JUANA INÉS DE LA CRUZ | Ritratto di una suora rivoluzionaria

Posted on 11 gennaio 2019

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JUANA INÉS DE LA CRUZ

Ritratto di una suora rivoluzionaria

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Nel corso del ‘600 le monacazioni forzate raggiunsero proporzioni tali da poter essere definite un vero olocausto di vite umane. Tra i fasti e le miserie di un secolo irrequieto, quando l’autocelebrazione di ecclesiastici e aristocratici trovava la sua più esaltante espressione negli eccessi del Barocco, a molte donne toccarono il rigore e l’austerità d’un convento. Per alcune di loro la mistica prigionia rappresentò una lenta e inesorabile agonia, per altre il pervertimento dello spirito; vi fu chi in questo isolamento scandito da preghiera e lavoro, trovò una condizione molto meno mortificante della vita secolare, e chi, più proficuamente, finalmente affrancata da ogni altra pretesa sociale legata all’essere donna, grazie agli studi riuscì a trasformare la propria cella in una finestra dischiusa sul mondo. Tra queste ultime, la figura di Juana Inés de la Cruz spiccò per grandezza di spirito e raffinatezza di pensiero. I suoi scritti sono gli esiti di una mente affamata di conoscenza, il frutto mirabile di un logorio solitario che avvenne senza il supporto di un’istruzione ufficiale, avendo, come scriverà lei stessa «per maestro un libro muto e per condiscepolo un calamaio insensibile». Juana Inés scelse di farsi monaca per potersi meglio dedicare agli studi che la società del suo tempo le negava in quanto donna. Se la sua fu, pur indirettamente, una monacazione forzata, riuscì, come poche altre donne seppero fare, a trasformare il convento nell’ultimo suo baluardo di libertà, l’unico che le restava, in cui potersi dedicare alla propria edificazione intellettuale. Ma lei fu, soprattutto, una di quelle donne che osarono infrangere il silenzio, opponendosi al diktat Mulieres in Ecclesia taceant (Tacciano le donne in chiesa), sfidando così un dogma ecclesiastico che era anche normativo dell’intera società patriarcale.

Non solo in chiesa, ma ovunque, la donna doveva tacere. E a garanzia di questa sua riduzione al silenzio era funzionale anche la negazione del diritto all’istruzione: «Alle donne non bisogna insegnare né a leggere né a scrivere», sentenziava nel XII secolo il giurista Filippo da Novara; «Una donna sapiente è due volte più stupida», faceva eco, a cavallo tra XV e XVI secolo, il filosofo umanista Erasmo da Rotterdam. Un essere giudicato talmente infimo da non poter detenere alcun potere su se stesso, nessun’altra virtù che la servile ubbidienza; privo oltretutto d’intelletto, perché la stupidità meglio si accordava a quell’unico suo scopo: essere, soltanto, un grembo riproduttivo. Per molto tempo è stata questa la nozione che si aveva della donna, e la sciagura di nascerci comportava la tacita accettazione e l’automatica assimilazione di questo modello. Era ciò che affermavano uomini di chiesa, di scienza o di lettere, di arte o di filosofia; in breve, tutti quegli uomini che hanno fatto o scritto la Storia; una storia che vedeva protagonisti sempre e comunque gli uomini, una storia da cui le donne erano tagliate fuori. «Tacciano le vostre donne nelle chiese»: è questa l’ingiunzione che l’apostolo Paolo fa nella sua prima lettera ai Corinzi. Il passo completo prosegue: «… perché non è loro permesso di parlare, ma devono essere sottomesse, come dice anche la legge. E se vogliono imparare qualche cosa interroghino i propri mariti a casa, perché è vergognoso per le donne parlare in chiesa.» (1Cor 14:34-35). Su quale dovesse essere il ruolo della donna nella comunità ecclesiale, il buon Paolo, infuso di Spirito Santo, non aveva certo dubbi; così come non ne aveva né sulla sua inferiorità rispetto all’uomo, né sul come potesse sperare di redimersi da quella colpa ancestrale che recava in sé. Nella prima lettera a Timòteo infatti scrive: «La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.» (1Tm 2:11-15).

Con «modestia» dice Paolo di Tarso, e mai parola fu, come questa, così carica di nefaste allusioni, se riferita alla donna: dentro c’è tutto il richiamo a una condizione cui essa doveva attenersi, non perché frutto di un semplice pregiudizio sociale, ma perché fondato su un dato oggettivo, inscritto nella stessa natura, e per sempre sancito da una legge conforme al disegno divino. Solo partendo da queste premesse dottrinali e culturali si può comprendere la portata rivoluzionaria dell’intera vicenda esistenziale di Juana Inés: colei che seppe infrangere tutti i dettami che fede, cultura e mentalità del tempo prescrivevano alla donna. Non solo Juana Inés era riuscita a eludere, volontariamente, la sottomissione a un marito-padrone, ma osò persino prendere in mano i libri e cimentarsi a scrivere. E a farlo oltretutto molto bene, tanto che i suoi scritti (poesia sacra e profana, commedie teatrali, poemetti, opere allegoriche in versi e in prosa) le valsero fama e stima ovunque circolassero.

