LE MALMONACATE | Storie di donne e di vocazioni forzate

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LE MALMONACATE

Storie di donne e di vocazioni forzate

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Dunque a far questo passo io son costretta

In questi chiostri, in cui devo morire;

Morirò sì, ma chiamerò vendetta. De profundis

Quando giunto sarai al punto estremo,

Barbaro genitor, per dar i conti

Saprò ben dire al Giudice supremo: Clamavi.

(Una monaca del monastero di Santa Radegonda in Milano)

 

Il desiderio di ritirarsi dal mondo, spinse molte donne e uomini del passato a compiere una scelta di vita radicale. Rinunciarono a quanto il mondo e la società del loro tempo aveva da offrirgli, lasciandosi alle spalle tutto: affetti, aspirazioni di ordine sociale, brame di cose mondane. Rinunciarono a tutto per consacrarsi a Dio, nell’isolamento di un eremo o nel chiuso di un monastero. Ma non sempre e non per tutti si trattò di una scelta dettata da una reale vocazione; il più delle volte era la sola che gli si offriva. Fuggivano da un mondo avaro di possibilità e da una società le cui idee e pretese risultavano opprimenti, talvolta persino devastanti. Offesi, amareggiati, incompresi e stanchi taluni cercarono rifugio all’ombra di un sacro recinto, altri vi furono semplicemente rinchiusi contro la propria volontà. In un caso come nell’altro, non sempre il cenobio seppe offrire quel ristoro che l’anima afflitta andava cercando. Per molti, specie per chi vi si trovava rinchiuso non per sua libera scelta, esso rappresentò una terribile prigione, un luogo di segregazione forzata, in cui isolamento e rinuncia involontari costituivano la pietra tombale al proprio sciagurato destino. In molti casi la vocazione religiosa era solo una giustificazione che fungeva da alibi per sé stessi o per la propria famiglia, un espediente per nascondere o nascondersi, una soluzione per escludere o per autoescludersi. Fu così per quanti avevano riposti nel cuore sentimenti che non trovavano nessuna legittimazione alla luce del sole, e per quegli animi inquieti, in cui divampava il desiderio e la ricerca di un senso superiore da dare alla propria vita. Fu così per quei figli indesiderati o troppo ingombranti di cui occorreva disfarsi, e per tutti quelli i cui destini erano già tracciati fin dal loro concepimento. Maschi o femmine che fossero questi figli erano un capitale da mettere a profitto; pedine che andavano collocate, sistemate, comunque assoggettate al mantenimento di un sistema che non ammetteva alcuna deroga o deviazione di percorso. Considerati alla stregua di semplici beni di scambio questi figli venivano destituiti da ogni facoltà di autodeterminazione, fatti vittime di patti scellerati mossi dai più meri calcoli opportunistici.

Per molti il monastero fu un asilo fiorito; per altri un inferno atroce. Fu un inferno soprattutto per tutte quelle donne vittime di una monacazione forzata. Non sapremo mai quante furono esattamente. Non lo sapremo mai anche perché la loro voce fu messa a tacere il giorno stesso che vennero recluse dentro il monastero. Erano donne, nubili o vedove, il cui ventre non poteva generare, perciò involucri vuoti e perfettamente inutili; in casa considerate pesi ingombranti, fuori, senza una figura maschile che gli facesse da tutore, ritenute simili a bestie randagie. Per alcune di loro la vita monastica fu una prodigiosa via di fuga, per altre una vera e propria sepoltura. Fu la fortuna di quelle che la scelsero deliberatamente per sottrarsi alle varie costrizioni sociali e a un ruolo di assoluta subordinazione all’uomo che le avrebbe sottoposte a ogni sorta di prevaricazioni.

