L’ASPIRAZIONE IRRINUNCIABILE | Al mondo | un romanzo di Radclyffe Hall

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L’ASPIRAZIONE IRRINUNCIABILE

Al mondo | un romanzo di Radclyffe Hall (Fandango, 2018)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 37 | dicembre 2018

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Londra, estate 1914. L’astratta minaccia tedesca assume forma concreta e penetra con violenza negli ingranaggi della quotidianità stravolgendone gli equilibri consolidati. L’irrompere dello straordinario nell’ordinario smembra e riformula tutti quegli assetti che si credevano immutabili. Quando gli uomini idonei si arruolano per difendere la Madre Inghilterra, tocca alle donne – fino a un attimo prima relegate a ruoli satellite – prendere il loro posto. La guerra, grande dispensatrice di disordine sociale, assesta il colpo di grazia agli strascichi di un Ottocento che ancora si ostinava a confinare il maschile e il femminile in rigidi compartimenti stagni. È questo frangente storico di inquietudine e di cambiamento che Radclyffe Hall illumina e indaga nel romanzo The world (Al mondo, Fandango, 2018, traduzione di Claudio Marrucci), opera incompiuta che in più passaggi rivela similitudini con il successivo Il pozzo della solitudine (1928). Il protagonista è Stephen Winter, «un timido pesciolino spaurito in una vasca di porfido piena di pesci rossi», personificazione dello smarrimento e dell’inadeguatezza. Stephen ha trentacinque anni, è uno zelante impiegato di banca, abita in una squallida pensione di Notting Hill e soffre di asma cronica. Ama leggere libri di viaggio, anche se non ha mai messo piede fuori dall’Inghilterra. Conduce un’esistenza piatta e metodica, priva di affetti e di relazioni, un’esistenza scandita solo dal lavoro. «Fino a quel momento Stephen si era sentito appagato, o almeno immaginava di esserlo; ma bastò un attimo…» La guerra (che Hall paragona a un grande riflettore) gli rivela all’improvviso tutta l’incompiutezza della sua vita.

Mentre tutto frana e si va ridefinendo la macchina della city si adopera con ogni mezzo per mantenere accesi i suoi motori, come se la guerra fosse solo un avvenimento accessorio. Stephen si concentra sulle cifre anonime dei dividendi, sulle registrazioni bancarie e sulla compilazione dei libri mastri, ma gradualmente sente montare in lui uno straniante sentimento di distacco. Vorrebbe arruolarsi come molti altri suoi colleghi, dare una svolta alla sua vita, una qualsiasi, ma l’asma cronica lo qualifica come non idoneo. Di qui la frustrazione, la vertigine, la constatazione di non essere abbastanza virile. Degli impiegati maschi non erano rimasti in ufficio che lui e un altro, un cardiopatico. «Il posto degli uomini lo avevano preso velocemente le donne, tutte ansiose di essere utili alla nazione, e altrettanto ansiose – e questo era tutt’altro che innaturale – di diventare nel frattempo provette impiegate di banca.» Stephen detesta la loro compagnia, la nevrastenia di quelle anemiche «facce da lavoro», e soprattutto odia le loro voci, «molto più alte di quelle alle quali era abituato; voci che diventavano acute nella ferma determinazione di venir ascoltate, sopra i rumori del traffico, sopra tutto il resto.» La guerra ha scoperchiato il suo vuoto, gli ha rivelato la sua infelicità ma, al tempo stesso, ha fatto gradualmente sorgere nel suo intimo «un’acuta, insistente aspirazione alla bellezza», il desiderio di una vita mai davvero vissuta. «Poi, un giorno, d’improvviso, la guerra finì. La guerra uscì silenziosamente dal quotidiano ed entrò nella Storia.» Cessati gli attacchi aerei e il razionamento la pace si reinsedia in una quotidianità ormai profondamente mutata. I sopravvissuti rincasano da eroi e Stephen, il non idoneo, si percepisce «come un pigmeo in un mondo di giganti; un minuscolo pigmeo macchiato d’inchiostro, uno zimbello, o ancora peggio, un essere da compatire.»

