le scuole più prestigiose – e la nuova dimora che inizialmente veniva utilizzata soprattutto in estate ma che, col tempo, vide Big Edie passarvi periodi sempre più lunghi insieme ai figli. Edith vi organizzava ricevimenti e feste ai quali partecipava tutto il Gotha dell’alta società americana e, poiché coltivava il sogno di diventare cantante, approfittava di questi party per esibirsi davanti ai suoi ospiti. A Grey Gardens si conduceva una vita libera, e molto “cool”, fatta di nuotate nell’oceano, dissertazioni sull’arte e spettacoli improvvisati.

Intanto Little Edie cresceva e si trasformava in una bellissima ragazza bionda, slanciata, con gli occhi blu: una tipica bellezza dell’upper-class newyorchese. Desiderava diventare attrice, pur contro il volere del padre, e iniziò una carriera di modella che la portò a contatto di alcuni degli uomini più ricchi dell’epoca, come Paul Getty Jr. , Howard Huges e Joe Kennedy Jr. , dai quali pare ricevette proposte matrimoniali. Tuttavia in quegli anni, a seguito della Grande Depressione del 1929, la situazione finanziaria dell’avvocato Phelan Beale era mutata: l’attività dello studio legale si era drasticamente ridotta e, pur non avendo perso tutto come era capitato ad altri, dopo cinque anni la scelta di ridimensionare lo sfarzoso stile di vita della famiglia divenne improrogabile. Perciò nel 1934 Phelan scrisse una drammatica lettera alla moglie mettendola al corrente della gravità della propria situazione finanziaria: le comunica che non potrà più pagare la retta di 4000 dollari l’anno per la scuola dei ragazzi presso l’esclusiva Westminster School, né tantomeno le costose lezioni di equitazione per il piccolo Buddy. Le chiede di trasferirsi a vivere tutto l’anno a Grey Gardens e la prega di non allarmare i bambini riguardo alle sue condizioni finanziare: “Dovrai trovare qualche scusa con loro per farli restare a East Hampton e frequentare la scuola di South Hampton. Fai che appaia loro come un gioco, così che possa piacergli l’idea. Evita anche di confidarti con Little Edie”, aggiunge “…poiché potrebbe pensare che siamo destinati all’ospizio dei poveri e ciò minerebbe la sua serenità. (…) Ora devo partire e andare a prendere l’aereo per Washington. Confido in un incidente d’auto, perché sarebbe un’uscita di scena piacevole per un uomo molto stanco. Tuo marito Phelan.”

Per l’esistenza dorata di Big Edie è una vera rivoluzione: separata dal marito, comincia una nuova  vita a East Hampton con i bambini. Si concede di tanto in tanto un’esibizione in qualche club e incide anche alcune canzoni, ma le velleità artistiche e i sogni di gloria vengono definitivamente archiviati. La figlia, Little Edie, nel frattempo continua a vivere a New York al Barbizon Hotel – una residenza per aspiranti attrici – cercando invano di crearsi una carriera come modella, attrice o ballerina oppure di trovar marito. Nel 1952, a trentacinque anni, con una carriera che non si è mai avviata e nessun marito all’orizzonte (“Trovavo solo Sagittari, molto inadatti a me…”), si ritrova nella condizione di dover tornare a vivere a Grey Gardens e prendersi cura della madre che da sola non riesce più a far fronte alla gestione della proprietà. Da lì non se ne andrà più, fino alla morte di Big Edie nel 1977.

I due figli maschi sono ormai lontani e le due donne da quel momento cominciano a vivere in simbiosi aggrappate alle loro vite passate: sprofondano in un gorgo di solitudine e di oblio che nondimeno consente loro di sentirsi totalmente libere. Non vedono nessuno, raramente escono di casa e mai si avventurano al di fuori della proprietà. È l’estremo snobismo del totale isolamento. Quando Little Edie si mostra insofferente per questa reclusione forzata, la madre sbotta: “Perché dovresti andartene? Altrove non può essere che peggio”. Sono ormai prive di mezzi (Phelan era morto nel 1956 – dopo essersi risposato con una donna più giovane – lasciando loro solo una scarna eredità) perciò non riescono a far fronte neppure all’essenziale mantenimento della villa, che va lentamente e inesorabilmente in rovina.