L’istituto matrimoniale, così come era stato codificato dalle autorità civili e religiose, era il fulcro di una concezione maschilista che ruotava attorno al ruolo di marito-padrone. Le norme giuridiche erano tutte tese a garantire all’uomo l’autorità, il controllo e il diritto punitivo sulla donna, qualora questa osasse venir meno ai suoi obblighi coniugali o incorresse in adulterio. Di fronte alla prospettiva matrimoniale, ai frequenti abusi, alle sopraffazioni, alla minaccia di continue gravidanze e di parti ad alto rischio di mortalità, il monastero, per quanto comportasse delle rinunce sul piano personale, appariva a queste sventurate comunque come un luogo di affrancamento, un’oasi di pace e di tranquillità. C’era poi il cosiddetto Maggiorasco, una legge di origine spagnola diffusasi in Italia nel XVI secolo, che contribuì non poco all’incremento della popolazione monastica: in base a questa legge al figlio primogenito maschio spettava di ereditare l’intero patrimonio familiare, lasciando fuori tutti gli altri, e soprattutto le femmine. Questa regola assumeva un’importanza maggiore per le famiglie di alto ceto, lì dove qualunque scelta, e la vita stessa di ogni membro della famiglia, era ineludibilmente condizionata dagli interessi patrimoniali. Le femmine e i figli maschi cadetti, entrambi non rientranti nell’asse ereditario, costituivano il più delle volte un problema per le famiglie, soprattutto se, in mancanza di un buon partito e di una cospicua dote, condizione imprescindibile perché potessero sposarsi, il loro mantenimento avrebbe potuto comportare l’indebolimento delle finanze familiari. Mentre per i maschi c’era la possibilità di scegliere tra la carriera militare e quella religiosa, per le femmine l’unica possibile collocazione restava, per l’appunto, il monastero. Su tutti incombeva in definitiva il peso di una qualche costrizione sociale, per l’uomo come per la donna; per tutti c’era una predestinazione “d’uso” codificata all’interno dei rigidi schemi che assegnavano a ciascun sesso un ruolo e una funzione ben precisi. Questa rigida bipartizione di genere era dettata da una cultura d’impronta spiccatamente maschilista e dai conseguenti risvolti misogini. Una cultura atavica, pervasiva e dura a morire, che alla fine non premiava nessuno, ma della quale erano vittime soprattutto le donne.

Fautrice di questa cultura era quella famiglia che avrebbe dovuto essere sede degli affetti, luogo di protezione e di promozione umana. Non sarebbe potuto essere altrimenti, giacché era proprio la famiglia, cardine della società, il frutto e la più compiuta espressione di questa cultura. Il mantenimento dell’una era garanzia della sussistenza dell’altra. Del resto, già nel nome l’istituto della famiglia rimanda a ciò che di fatto era: familīa, ossia un gruppo di servi e schiavi (fàmuli) di proprietà del capo della casa, il pater familias. Nell’antica Roma erano considerati fàmuli, cioè servi, anche la moglie, i figli e le nuore, su cui l’uomo esercitava la sua patria potestas, con tutti i poteri a essa connessi e giuridicamente riconosciuti, fino a quello di vitae necisque potestas, ovvero il diritto di vita o di morte su quanti erano soggetti al suo controllo. Questa impostazione persistette nel costume anche dopo il superamento del Diritto romano, perpetuando il modello di famiglia patriarcale, costruito intorno alla figura del marito e del padre padrone, cui faceva da contraltare quella della moglie serva docile e ubbidiente, della madre perennemente partoriente. Il ruolo e la prerogativa della donna all’interno del matrimonio, anche in questo caso erano insiti già nel nome stesso dell’istituto: matrimonium (unione di mater, madre, e munus, compito), ovvero, a lei spettava il ruolo precipuo di fare e allevare i figli. Ogni eventuale deviazione dai tradizionali tracciati sarebbe stato visto come un atto riprovevole, immorale, folle, degno della generale disapprovazione sociale. Perciò spettava in primo luogo alla famiglia il compito di mantenere lo status quo, e in questo essa trovava le sue fedeli alleate nelle istituzioni secolari e nelle autorità ecclesiastiche. Famiglia, potere civile e potere religioso costituivano la triade cui era subordinato ogni umano destino; tre forme di potere e di controllo dal cui giogo era difficilissimo sottrarsi. Per tutto il Medioevo e almeno fino alla metà dell’Ottocento, la via del monachesimo si offriva dunque come una valida soluzione per sanare dissidi familiari e far fronte a tante problematiche sociali, in special modo a quelle di ordine materiale.