La pace non coincide con la sua pacificazione, anzi acuisce ancor più nel profondo il disagio, e la demotivazione. La sola via d’uscita è partire, allontanarsi, impiegare tutti i risparmi faticosamente accumulati in anni di ligio lavoro per un viaggio fuori dall’Europa. Un’idea astratta di “mare” e di “sole” comincia ad ossessionarlo e a proiettarlo in scenari esotici, a contatto con «rudi e stravaganti compagni» con i quali condividere «ardenti e primitivi piaceri». Il cagionevole Stephen Winter vince la sua irresolutezza, ottiene un lungo congedo dalla banca, si reca all’agenzia Thomas Cook’s e acquista un posto sulla nave “S.S. Hellas” per un viaggio intorno al mondo. Sul baule da viaggio – pieno di costosi abiti nuovi in flanella grigia e seta tussah acquistati da Stenning Bos – fa incidere le sue iniziali in caratteri maiuscoli. Ed eccolo sul ponte superiore della “Hellas” in un mattino di «fredda nebbia novembrina» mentre, carico di trepidazione, guarda la vecchia Inghilterra svanire all’orizzonte. A bordo della nave Stephen vince gradualmente il suo riserbo e stringe le prime amicizie da crociera, a cominciare dal compagno di cabina, il rude e misterioso Joseph Weinberg.

Altra figura cardine del romanzo è quella di Elinor Lee (segretaria dell’aggressivo Mr. Frith, un ricco imprenditore calzaturiero), una donna con «la faccia da lavoratrice», anemica e fragile (sorta di contraltare femminile di Stephen). Primo scalo New York, poi il sole tropicale di Cuba, San Francisco, Pedro Miguel… A tavola, sollevando il calice di champagne, Stephen vince la sua timidezza ed esclama «signore e signori, al mondo!». Non è semplicemente un brindisi conviviale, è molto di più, è un gesto simbolico, spartiacque tra due stagioni ben distinte. Dividendosi tra Weimberg e Elinor il malaticcio Stephen rifiorisce «come una pianta malata che si ritrova trapiantata in un ambiente congeniale.» I nuovi panorami lo trasformano, lo nutrono, lo rinvigoriscono, sottraendolo a quell’anonimato che, prima della partenza, aveva contrassegnato così impietosamente tanto la sua scialba esistenza quanto la sua stessa identità latente. «La sua anima iniziò a cogliere la bellezza attraverso gli occhi increduli. E tutto ciò mentre cresceva in lui una nuova e deliziosa sensazione. La sensazione di star bene, la sensazione di potere, la consapevolezza di non essere più un mezzo uomo, ma una creatura giovane, attiva, vigorosa, amante del piacere, i cui sensi rispondevano al calore e al colore. Una creatura i cui occhi si guardavano intorno curiosi e avidi, il cui petto si sentiva più ampio, le cui mani si sentivano più forti e più capaci di afferrare e stringere.» Gonfio di gioia, con le lacrime agli occhi, dice a Weinberg: «È quasi troppo splendido essere vivi!» Molte dinamiche nel romanzo – che ricordiamo essere purtroppo incompiuto – restano sospese, in particolare il rapporto con questo misterioso e sfuggente compagno di cabina, rapporto sottilmente omoaffettivo che lascia presagire un prosieguo passionale. Per le stesse ragioni resta sospeso il rapporto tra Stephen e Elinor. I due si aprono, si confidano, scoprendosi a condividere la medesima fragilità. Vivono entrambi il cambiamento e cercano entrambi una realizzazione. Elinor, al di là dell’aspetto gracile, si rivela una donna «con una buona attitudine per gli affari e una ferma determinazione a rendere la vita un successo», una donna ambiziosa, desiderosa di «conquistare l’Eldorado degli uomini», una donna «aggrappata selvaggiamente alla propria indipendenza, che nonostante la salute cagionevole e i mezzi inadeguati, era del tutto figlia dello spirito del suo tempo, della volontà di fronteggiare gli svantaggi del proprio sesso (…)» Nel corso di una conversazione Stephen le chiede: «Cos’è che spinge le donne a lavorare?» E lei prontamente risponde: «…Vede, noi siamo appena entrate nell’arena, siamo fresche e inesperte e straripanti di coraggio. Ci stiamo confrontando con nuove situazioni, con nuovi ostacoli quasi ogni giorno (…) Sappiamo abbastanza bene che siamo circondate da pericoli, pericoli creati dagli uomini e pericoli creati da noi stesse, e il senso del pericolo eccita e stimola; ha stimolato l’uomo in battaglia, mi dicono, be’, stimola le donne al lavoro. Siamo arcistufe delle vecchie tradizioni, non vogliamo stare a casa e cucinare e uscire e spingere i passeggini; vogliamo farci largo nella vita, imparare dall’esperienza, mantenere la nostra indipendenza. Potremmo essere calpestate, ma se questo dovesse accadere, credo che la maggior parte di noi sentirà con grande chiarezza che è meglio cadere con i fucili fumanti piuttosto che tornare alla vita delle nostre madri.»