Tuttavia madre e figlia non hanno intenzione di lasciare Grey Gardens per adattarsi a sistemazioni più economiche. Si abituano gradualmente e con disinvoltura al degrado sempre più impressionante che le circonda. Il giardino, abbandonato a se stesso, s’inselvatichisce: i rovi, il caprifoglio, la vite americana si attorcigliano tra loro fino a divenire una barriera inestricabile che rende difficile persino l’accesso alla casa. Il tetto viene danneggiato dai procioni che rimuovono le vecchie tegole di legno. “Ma non ci importa, amiamo i procioni”, dice Big Edie. Little Edie li nutre, portando in soffitta sacchi pieni di pan carré e semi di girasole. Il problema è che, nei giorni di pioggia, l’acqua si riversa dal tetto all’interno della villa, fino alla “sala da ballo” del pianterreno, come una cascata. Il pianoforte, nelle notti di temporale, colpito dall’acqua che scroscia dal soffitto sfondato, emette suoni spettrali. Orribili muffe grigie invadono gli ambienti e le proprietarie finiscono per ritirarsi al piano superiore, dove la madre, ormai anziana, passa le giornate a letto, tra immondizia e resti di cibo. La figlia ogni tanto le serve, come una prelibatezza, cibo per gatti spruzzato di limone: “Mhmh… non è affatto male questo pâté”, apprezza Big Edie. Altre volte ingollano insieme, a cucchiaiate da un grande contenitore, quantità spropositate di gelato al caffè. Quello che avanza, non essendoci alcun frigorifero funzionante, resta a squagliarsi accanto ai letti. I serramenti cedono e marciscono, i rampicanti fuori controllo penetrano all’interno. Le due donne sono indifferenti alla devastazione, anzi sembra che con totale incoscienza incentivino la fatiscenza, attirando e nutrendo all’interno di Grey Gardens decine di gatti randagi (la comunità dei felini arriverà a un certo punto a contare fino a trecento esemplari) che espletano ovunque i loro bisogni e, quando muoiono, vengono chiusi in delle scatole e dimenticati in qualche angolo… Le scatolette vuote del loro cibo finiscono per creare mucchi alti vari metri. “Guarda Edie, sembra che i gatti abbiano eletto il mio ritratto a loro toilette” ride la madre quando gli animali defecano dietro a un grande dipinto a olio degli anni Venti appoggiato a terra, che la ritrae in abito da sera.

Tuttavia Big e Little Edie vivono con una sorta di lievità questa situazione di indigenza e segregazione sociale senza abbandonare del tutto i capricci e i vezzi delle ragazze dell’alta società. Chiacchierano, prendono il sole seminude sul terrazzo, si truccano, ascoltano dischi su un grammofono gracchiante, cantano, ricordano il passato sfogliando dei bisunti album di fotografie, litigano e fanno pace: “I semi di girasole sono un cibo da hippie, non va bene per i procioni…” fa notare Little Edie. “Non è vero, non c’è niente di hippie, costano ben due dollari a sacco. A me sembrano belli sani. Sarà la glassa della torta di Sara Lee che li ha fatti ammalare, caso mai” replica Big Edie. Oppure quando Little Edie considera che sarebbe necessaria una pulizia perché in casa ci sono dei parassiti: “Non abbiamo mai avuto parassiti qui”, ribatte la madre. “L’unico parassita qui sei tu, Edie”.

Gli inverni a Grey Gardens sono lunghi e gelidi, i serramenti sono pieni di spifferi, il riscaldamento non funziona… Little Edie, che a differenza della madre detesta East Hampton, si aggira avvolta in un visone consunto, con una manica tagliata a metà, e piange perché si sente una reclusa: “Non ce la faccio a sopportare un altro inverno qui… Non mi piace la campagna! Qualsiasi topaia a New York, anche una soffitta sulla Decima, sarebbe meglio di questa tua orribile casa!”. La sua testa è perennemente avvolta, anche in estate, da sciarpe, foulards o vecchi golf elegantemente appuntati con una spilla preziosa; nascondono la nudità del cranio, poiché soffre di una grave forma di alopecia da stress che l’ha privata di capelli e sopracciglia. Anche l’acqua calda è ormai solo un vago ricordo: “Saranno otto anni che non faccio un bagno…” riflette la vecchia Edith che, d’altronde, nutre da sempre un’avversione per gli scaldabagni perché “producono acqua morta.” Madre e figlia vivono un legame morboso in un mondo irrazionale, senza sbocchi e senza tempo perché in casa non esistono orologi.

