ARCANGELA TARABOTTI | Protofemminismo di una monaca veneziana

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ARCANGELA TARABOTTI

Protofemminismo di una monaca veneziana

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Ciò che a molti può apparire inspiegabile o bizzarro, trova la sua giustificazione all’interno di una data cultura. Il paradosso che vede soprattutto le donne popolare la sequela della Chiesa è frutto di un convincimento che le rende, esse stesse, portatrici inconsapevoli di una cultura che le ha sempre poste un gradino al di sotto quello dell’uomo. Accade oggi, nella partecipazione volontaria alle assemblee domenicali, come in passato, quando invece venivano costrette alle monacazioni forzate. Molte, fattesi monache non per una reale vocazione, ma perché indotte da un preciso piano politico che affratellava potere civile e potere religioso, l’uno riflesso dell’altro, accettavano tutto sommato ben volentieri questa loro condanna. Era il meno peggiore di due mali. Aut maritus aut murus (O il marito o il monastero): il destino della donna si giocava tra queste due inderogabili opzioni. A Elena Cassandra Tarabotti, appena sedicenne, toccò quella del monastero. Ma per lei questo fu tutt’altro che una “grata prigione”. Nella Repubblica di Venezia degli albori del XVII secolo, come altrove, le famiglie facevano mercimonio delle proprie figlie.

Ritratto di Maria Salviati, moglie di Giovanni de Medici e madre dell’arciduca Cosimo I, opera attribuita a Pontormo custodita agli Uffizi di Firenze, da molti erroneamente identificata con Arcangela Tarabotti. 

Elena Cassandra, figlia di Stefano e di Maria Cadena, non ricca né avvenente, oltretutto zoppa, risultava poco appetibile sul mercato matrimoniale, e ciò bastò a valerle la condanna ai voti forzati. Entrò nel monastero benedettino di Sant’Anna in Castello, divenendo suor Arcangela Tarabotti. Qui si consumò la sua lunga prigionia, durata trent’anni, fino alla morte avvenuta il 28 febbraio del 1652. Come la messicana suor Juana Inés de la Cruz, studiò anche lei da autodidatta, intendendo così impossessarsi degli strumenti della parola grazie ai quali avrebbe potuto riscattarsi dall’ignoranza in cui erano colpevolmente tenute le donne. Scrisse varie opere, tra le quali spiccano l’Inferno e il Paradiso monacale, e il Purgatorio delle mal maritate; di quest’ultima, completamento di un’ideale trilogia, ci rimane purtroppo soltanto il titolo. Un dittico costituito da L’Antisatira di Arcangela Tarabotti in risposta al Lusso donnesco, scritto per controbattere alla Satira Mennipea di Francesco Buoninsegni, e Che le donne siano della specie degli uomini, in risposta a un trattato in cui si sosteneva che le donne non possedessero un’anima. Ma notevole è anche la raccolta epistolare che testimonia i suoi vivaci scambi intellettuali con illustri personalità dell’epoca, pubblicata nel 1650 col titolo Lettere familiari e di complimento.

Manoscritto de “La tirannia paterna”

Nell’ignoranza che ottenebrava la vita delle donne Arcangela individuò una precisa volontà di asservimento da parte della mentalità misogina e maschilista. Perciò rivendicò con forza il diritto allo studio delle donne quale mezzo per sottrarle a questa tirannia, e a tale causa intese dedicare i frutti della sua cultura. Da vittima qual era seppe farsi carico della condizione in cui altre come lei versavano, dando loro voce e denunciando i soprusi della tirannide patriarcale e le complicità del clero, uniti: «a pregiudizio delle donne, da loro artificiosamente tenute lontanissime dagli studi acciò alle occasioni non sappiano o vogliano difendersi». Tutta la sua opera rappresenta un manifesto protofemminista di difesa e rivendicazione delle istanze femminili, ponendo sempre l’accento sull’importanza che avesse per la donna l’accesso allo studio: «È facile e vile scrivere contro le donne quando si sa che esse non sono in condizione di potersi difendere. Poiché le donne, dalla malignità degli uomini sono state private dell’armi delle lettere con le quali potrebbero giustamente vendicarsi». Allo stesso tempo metteva a nudo la strisciante ipocrisia dell’epoca nascosta dietro le varie forme di biasimo rivolte alle donne, in quanto ritenute fonte di ogni impudicizia, responsabili delle intemperanze e dell’incontinenza libidinosa degli uomini: «carnefici avidi del sangue della vostra propria specie, andate formando ampie e tiranniche leggi per coprire la vostra ferma crudeltà».

Fu davvero voce fuori dal coro, Arcangela, donna tra le più tenaci e temerarie del suo tempo. Dotata di innato intelletto seppe controbattere il più infimo e becero pregiudizio con le armi ben più raffinate della dialettica. La sua fu tra le più vibranti e insieme dolorose testimonianze che riuscirono a squarciare il silenzio e a penetrare nella Storia. L’acutezza e la modernità del suo pensiero ne farebbero un modello ideale di tante odierne battaglie, e bene farebbero molte donne a volgere il loro sguardo alla combattiva Arcangela, piuttosto che alla docile e vergine Maria. Poiché quello del pieno riconoscimento e dell’effettiva parità della donna, nella società contemporanea, resta ancora un processo che deve giungere a compimento.

Giuseppe Maggiore

(∗) Per la corretta attribuzione del presunto ritratto, si ringrazia il prof. Ruggero Soffiato.

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