Statte accuorte | Confessioni di una superstiziosa

Posted on 11 ottobre 2018

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Statte accuorte

Confessioni di una superstiziosa

testimonianza di Rosa Z. (Pollena Trocchia, Napoli)

raccolta da Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Superstiziosa lo sono sempre stata. O forse dovrei dire che mi ci hanno fatto diventare. Qui a Pollena Trocchia – il piccolo comune alle pendici del Vesuvio dove il mio cognome si tramanda da generazioni – la superstizione è, come si dice, di casa. Non vorrei generalizzare, ma se penso alla mia famiglia e alla cerchia delle mie amicizie partenopee quelli che non credono si contano davvero sulla punta delle dita. Sono cose che si imparano da piccerìlle e che ti porti dietro per tutta la vita. Vede questo cornetto che porto al collo? Lo ricevetti in dono da mia nonna Nunzia il giorno della mia prima comunione. Ora ho settant’anni, faccia un po’ i calcoli, parliamo di una vita fa. Me lo sono tolto solo in un paio di occasioni: una volta per fare una radiografia, un’altra per sottopormi a dei fanghi termali. Non l’avessi mai fatto! “La fortuna bisogna tenersela stretta”, mi ripeteva sempre mia nonna. Devo a lei, a questa donna tutta d’un pezzo, lo confesso, la gran parte delle mie fissazioni. Quanto a riti e a scongiuri non mi batte nessuno. Certo non posso tastarmi i testicoli, ma conosco mille rimedi per combattere le negatività. Non che gli altri intorno a me siano da meno, ma io sono un caso tutto particolare. Diciamo che in materia di superstizione sono una vera autorità. Se le hanno indicato me per questa intervista una ragione ci sarà pure, no? Ho fatto solo la quinta elementare ma di cervello ne ho sempre avuto da vendere. Quello che voglio farle capire è che non sono una sprovveduta, ma una figlia ‘e Ntrocchia che sa il fatto suo (…lo sapeva che quest’espressione deriva proprio dal mio paese?). Dicono che nella nostra vita il destino sia già scritto. Beh, per me non è così. Il destino ce lo scriviamo noi giorno per giorno. Sta a noi voltare a destra o a sinistra, a noi scendere o salire, a noi correre o fermarsi. Per come la vedo io nella vita ci sono cose che portano bene e cose che portano male. Se sai muoverti allora campi cent’anni, proprio come mia nonna Nunzia.

Forse per farle capire meglio dovrei partire da questo curniciello. Lo guardi bene. Lo tocchi pure. È corallo puro. Vede come è bello russo, tuosto, stuorto, vacante e cu’ ‘a ponta? È così che deve essere il curniciello, il talismano dei talismani, l’amuleto degli amuleti, il portafortuna per eccellenza. Tutto il male che si avvicina lui lo allontana, lo riflette su quegli scurnacchiat che te lo vogliono appioppare. “Statte accuorte”, mi raccomandava mia nonna. In un mondo dove il male è sempre dietro l’angolo bisogna pur proteggersi, no? Bene, questo è al tempo stesso uno scudo e uno specchio. È l’abc, mai separarsene. Per essere efficace occorre che sia qualcun altro a donarglielo. Se lo compri tu non vale. Fa contro il malocchio quello che l’aspirina fa con la febbre. E non lo dico io, lo dice la sapienza popolare. Questa terra ha origini etrusche, antichissime. In origine Trocchia e Pollena erano due insediamenti distinti, ed è solo all’inizio dell’Ottocento che sono diventati un unico comune. Pollenesi e trocchiesi si sono mischiati gli uni con gli altri, tant’è che veneriamo un solo patrono, San Giacomo. Anche lui aveva il suo corno, sa? Un bel bastone stuorto e robusto attraverso il quale scacciava il male. Veneriamo però anche San Biagio, San Giuseppe e San Mauro. Non si sa mai. Più sono i santi e meglio è. Specie di questi tempi. Io non faccio predilezioni e, per tenermeli buoni tutti, accendo ceri bianchi sia nella chiesa parrocchiale della Santissima Annunziata di Trocchia, sia in quella di San Giacomo apostolo a Pollena. I santi sono vendicativi e s’offendono facilmente, quindi vanno visitati con cadenza regolare. Io, a differenza di molti, non chiedo grazie. Me li tengo buoni, però. Dentro di me mi son sempre detta: Non si sa mai. Credo che l’essere superstiziosi ruoti tutto su questo non si sa mai. Proteggersi porta via tempo ed energie, è come un secondo lavoro. Alla fine però ti premia. Sono convinta che se sono in buona salute, se un piatto caldo in tavola non mi manca mai, lo devo a tutte quelle piccole accortezze che scandiscono la mia giornata.