Nata il 12 novembre  1648 a San Miguel de Nepantla, in Messico, allora terra coloniale spagnola, Juana Inés de la Cruz era stata al secolo conosciuta col nome di Juana Ramírez, assumendo il cognome della madre creola Isabel. Quest’ultima si era a sua volta dichiarata «donna di stato nubile» e madre di sei figli, di cui tre, tra cui Juana Inés, concepiti con Pedro de Asbaje, e tre con Diego Ruiz Lozano. Nei futuri ricordi di suor Juana, né il padre né il patrigno affioreranno mai; solo qualche accenno vien fatto al nonno materno, Pedro Ramírez, non perché quest’ultimo fosse stato una presenza importante, ma semplicemente perché fu grazie alla sua biblioteca che lei poté soddisfare la precoce sete di sapere, negli anni in cui visse in seno alla famiglia. Se quelle maschili furono per lei figure dell’assenza, quella della madre, donna che aveva assolto al proprio ruolo di riproduttrice, rappresentò un modello dal quale riscattarsi e prendere le distanze. I desideri di Juana Inés volavano più in alto di quella funzione che, in quanto biologicamente inscritta nel suo corpo di donna, sembrava ineludibile, e a cui le costrizioni culturali intendevano richiamarla. Lei desiderava abbeverarsi alle fonti della conoscenza ed essere feconda di quelle idee e di quegli slanci che le scienze dell’intelletto promettevano. All’età di nemmeno tre anni riuscì, di nascosto, a prendere lezioni di lettura; a sei o sette anni, quando già sapeva leggere e scrivere, tentò, senza riuscirci, di convincere la madre ad assecondarla nel volersi recare a Città del Messico, dove, travestita da ragazzo, avrebbe potuto frequentare l’Università.

All’età di diciassette anni venne introdotta dagli zii negli ambienti della corte vicereale. Qui, accolta come “amatissima della signora viceregina”, la marchesa di Mancera, furono tali lo stupore e l’incredulità suscitati dalle sue straordinarie doti, che il viceré volle organizzare una gara scientifica radunando quaranta sapienti dell’università, tra teologi, filosofi, matematici, storici e scrittori i quali, pur trattandosi di una donna, accettarono la sfida. Juana, imbevuta ormai di tutte le discipline dello scibile umano, ne uscì vittoriosa. Ma bellezza e intelligenza restavano unione degli opposti, poiché il sapere, nel femmineo sesso, era una dote effimera. Juana, priva di tutela maschile, andava ricondotta all’ordine e sotto il controllo dell’autorità. Pensò a questo il confessore di corte Antonio Núñez de Miranda, gesuita noto per il suo zelo nell’incoraggiare le giovani a prendere i voti. Juana, allora diciannovenne, comprese che quella era l’unica via per sottrarsi alla prospettiva del matrimonio e poter seguitare a dedicarsi ai suoi studi. Entrò nel convento delle Carmelitane Scalze, ma ne uscì poco dopo, oppressa dalla rigida regola. Nel febbraio dell’anno successivo entrò nel convento di San Gerolamo, retto da una disciplina meno severa. Qui resterà per il resto della sua vita; qui, diversamente da molti santi che mortificavano il loro corpo per amore dello Sposo celeste, penitenze, digiuni e astinenze furono per suor Juana solo strumenti di autodisciplina che scandivano il progredire dei suoi studi, come quando si tagliava i capelli affinché la loro ricrescita segnasse il termine entro il quale avrebbe dovuto apprendere una determinata cosa.

Autografo di Juana Inés de la Cruz

Tra il 1687 e il 1690 suor Juana scrisse Crisis de un Sérmon, unica sua opera a tema teologico, con la quale criticava le tesi formulate dal noto gesuita portoghese Antonio Vieria. Quando, nel novembre del 1690, questa fu a sua insaputa data alle stampe, col titolo Lettera Atenagorica, recava in apertura una lettera a firma di una tale suor Filotea de la Cruz, patrocinatrice della pubblicazione. Dietro questo nome si nascondeva in realtà il vescovo di Puebla, don Manuel Fernández de Santa Cruz. Nella lettera, il buon vescovo-suor, seguendo l’esempio del filosofo Giusto Lipsio che aveva affermato «Scienza che non è del Crocifisso, è sciocchezza e solo vanità.», faceva seguire all’elogio dell’opera l’amorevole invito, rivolto a Juana, di mettere a tacere la sua mente: «Lettere che generano presunzione, non le vuole Dio nella donna. (…) Vossignoria imprigioni l’intelligenza, che è il più arduo e gradito olocausto che possa offrirsi sulle are della Religione. (…) Non è poco il tempo che Vossignoria ha impiegato in queste scienze curiose. (…) applichi la sua intelligenza al Monte Calvario.» Juana Inés replicò a questa lettera con la sua Respuesta a sor Filotea, nella quale confutò arditamente tutte le tesi che muovevano da quel Mulieres in Ecclesia taceant. Non mancano nella sua Respuesta alcune note di pungente umorismo, come quando mette in guardia da una sapienza effimera, in cui l’aver studiato non è garanzia di un superiore intelletto: «Disse un saggio che non è ignorante per intero chi non sa il latino, ma chi lo sa corre il rischio d’esserlo. E io aggiungo che lo perfeziona (se l’ignoranza è perfezionabile) l’aver studiato un po’ di filosofia e di teologia e il possedere qualche nozione di lingue, ché così è ignorante in molte scienze e lingue: perché un grand’ignorante non può esserlo solo nella sua lingua materna.»

Ma fu questo l’ultimo spasmo di un’anima troppe volte schernita dal biasimo; l’ultimo grido di rivolta prima di sprofondare definitivamente nel silenzio. In un memoriale consegnato alla madre superiora, suor Juana fece rinuncia di tutti i suoi beni: i suoi libri andarono alla biblioteca della cattedrale, gli strumenti musicali e scientifici vennero venduti e il ricavato distribuito ai poveri. Smise di scrivere, dedicandosi alla totale mortificazione, tanto da compromettere la sua già fragile salute. Spirò il 17 aprile 1695. Il suo corpo, riesumato nel 1978, riposa ora nell’Universidad del Claustro de Sor Juana, a Città del Messico, lì dove sorgeva il convento di San Gerolamo.

Giuseppe Maggiore

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