Foto: Dallas Stribley

Fu proprio in questo clima culturale e grazie alle favorevoli circostanze storiche che crebbero gli ordini monastici in Occidente; il loro fiorire e la loro vasta diffusione non fu soltanto il frutto di un particolare fermento spirituale, ma il risultato di una cultura che nel monastero trovò un ulteriore ed efficace luogo di perpetuazione. Attraverso queste sue articolazioni, la Chiesa prosperava sulle sventure e sulle miserie della società civile. Lì dove  le istituzioni laiche, oppresse da continui conflitti e disordini sociali, venivano meno, ecco che gli ordini religiosi avanzavano. Il motto benedettino Ora et labora, espresso nella celebre Sancta regula o Regula monachorum del 543, attraverso un modello di vita fondato non solo sulla preghiera, ma anche sul lavoro e lo studio, seppe dare un grande impulso alle comunità monastiche. Gli ordini religiosi svilupparono notevoli capacità imprenditoriali; monasteri e abbazie, promossi e sostenuti dalle famiglie aristocratiche, divennero ben presto importanti centri propulsori di cultura, ma anche luoghi di ricchezza e di potere, capaci di offrire riparo, lavoro e istruzione a quanti erano in cerca di aiuto e di protezione. Questi luoghi proponevano un modello di società fondato sui valori della cooperazione e della solidarietà fraterna, contrapposto a una società oppressa dalla miseria, viepiù dilaniata da impulsi violenti ed egoistici. Ma accanto a quest’immagine ispirata ai più genuini valori evangelici, c’era pur sempre l’altra che vedeva la fortuna di questo modello fondata su una cultura che si serviva della religione a fini opportunistici.

Le monacazioni forzate riguardavano soprattutto le donne, sebbene per ragioni e con modalità diverse vi furono, tra le loro fila, anche molti uomini. L’esclusione dal mondo avveniva il più delle volte in modo violento, repentino, senza che gli interessati potessero avere alcuna voce in capitolo. Era una cesura netta, praticata sul fiorire della giovinezza, un drappo scuro che calava sulle loro vite sopprimendo  sogni, desideri e aspirazioni. Che l’abito non facesse il monaco era una massima valida tanto per gli uomini quanto per le donne. Frequenti erano i casi di condotte poco conformi allo spirito ascetico, molti furono gli scandali che riguardarono monaci e monache sorpresi in balia di quegli istinti naturali che né l’abito, né le grate di un monastero, né le incessanti pratiche pie erano in grado di spegnere definitivamente. La loro restava comunque una non-vocazione. La costrizione o il ripiegamento alla vita religiosa riuscivano soltanto ad alimentare il senso di frustrazione e a dare a quei naturali istinti l’impronta del peccato, lo stigma della perversione. La malmonacazione restava comunque una condizione contro natura. Il sacro recinto poteva rappresentare un luogo di perdizione, tra la clandestina lussuria di alcuni e la follia di altri. Ci fu chi riuscì a sublimare i propri ardori in un’estasi trascendentale, e chi, invece, preferì porre fine a una vita che ormai non gli apparteneva più. La Chiesa sapeva tutto ciò. Le autorità ecclesiastiche cercarono, in linea di principio, di contrastare la pratica delle monacazioni coatte, ma di fatto il loro si tradusse il più delle volte solo in un atteggiamento di facciata. I numeri erano importanti; il considerevole incremento che questa prassi sociale portava al numero di religiosi risultava comunque vantaggioso per la Chiesa, specie mentre dilagava la minaccia del protestantesimo. Gli studi fanno infatti emergere l’impennata “vocazionale” che si registrò, tra la metà del ‘300 e la fine del ‘600, soprattutto negli ordini religiosi femminili. Il monastero rappresentava il punto di convergenza di una medesima esigenza di sopravvivenza, comune tanto alla Chiesa, interessata a riaffermare la propria autorità nel tessuto sociale, quanto all’aristocrazia, tesa a tutelare i propri interessi patrimoniali. Il Concilio di Trento aveva d’altra parte fortemente caldeggiato il sacramento dell’ordine e del celibato sacro, inasprendo ulteriormente il rigore della vita claustrale riservata alle donne. Per queste ultime veniva proposta come modello la Vergine Maria, esempio di umiltà, docilità e ubbidienza totale. L’opzione della scelta monacale rappresenta quelle nozze mistiche che, su un piano simbolico, si riconnettono al matrimonio terreno; allo sposo umano si sostituiva qui lo sposo celeste. Farsi monaca rappresentava una valida e dignitosa alternativa alla vita secolare.