Un altro personaggio di donna «aggrappata selvaggiamente alla propria indipendenza» è quello di Winifred Watson. Elinor e Winifred avevano lavorato insieme in un ufficio governativo durante la guerra, e ora avevano il progetto, l’ambizione, di mettersi in proprio e aprire un ufficio di stenografia e dattilografia, specializzandosi in manoscritti d’autore. Anche il rapporto tra queste due donne lascia velatamente intendere una componente omoaffettiva, ma le pagine di Al mondo si interrompono nel pieno della narrazione. Nonostante l’incompiutezza, il romanzo si offre come documento fondamentale nella bibliografia della coraggiosa scrittrice inglese, testimonianza di un’aspirazione irrinunciabile: quella dell’identità inviolabile, quella del diritto alla propria felicità.

Una fiera natura maschile imprigionata in un corpo femminile: questo fu innanzitutto Marguerite Radclyffe Hall, scrittrice inglese nata a Bournemounth (Hampshire) nel 1886 e morta a Londra nel 1943, all’età di cinquantasette anni. Figura inquieta, ma coraggiosa e determinata, Radclyffe Hall ha saputo ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto nella letteratura inglese del primo Novecento, sfidando le convenzioni di quella stessa società che pochi anni addietro aveva gettato nel fango Oscar Wilde, una società timorata e timorosa che continuava a perseguitare con le parole e con le azioni tutte quelle esistenze non allineate. A soli ventun anni “John”, questo uno dei suoi pseudonimi, entra in possesso di una cospicua eredità, comincia a viaggiare per il mondo (bardata per lo più in eleganti abiti maschili) e pubblica a sue spese le prime raccolte di poesie. Nel 1907 si lega sentimentalmente alla cantante Mabel Veronica Label, ma il grande amore della sua vita sarà la scultrice Una Vincenzo (o Lady Troubridge, nota anche per aver tradotto in inglese l’opera di Colette). La coppia soggiornò a più riprese in Italia, nel 1937 si stabilì a Firenze, ma poco prima dell’inizio della guerra fece rientro in Inghilterra; una relazione alla luce del sole, vissuta coraggiosamente, modello d’ispirazione per tante altre coppie clandestine. Il nome di Radclyffe Hall è legato soprattutto al romanzo Il pozzo della solitudine, da molti salutato come il primo romanzo dichiaratamente lesbico della storia; edito nel 1928, tra lo scandalo e la disapprovazione pressoché generali, costò alla sua autrice un umiliante processo per oscenità (in sua difesa si mobilitarono, tra gli altri, Virginia Woolf, E. M. Forster e G. Bernard Shaw). Tutte le opere di Radclyffe Hall sono in corso di pubblicazione presso Fandango Libri.

Massimiliano Sardina

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