REQUIEM PER MATTHEW | A vent’anni dalla morte le ceneri di Matthew Shepard trovano degna sepoltura

Posted on 22 dicembre 2018

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REQUIEM PER MATTHEW

A vent’anni dalla morte le ceneri di Matthew Shepard trovano degna sepoltura

di Maria Dente Attanasio

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Bleed, faggot, bleed! In quest’urlo stava racchiuso tutto l’odio che si era sedimentato nel corso dei secoli. Bleed, faggot, bleed! In quest’urlo c’erano disprezzo, derisione, aggressività, tutta l’arroganza di chi si sente in diritto di far del male a qualcuno, al punto da arrivare a ucciderlo. Nel silenzio di una fredda notte d’autunno, furono queste le ultime parole che udì Matthew Shepard. Bleed, faggot, bleed! (Sanguina, frocio, sanguina!). E mai parole furono così violente, così intrise di tutta la cattiveria che può annidarsi nel cuore dell’uomo. Forse non sapremo mai le reali ragioni che scatenarono tanta violenza nei due cowboys, Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson, giovani d’età ma decrepiti d’intelletto; quel che è certo, è che in loro si espresse tutta la marcescenza d’una cultura millenaria, capace solo di mietere vittime brandendo le armi dell’odio, dell’intolleranza, della discriminazione. God Hates Fags. A sentire certi cattolici fondamentalisti, Dio odia i froci. Sta scritto nella Bibbia, dicono; chissà se sono poi così ligi anche verso il divieto biblico di mangiare conigli, lepri, maiali o tutti quei pesci senza pinne e squame, nutrendosi, come vorrebbe appunto la Bibbia, di locuste, cavallette e ogni specie di grilli. God Hates Fags: Dio odia i froci. Lo scrissero, lo urlarono anche ai funerali di questa ennesima vittima del loro schizofrenico delirio. Scrissero che ora poteva finalmente marcire all’inferno: Matthew Shepard Rots in Hell. Ma il vero inferno Matthew lo conobbe qui, grazie proprio a chi, come loro, porta tenebre nella radiosa bellezza del mondo. Così quella notte dell’autunno 1998 questi emissari di odio e di morte riuscirono ancora una volta ad avere la meglio su quel che di buono c’è nel mondo.

Matthew Waine Shepard era nato da Judy Peck e Dennis Shepard, l’1 dicembre 1976 a Casper, nel Wyoming (Stati Uniti), dove restò fino all’ultimo anno di liceo. Dopo una breve permanenza in Arabia Saudita, dove il padre lavorava per una compagnia petrolifera, si trasferì in Svizzera, e qui ultimò i suoi studi superiori presso una scuola americana, diplomandosi nel 1995. Fatto ritorno nei luoghi natii, si iscrisse alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università del Wyoming a Laramie, una piccola città di studenti e cowboys che si faceva vanto di essere un luogo tranquillo a criminalità zero. Siamo nei luoghi di quello che fu il mitico vecchio West, terra dei nativi americani, delle popolazioni nomadi dei Sioux e dei Cheyenne. Tra le Grandi Vallate e le imponenti Montagne Rocciose che videro avvicendarsi conquistatori, esploratori e cercatori d’oro. Laramie, recentemente dichiarata una delle migliori città in cui ritirarsi, dovette apparire al giovane Matthew anche un luogo civile e rispettoso in cui poter vivere e formarsi. Era bello, Matthew, di una bellezza che sembrava coniugarsi con quella di quei luoghi che l’avevano visto nascere. Lui era figlio della steppa, e i suoi biondi capelli sembravano riprenderne i colori; era figlio di queste sconfinate praterie e di questi cieli immensi che tralucevano nei suoi azzurri occhi. Ma Matthew possedeva anche una dolcezza che non sempre s’addiceva a questi luoghi intrisi di machismo; lui non era un cowboy, un vaccaro, e nemmeno uno che amava fingersi diverso da quel che era. La sua gentilezza, così poco “country”, così poco “western”, dovette farlo apparire come una sorta di orchidea imprevedibilmente spuntata tra lo sterco di vacche che esalava dai numerosi ranch della zona. Amabile e gentile, sì, ma non certo un debole, uno che si sarebbe lasciato influenzare dall’ambiente, o che peggio ancora se ne sarebbe reso succube, come probabilmente tanti suoi coetanei e conterranei avevano fatto. Nonostante la giovane età Matthew possedeva una solida personalità. Era consapevole di se stesso, dei suoi desideri e dei suoi sentimenti. Sapeva di preferire gli uomini alle donne, ma non fece di questo un dramma che potesse tenere in ostaggio la sua vita. Lavorò su se stesso, ci lavorò sopra anche col sostegno della famiglia, e seppe così affrontare il mondo senza quella paura tipica di chi vive irrisolto con se stesso. Il padre racconta: “Vedevo che era nervoso, così gli chiesi se tutto andasse bene. Matt respirò profondamente e mi disse di essere gay. Poi aspettò la mia reazione. Ancora ricordo il suo stupore quando gli dissi: “Davvero? Ok, ma qual è il punto della conversazione?”. Da allora ogni cosa andò a posto. Tornammo ad essere un padre e un figlio che si amano l’un l’altro e rispettano le reciproche convinzioni.” Fu dunque, come si dice, un “gay dichiarato”, in una società che non prevede ancora la necessità di essere un “etero dichiarato”, e fu anche un attivista per la rivendicazione dei diritti civili degli omosessuali, come membro del circolo cittadino dell’associazione “Lambda” e sostenitore dei movimenti politici che sposavano tale causa. Il padre ricorda ancora: “Quando prendeva posizione lo faceva in base ai suoi migliori convincimenti. Una cosa del genere è successa quando ha serenamente consentito che gli altri sapessero che era gay. Non lo pubblicizzò, ma non tornò indietro dal suo proposito. Per questo io sarò sempre orgoglioso di lui. Mi ha mostrato di essere molto più coraggioso di molta gente, me compreso. Matt era consapevole che vi erano dei pericoli a dichiararsi gay, ma ha accettato ciò e ha continuato semplicemente a vivere la sua vita e la sua ambizione di aiutare gli altri.” Coraggio e pericoli: Che civiltà è quella che intende costringere l’affermazione di un sentimento tra questi due termini? E quanti padri e madri avrebbero agito come fecero i genitori di Matthew? Nell’estate del 1998 padre e figlio, seduti l’uno accanto all’altro, ebbero uno dei loro momenti più teneri: “Dissi a Matt che lui era il mio eroe e che era l’uomo più forte che avessi mai conosciuto. Quando gli dissi che mi inchinavo davanti a lui, alla sua capacità di continuare a sorridere e mantenere un atteggiamento positivo durante tutte le difficoltà che aveva dovuto attraversare, lui si mise semplicemente a ridere… L’ultima cosa che ho detto a Matt era che l’amavo e lui mi rispose che mi amava. Fu l’ultima conversazione intima che ebbi con lui.” Quella fu anche l’ultima estate di Matthew Shepard.