Di fronte a una società che considerava le donne esseri inferiori, incapaci di badare a se stesse senza il controllo di un tutore, utili solo a sfornare figli e a fare la felicità dell’uomo, inadatte allo studio e a ogni altra facoltà intellettiva, oltretutto soggette ad abusi, violenze e prevaricazioni d’ogni sorta, il monastero si prospettava veramente come un più roseo orizzonte. E questo sebbene anche all’interno dell’ordine religioso venisse in qualche modo replicato il modello patriarcale della società secolare: anche la Chiesa era ed è, a sua volta, un’organizzazione al maschile, nella quale alla donna spettano solo ruoli di subalternità  all’autorità dell’uomo. La figura del padre o del marito è qui sostituita da quelle del vescovo e del padre confessore. Differenze sostanziali nelle forme di vita religiosa riservate alle donne, rispetto alla controparte maschile, tradivano la sussistenza di quell’antico e consolidato pregiudizio che considerava la donna un essere da tenere sotto controllo e a cui andava limitato lo spazio di libertà e autonomia. La clausura era la forma di vita religiosa più adatta alla donna; per lei sarebbe stato sconveniente, ad esempio, far parte di un ordine mendicante, poiché lasciarla libera di vagare chiedendo l’elemosina, in balia di se stessa, avrebbe potuto far riemergere tutta la sua impudicizia e rappresentare un potenziale pericolo per l’uomo. Le limitazioni riguardavano anche l’accesso alla cultura che, grazie alla disponibilità di cospicue biblioteche, fu uno dei tratti distintivi degli ordini religiosi. Diversamente dagli uomini, l’istruzione, per le donne, non era necessaria; esse venivano cautamente tenute lontane, non solo dalle letture profane, ma anche dalla stessa Bibbia. Giusto la lettura dei Salmi era sufficiente a coloro che erano chiamate al silenzio e all’ubbidienza. L’esperienza religiosa al femminile era improntata sulla preghiera, sulla penitenza, sui lavoretti di taglio e cucito, ma soprattutto sull’obbedienza all’autorità del vescovo.

Se dal chiuso dei monasteri alcune figure di donne si erano distinte nel ruolo di abili e intraprendenti badesse o di mistiche dalle eccezionali virtù carismatiche; se alcune, pur nelle limitate opportunità d’istruzione, erano riuscite a sviluppare una certa raffinatezza ed elevazione di pensiero, e altre ancora avevano intrapreso la via delle lettere, della poesia, del racconto autobiografico, della riflessione teologica e filosofica; se talvolta la cella si era trasformata in un cenacolo intellettuale, uno spazio di speculazione intellettiva in cui lasciare che i propri pensieri potessero riflettere sull’umana condizione e su tutto quanto fosse presente in natura… se tutto ciò avvenne, in ambito femminile, non fu  certo accolto di buon cuore dagli uomini di chiesa, ma anzi guardato con sospetto e diffidenza. Era questa una condizione anomala, che andava ricondotta all’ordine, alla disciplina, allo stretto controllo dell’autorità maschile. Queste donne, dentro, così come fuori dal monastero, andavano ridotte al silenzio. Fu questo il precipuo intento dei padri conciliari tridentini che, nel corso del XVI secolo, improntò lo spirito della vita monastica femminile. Ne consegue che molte di quelle esistenze claustrali non hanno potuto lasciare alcuna traccia di sé, rendendo così difficile anche una esaustiva ricostruzione storica dello specifico monacale femminile. A dar loro voce restano gli esempi che ci vengono dalla letteratura, come Marianna de Leyva, la Monaca di Monza resa celebre da Manzoni,  o Maria, la povera “capinera” di cui ci narra Verga. Ma ci sono soprattutto le testimonianze dirette immortalate nelle vibranti pagine di Arcangela Tarabotti e Juana Inés de la Cruz: femministe ante litteram, esse stesse malmonacate, seppero, con l’arguzia del loro pensiero e delle loro opere, sfidare l’iniqua mentalità maschilista e muovere un atto d’accusa nei confronti delle ambiguità della Chiesa. Infranto quel silentium obsequiosum sublimarono la mortificazione e il martirio della loro infelice condizione in un inno che celebrava la vita, l’intelletto, la dignità della persona.

Giuseppe Maggiore

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