Rosemary’s Baby | Compie 50 anni il film più misterico di Roman Polanski

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| 1968 – 2018 | Rosemary’s Baby

Compie 50 anni il film più misterico di Roman Polanski

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Una giovane coppia cerca casa a New York. Lui è Guy Woodhouse, un attore di belle speranze che, in attesa di sfondare nel cinema, si divide tra il teatro e la pubblicità televisiva. Lei è Rosemary Reilly, ultima di sei figli, originaria di Omaha, mogliettina devota e aspirante madre. Nella prima scena del film li vediamo varcare la soglia del Bramford, un vecchio e imponente edificio con fregi vittoriani situato nel cuore pulsante della Grande Mela. L’agente immobiliare li conduce al settimo piano, precisamente al 7E. L’appartamento è lugubre, ma spazioso. La finestra della cucina si affaccia sulla Settima Avenue. Rosemary si aggira incuriosita tra il caotico e vetusto mobilio, cercando di figurarsi gli spazi allestiti in uno stile più fresco e giovane. L’occhio le cade su un appunto poggiato su un ripiano: “… ben altra cosa del semplice ed eccitante passatempo che credevo fosse. Non posso più partecipare…”. La precedente inquilina, la vecchia signora Gardenia, coltivatrice di strane erbe aromatiche, era stata una delle prime avvocatesse dello stato di New York. «… è spirata appena pochi giorni fa – dice l’agente – e dall’appartamento non è stato portato via ancora niente.» Rosemary se ne innamora subito e cerca di convincere Guy a firmare il contratto d’affitto.

Il Bramford non godeva però di una buona reputazione. Negli anni era stato teatro di tanti episodi inquietanti. Omicidi, suicidi, misteriose sparizioni. È Edward Hutchins, uno scrittore di libri per ragazzi, a mettere subito in guardia la coppia. «…Vorrei che vi cercaste una casa come si deve invece del Bramford.» Il buon vecchio Hutch è una sorta di secondo padre per Rosemary. La loro amicizia risale al 1962, quando Rosemary era arrivata la prima volta a New York e aveva preso alloggio con altre studentesse in un appartamento sulla Lexington Avenue. Da buon dirimpettaio aveva subito preso a cuore questa ragazza di provincia, ingenua e smarrita, dispensandole consigli e incoraggiamenti. Anche ora sentiva di doverla proteggere da quella che considerava una scelta sbagliata. «… La casa ha un’alta percentuale di precedenti sgradevoli, perché esporsi di proposito a un pericolo?» Il Bramford, racconta Hutch tra il serio e il faceto, aveva ospitato anche le sorelle Trench, divoratrici di bambini, e Adrian Marcato. Nell’udire quest’ultimo nome Rosemary è come colta da un oscuro presentimento. «Chi è Adrian Marcato?» Hutch la informa che Adrian Marcato praticava la stregoneria e che, nell’ultimo decennio del secolo, aveva suscitato grande scalpore annunciando d’essere riuscito ad evocare il diavolo in persona. Non occorreva tuttavia andar così tanto indietro nel tempo, perché l’ultimo episodio inquietante verificatosi al Bramford risaliva al 1959, quando nello scantinato era stato rinvenuto il cadaverino di un neonato. Incuranti degli avvertimenti Guy e Rosemary si stabiliscono nell’appartamento, lo ristrutturano e predispongono una nursery per l’agognato bebè. Rosemary è felice. Da brava provinciale, allevata con sani principi cristiani, non desiderava altro che un armonico quadretto di famiglia.

Appena trasferiti i Woodhouse stringono amicizia con Minnie e Roman Castevet, una stramba coppia di anziani che occupa l’appartamento adiacente al loro. All’inizio Minnie e Roman si presentano come due nonnini affettuosi e accoglienti, tanto buffi quanto innocui, prodighi di premure e di gentilezze. Conquistata la fiducia dei due giovani sposini i Castevet, astuti persuasori, gettano la maschera e mostrano il loro vero volto. Lo mostrano però solo a Guy. Gli promettono una carriera brillante, tanto successo e tanto denaro, ma in cambio dovrà offrire loro il suo primogenito. Guy accetta e stringe il patto scellerato. Nessuna parola con Rosemary. Dopo il parto le avrebbero fatto credere che il bambino era nato morto. Un’altra gravidanza avrebbe riparato il danno. I Castevet – Rosemary lo capirà troppo tardi e a caro prezzo – non erano semplicemente due vicini di pianerottolo un po’ troppo invadenti, ma i vertici di una potente setta adoratrice del diavolo, con amicizie influenti in ogni ramo della società newyorkese. Roman Castevet altri non era infatti che Steven Marcato, figlio del noto satanista Adrian Marcato. “Il nome è un anagramma.” Il vecchio Hutch aveva scoperto tutto, ma la setta lo aveva fatto fuori prima che potesse salvarla. Rosemary, tradita dall’uomo che ama e dalla società che la circonda, si ritrova a partorire l’anticristo. Alla fine, nonostante tutto, non rinuncerà al suo ruolo di madre. Allatterà il mostro. Lo nutrirà e trarrà a sua volta nutrimento dai valori morali rovesciati della nuova borghesia americana. La gravidanza nera di Rosemary è dunque una dolorosa e delirante integrazione abbruttente in una società nuova. L’unico modo che ha di salvarsi è quello di lasciarsi fagocitare.

A distanza di mezzo secolo il film conserva, intatto, tutto il suo fascino misterico e stregonesco. Tutt’altro che un film di genere Rosemary’s Baby è costruito su due livelli narrativi, quello del giallo-thriller e quello, più profondo, teso a improntare una disamina impietosa della società capitalistica americana. Polanski utilizza un linguaggio sottile, tagliente, ironico, evocativo, con una sceneggiatura per la quasi totalità fedele al testo di Ira Levin. Icona pregnante del film è la figurina segaligna della protagonista, con il faccino pallido, gli occhioni sgranati e il capello corto alla Vidal Sassoon, magnificamente interpretata da una giovanissima Mia Farrow.

Leone Maria Anselmi


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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