RATIO ET SUPERSTITIO | L’insanabile movente della superstizione

Posted on 11 ottobre 2018

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RATIO ET SUPERSTITIO

L’insanabile movente della superstizione

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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La superstizione, a dispetto della sua pervasiva presenza nel vissuto di molte persone, crea sempre un certo imbarazzo nel doverla ammettere. Questa reticenza tradisce la consapevolezza che si tratti di qualcosa che riveli un punto debole della persona, un “guasto”, se vogliamo, nell’edificio moderno della nostra personalità. Alla domanda “Sei superstizioso?”, la maggior parte risponde di no; poi, però, se scaviamo più a fondo insistendo su quella domanda, otterremo con molta probabilità risposte come “Tendenzialmente no, ma…”, “Non ci credo, ma nel dubbio…”, “Saranno pure vecchie credenze, ma meglio non sfidare la sorte”. Insomma, quella sicurezza iniziale alla prima risposta cede man mano il passo a qualche timida titubanza, l’ilarità sfuma in un’espressione del volto che si fa più pensosa, tipica di chi sta facendo mente locale tentando di rintracciare elementi che diano fondamento a favore del crederci o meno.

La superstizione ha molteplici gradazioni, che sfumano dalle manifestazioni più evidenti e tradizionalmente note a quelle più insospettabili e ben dissimulate. In un caso come nell’altro traccia un territorio di confine tra le nostre certezze acquisite e quella soglia di incertezza che sempre permane, tra la ragione irradiata dalla scienza e dall’intelletto e l’irrazionalità imbevuta di miti arcaici e credenze religiose. Figlia del mito, delle leggende e del più atavico sentimento religioso, la superstizione ha attraversato i millenni, evolvendosi e affinandosi dalle primitive pratiche consistenti in oracoli, sacrifici e formule magiche fino agli odierni scongiuri e gesti scaramantici, mutando in definitiva la forma ma non la sostanza.  Sopravvive, a dispetto dei tempi e dell’evoluzione della società civile, a ricordarci che esiste sempre un limite oltre il quale la nostra comprensione non riesce ad andare e che anche l’uomo contemporaneo e ipertecnologizzato serba in sé ancora molte di quelle paure che inquietarono la vita di contadini e pastori del passato. Molto più che il semplice indizio di uno stato prelogico della mente umana, essa è piuttosto il segno di una condizione che ci fa riscoprire infanti di fronte ai grandi misteri della vita e della natura ma al tempo stesso protesi a voler cercare di condizionare il corso degli eventi e determinare il nostro futuro.

Ancora in molti, al giorno d’oggi, mantengono un atteggiamento ibrido tra lo scetticismo e la creduloneria, che si rivela attraverso azioni scaramantiche compiute in disparate occasioni, quando non dal ricorso a vere e proprie forme magico-rituali per il tramite di sedicenti maghi e professionisti di pseudoscienze occulte. Secondo una recente ricerca condotta dall’ISPES dell’Università di Bologna, due italiani su dieci consultano un mago almeno una volta all’anno; un fenomeno che coinvolge trasversalmente uomini e donne tra i 40 e i 60 anni, di estrazione sociale e formazione culturale diversa. Un’alta percentuale di clienti dotati di un buon grado di istruzione fa affidamento su operatori dell’occulto perlopiù fermi alla licenza media o addirittura privi anche della licenza elementare. Abili manipolatori capaci di carpire la fragilità e le attese di chi, in preda alle proprie angosce, a invincibili paure, o semplicemente ansioso di realizzare i propri desideri, cerca risposte e soluzioni immediate, convinto che con il denaro si possa acquistare tutto: amore, salute, ricchezza e felicità. Il teatrino dei magheggi viene inscenato in studi trasformati in una sorta di improbabili templi, dove la figura del mago, del medium o del santone di turno, circondato da una profusione di immagini sacre, simboli religiosi e della tradizione stregonesca, appare circonfusa da un’aura di mistero e di sacralità. Questo apparato simbolico che pone l’una accanto all’altra effigi mariane, di Cristo e dei santi, insieme a quelle di divinità pagane, tenderebbe a sottolineare, attraverso un bizzarro sincretismo religioso, la complessità e l’origine soprannaturale dei poteri posseduti dall’operatore, i quali discenderebbero proprio da quelle entità celesti chiamate a presiedere alla pantomima dei rituali.

La magia assume i connotati della religione, se ne serve iconograficamente e ritualmente, al fine di ottenere maggiore credibilità e timor reverenziale da parte del cliente, proprio perché parla un linguaggio facilmente riconoscibile e assimilabile dal meme che ci predispone a tutte quelle credenze di natura religiosa. Del resto, per origine, storia ed evoluzione è impossibile scindere la magia dalla religione (entrambi terreno di coltura della superstizione); una osmosi fatta di reciproci rimandi e analogie, sia nella forma che nei contenuti. Non dimentichiamo che il termine superstizione deriva dal latino superstitio-onis, con il quale Cicerone, nel De natura deorum, indicava l’ossessiva propensione a rivolgere alle divinità invocazioni, sacrifici e voti al fine di conservarsi superstiti, ossia sani e salvi. Talvolta risulta difficile distinguere gli esiti di una fede razionalmente orientata da quelli scaturenti da un substrato superstizioso. Nella folta schiera di superstiziosi e di coloro che fanno ricorso a consultazioni di maghi o a rituali apotropaici, molti si dicono credenti e una buona parte è anche cattolico-praticante. Questo sebbene persino nelle sacre scritture vi siano numerosi e precisi moniti verso chi coltivi simili aberrazioni dello spirito. Nel Deuteronomio, in particolare, vengono esplicitamente ammoniti coloro che praticano la divinazione, il sortilegio, l’augurio, la magia, gli incantesimi o chi consulti spettri e indovini. Tutte pratiche molto frequenti tra quei credenti cui, né la fede né la Chiesa, riescono a fornire risposte e soluzioni efficaci.