Ho letto tanti libri sull’argomento, ho ascoltato tante testimonianze dirette, quindi so quello che faccio e perché lo faccio. Potrò sembrare eccessiva, ma non m’importa. Io devo proteggermi. Tutti dovremmo farlo. So riconoscere uno jettatore e so tenermene alla larga. So voltarmi al momento giusto quando incrocio uno sguardo malevolo. So quali percorsi evitare quando esco di casa e in quali giorni dell’anno è meglio non uscire. So con quale mano si deve elargire un’elemosina. So che una moneta trovata per terra non va spesa in giornata. So come vanno riposti coltelli e forbici. So con quale piede devo scendere dal letto. So quali preghiere devo recitare prima di coricarmi. So che contro gli incubi il miglior rimedio è mettere tre fave secche sotto il cuscino. Nel cassetto del mio comodino, chiusi in un sacchetto di stoffa bianca, conservo una testa d’aglio, una conchiglia e una crocetta di legno. So quale gradino devo evitare quando salgo una scala. So quello che devo e non devo mangiare. So che la Lacrima del Vesuvio, il nostro vino, non deve mai mancare in un pranzo domenicale. So che non si brinda con l’acqua. So che in tredici a tavola non ci si siede. So che pranzare su una tovaglia macchiata porta cattiva digestione. So che il pane non va mai capovolto, perché è come mettere Cristo a faccia in giù. So che il pane non si butta e che anche quello raffermo e ammuffito va consumato. So che, terminato il pasto, le posate non vanno mai incrociate sul piatto. So che appendere un peperoncino rosso sulla porta di casa azzittisce le malelingue. So che quando tuona forte lo zerbino va capovolto. So che le porte delle stanze vanno o aperte o chiuse, mai socchiuse. So che olio, sale e specchi vanno maneggiati con grande cura. So che indossare un indumento al contrario porta bene. So che gli ombrelli vanno aperti solo in strada e che i cappelli non si appoggiano sul letto. So che i capelli non vanno mai spazzolati al buio. So che i gatti neri che attraversano la strada da sinistra verso destra portano male, mentre se passano in senso contrario portano bene. So che il peggio che possa capitare di vedere è un carro funebre senza bara. So che i fiori in vaso non devono mai essere pari. So che di fronte a un’immagine sacra non va mai posto uno specchio. So che le fotografie dei defunti vanno spolverate la domenica mattina. So che dalle suore è sempre bene guardarsi, specie se sono in numero di tre. So che un ago non va mai raccolto. So che quando si rompe una tazza da tè sono guai in arrivo. So che regalare cravatte non va bene, porta sventura a chi le riceve. So che chi ti dona fazzoletti ti vuole male.

Dal numero quattro mi guardo bene, così come dal colore viola e dai venerdì dei mesi di novembre, gennaio e marzo. Se è martedì non faccio mai nulla che possa turbare le mie abitudini. So che l’invidia degli altri è sempre nell’aria, e che per neutralizzarla, quando la si avverte molto vicina, bisogna tossire per finta. So che quando si compiono gli anni, al mattino, bisogna picchiettare il letto con un gambo di sedano tante volte quanti sono gli anni da festeggiare. So che il giorno del proprio onomastico bisogna farsi gli auguri allo specchio. So che il primo giorno di primavera la casa va pulita da cima a fondo e sotto i letti va messa una foglia e lasciata lì fino all’indomani. So che l’ospite va trattato come un principe, e che bisogna però guardarsi da quell’ospite che rifiuta un cordiale o qualcosa di dolce. So che il giorno dei morti è bene vestirsi di nero e restare a digiuno. So che per mantenere i figli in buona salute occorre fare un fioretto ogni primo giovedì del mese. So che per non farsi rubare il marito è bene chiamarlo col nome completo di battesimo almeno una volta al giorno. So che parentela e vicinato sono un pericolo costante, e che la cosa migliore è non negare un sorriso o una gentilezza a nessuno. So – e qui mi fermo con questo elenco, anche perché non vorrei stravolgerla più di quanto non abbia già fatto – che jella e scalogna s’annidano ovunque, e che ogni mezzo è lecito per rigettarle a debita distanza.

Tutti questi riti scaramantici – e stia certa che gliene ho riferita solo una parte – li ho accumulati nel tempo e ora sono parte integrante della mia quotidianità. Molti li devo a mia nonna. È stata lei ad aprirmi gli occhi. Non mi sono di alcun impedimento, anzi direi che mi aiutano a superare gli alti e bassi della vita con più sicurezza. Più che altro li definirei dei comportamenti. Non li esibisco, non li faccio pesare né sulla mia famiglia né sul prossimo in generale. Sono cose mie che riguardano solo me. Essere superstiziosi, in fondo, non è che un modo come un altro di affrontare la vita. C’è chi si affida ciecamente al destino e chi invece, come me, ha scelto di interpretarne i tanti segni e presagi. Molti ora rideranno di me, è comprensibile. Molti altri però si riconosceranno. Vero è che fortuna e sfortuna sono due realtà ben distinte che operano nella vita di ciascuno, ogni santo giorno. Io, dal canto mio, preferisco prevenire. Non si sa mai.

Rosa Z. (testimonianza raccolta da Elena De Santis)


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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