Nel 1971 le due Edith finiscono sui giornali perché i funzionari della contea, su segnalazione dei vicini, dichiarano che la casa è “inadatta all’abitazione umana” e le minacciano di sfratto.  “Siamo artiste contro i burocrati…” protestano loro. A questo punto interviene proprio l’ex First Lady Jacqueline Bouvier Kennedy che fa staccare da Onassis un assegno di 32.000 dollari ($172.000 odierni) per far ripulire il posto: non tanto per generosità verso le parenti – che considera due pazzoidi – ma per mettere a tacere lo scandalo e tutelare il “decoro” della famiglia. Vengono portati via mille sacchi di spazzatura.

Nel 1975, quattro anni dopo, l’altra nipote Bouver, Lee Radzwill, vorrebbe coinvolgere Big e Little Edie in un documentario biografico sulla sua famiglia; pensa che zia Edith, con i suoi ricordi d’infanzia, sia in grado di fornire dettagli interessanti. Ma quando la troupe dei  fratelli David ed Albert Maysles arriva a Grey Gardens, la situazione è nuovamente degenerata e il disordine e la sporcizia regnano ancora incontrastati. I due film-maker rimangono affascinati da queste due donne che vivono nello stile bizzarro e selvaggio di sempre. Mettono da parte l’idea del documentario sulla famiglia Bouvier e filmano, senza alcun pietismo, la vita delle due recluse con le quali entrano in confidenza, stimolandone la vanità. Non risparmiano nulla allo spettatore: il disordine, le feci dei gatti, i letti senza lenzuola, il cibo ammuffito negli angoli, la vecchia Edie a letto, con i capelli bianchi arruffati, che legge utilizzando una grande lente d’ingrandimento o che prende il sole lasciando intravedere i seni penduli… Le due donne sono galvanizzate dall’attenzione dei cineoperatori. Cantano, sfiatate, vecchie canzoni di Judy Garland, si truccano, raccontano, bisticciano tra loro. Little Edie realizza il vecchio sogno di ballare e cantare davanti alla cinepresa.  Si abbiglia in maniera eccentrica ed esibisce senza malizia il suo fisico non più giovane. Indossa hot pants, calze a rete, gonne ricavate da vecchi scialli e sgambetta sui tacchi alti come una majorette… Sono riprese surreali, sembra di essere piombati sul set del film di Robert Aldrich Che fine ha fatto Baby Jane?: due donne in età avanzata, sole, escluse, disperate, apparentemente folli, che vivono aggrappate a vecchi splendori e vorrebbero tornare a frequentare il mondo dello spettacolo.  Alla sua uscita il documentario – una storia piena di dolore, di nostalgia, ma anche di una grazia leggera – riscuote un grande successo e diviene un vero “cult”, con feroce disappunto di Jacqueline Bouvier che vede i “panni sporchi” della famiglia brutalmente esibiti al pubblico. Grey Gardens diventa un fenomeno di costume e influenza arte, moda, spettacolo: Little Edie viene fotografata da Andy Wharol, Marc Jacobs e John Galliano si ispirano ai suoi look per alcune sfilate, vengono prodotti un musical, pluripremiato a Broadway, e un film con Drew Barrymore e Jessica Lange.

Nel febbraio del 1977 Big Edie cade in casa ma si rifiuta di vedere dottori e pretende di restare sulla sua sedia a dondolo, dove muore di polmonite. La figlia, prima che sia rinchiusa nella bara, la trucca: “Ha sempre pensato che il make-up donasse alle donne”.   Poi vende la casa e parte per New York dove, a sessant’anni, si dà al cabaret incassando pessime critiche. I suoi ultimi anni li passa isolata in Florida, dove scrive agli amici e nuota sempre nell’oceano, specie quando il cielo è livido e presagisce l’arrivo di un uragano. Muore in casa per un attacco cardiaco nel 2002. La trovano cinque giorni dopo.

Solo nella morte riesce a prendere le distanze dalla madre e a recidere il cordone ombelicale: lascia scritto che non vuole essere sepolta al suo fianco nel cimitero di East Hampton. Viene cremata. Le sue ceneri sono disperse nell’Atlantico.

Paolo Schmidlin


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