La sera del 6 ottobre di quell’anno, seduto al bancone di un saloon, ordina qualcosa da bere; accanto a lui ci sono Aaron J. McKinney e Russell A. Henderson, due vaccari del posto. Non sappiamo se si conoscessero già da prima o se il loro fu solo un incontro casuale. Pare che i tre abbiano avuto uno scambio di gesti e di battute, che gli altri presenti all’interno del locale commentarono con risatine e allusioni. Sembrerebbe che Matthew fosse già noto in città per il suo orientamento sessuale e che questo gli procurasse non poche umiliazioni. Aaron e Russell a un certo punto si offrirono di dare un passaggio a Matthew, ma una volta giunti a bordo del camioncino, Aaron estrasse da sotto il sedile una pistola e con il calcio dell’arma colpì Matthew alla nuca stordendolo. Percorsero vari chilometri, lungo le valli di Laramie, fino ad appartarsi in un sentiero tracciato dagli zoccoli delle mandrie che costeggiava un ranch. Matthew si riprende, ma viene subito preso di peso e spinto contro una staccionata. Lo legano a un palo con del filo elettrico. Sarà questo il patibolo in cui si consumerà il suo cruento martirio. Matthew comprende cosa sta accadendo; ha subito consapevolezza delle brutte intenzioni dei due. Li scongiura, li supplica, piange e implora di risparmiargli la vita. Ma i due bovari incalzano, si avventano contro il suo povero corpo immobilizzato al palo, colpendolo ripetutamente coi calci delle pistole al viso, alla testa, ovunque. I biondi capelli, il bel viso luminoso scomparvero sotto i flutti di sangue; la testa s’inzuppò di un rosso porpora tale da sembrare la capocchia infuocata di una torcia accesa. “Qui non c’è posto per quelli come te…” urlavano “Bleed, faggot, bleed!” (Sanguina, frocetto, sanguina!) Mentre le lacrime di Matthew disegnavano dei sottilissimi rivoli sul sangue raggrumato, s’accresceva in loro quell’eccitazione macabra e codarda tipica di chi agisce in branco e nella barbarie della più truce violenza sfoga i suoi desideri repressi, le sue paure, le sue frustrazioni. Chissà quanto durò questa furia omicida. Forse solo pochi minuti; certamente un’eternità per il povero Matthew che ebbe a patire quell’orribile supplizio. A un certo punto, credutolo morto, decisero di abbandonarlo lì, legato alla staccionata. Si impossessarono del suo portafogli e di altri effetti personali che gli sarebbero serviti per inscenare la pantomima di una rapina. Al rientro a Laramie tornarono dalle loro ragazze, cui consegnarono i vestiti sporchi di sangue per farseli lavare. Le due ragazze si resero loro complici, cercando di suffragare la tesi della rapina. Una delle due studiava nella stessa università di Matthew. Saranno in seguito arrestate per complicità e depistaggio. Il corpo del povero Matthew rimase agonizzante al freddo ben diciotto ore, fino a quando venne ritrovato da un ciclista che passando lo aveva dapprima scambiato per uno scarecrow, uno spaventapasseri. Entrato in stato di coma, morì alle 12:53 del 12 ottobre 1998 al Poudre Valley Hospital di Fort Collins (Colorado). I due assassini vennero arrestati e condannati entrambi all’ergastolo, senza possibilità di riduzione per buona condotta. Gli fu risparmiata la pena di morte per volontà stessa dei genitori di Matthew. Nell’ottobre 2018, a vent’anni dalla morte, le ceneri di Matthew Shepard sono state finalmente accolte nel cimitero della Washington National Cathedral; nell’occasione, i genitori, già fondatori di una fondazione per la lotta all’omofobia, hanno donato i diari e tutti gli effetti personali di Matthew al Museo Nazionale di Storia Americana del Smithsonian Institution di Washington. Vari film, documentari e testi teatrali raccontano la sua storia; diversi artisti, tra cui Elton John e Melissa Etheridge hanno scritto delle canzoni in suo onore. Nel 2009 venne approvata per volontà del presidente Barack Obama la Matthew Shepard Act, legge contro i crimini motivati da gender, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità.

Maria Dente Attanasio

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