L’antropologo Ernesto De Martino, nel suo saggio Sud e magia (Feltrinelli, 1959), parlando di magia lucana la descrive come un processo di fascinazione «(…) che indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione (…) che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta.» La magia, con i suoi derivati di fatture e malocchio, origina quel senso di impotenza e di paura che coglie l’uomo di fronte a certi eventi funesti; essa ne è la causa, per il tramite di un agente esterno (un fascinatore) che servendosi delle arti magiche sarebbe in grado di procurare il male alla vittima designata, ma al tempo stesso ne diventa anche la soluzione, con il ricorso a opportuni rituali e talismani. Ciò rivela un’evidente analogia con quanto accade nel contesto di una religione ufficiale, lì dove il male originato dal peccato o da un infausto accadimento avviene perché Dio lo permette, affinchè poi, attraverso la confessione, la preghiera, lo scioglimento di un voto avvenga l’espiazione o l’ottenimento di una grazia che ristabilisca la normalità. Che l’origine del male risieda dunque in un’entità malvagia o in Dio, nella magia come nella religione ciò che conta è che «il negativo che minaccia di continuo l’esistenza dell’uomo, può essere riassorbito e relativizzato» attraverso gli strumenti che esse offrono. Questo sta a dimostrare quanto magia, superstizione e religione siano intimamente intersecate, e quanto vadano ben oltre la semplice fascinazione per un mondo fatto di riti e di simboli capaci di suggestionare col loro alto potere evocativo. C’è il costante richiamo a un qualcosa che si colloca al di là della nuda e cruda realtà del mondo visibile e che non smette di ossessionare i pensieri dell’uomo.

Nemmeno il più sfrenato materialismo è riuscito a sopprimere quel bisogno spirituale che emerge pur nell’opulenza e nella più disincantata visione razionalista; anzi, forse proprio il materialismo ha intensificato quel bisogno trasformandolo in un bene acquistabile alla stregua di qualunque altra merce presente sul mercato. Così l’antro del mago si è oggi trasferito e reso più accessibile nello schermo televisivo o nel web, acquistando attraverso questi moderni mezzi di comunicazione maggior credito e un nuovo status di ufficialità. Nel gran bazar del miracolistico c’è di tutto per ogni occasione o necessità: dal talismano alla medaglietta miracolosa, dalla bambolina voodoo all’amuleto magico, dalle candele rituali al rosario benedetto, dalle statuette di santi e madonne a pietre e minerali carichi di particolari poteri, dai sofisticati preparati curativi ai flaconcini di acqua benedetta, fino ai numeri vincenti per il gioco d’azzardo. Maghi, medium, guaritori e santoni sono tutti in vetrina, e si rivolgono a un pubblico che, spesso, in preda allo sconforto o all’urgenza di soluzioni rapide a problemi di una certa complessità, tende a confondere o a mettere sullo stesso piano queste figure con quelle della religione o della medicina ufficiale.

L’interesse e l’affidamento che molti accordano alle pratiche magico-religiose ha del resto radici ben salde nella storia dell’umanità, presso tutte le culture. Procede da quella costante propensione a voler scrutare segni nelle piccole e grandi cose del quotidiano, nelle manifestazioni della natura, in tutto ciò che sfugge alla nostra capacità di comprensione o di controllo. Il rituale, l’orazione, il talismano portafortuna, l’amuleto scaccianegatività, il santino, il flaconcino di acqua benedetta, la reliquia-feticcio o il gesto scaramantico sono tutte azioni dirette a ristabilire quel mancato controllo su fatti e cose che ci riguardano. Espedienti veri ed efficaci nella misura in cui si è disposti a credervi. Fede e superstizione sfumano l’un nell’altra, formando un ordito di pensieri e atteggiamenti in cui la mente viene irretita e predisposta a sempre nuove credenze; un amalgama di materialismo e irrazionalità da cui non se ne esce fuori facilmente. Il filosofo greco Plutarco già nel I secolo d. C. ci mette in guardia dalla superstizione, come quell’idea che produce «un timore che avvilisce e distrugge», descrive il superstizioso come colui che «anche alla minima disgrazia rimane come pietrificato, aggiungendo alla sua pena un cumulo di altre afflizioni, grandi e terribili», giudica in definitiva la superstizione come un morbo, un guasto di ordine culturale da correggere o debellare.

Nelle retrovie dell’intelletto l’irrazionale prorompe in mille insospettabili forme: instilla il dubbio, riesuma vecchi spettri, paventa possibili sciagure e minacce, teme azioni o mosse false, intercetta possibili messaggi o segni, fissa delle consuetudini inviolabili, individua giorni, numeri e circostanze più o meno propizi, evita determinati luoghi o percorsi, si scherma da certe persone “malefiche e negative”, carica cose inanimate o parti anatomiche di poteri scaramantici, evita di sbilanciarsi troppo su un progetto in cantiere o di comunicare una possibile svolta positiva, si arresta pietrificato davanti a un gatto nero che gli attraversa la strada o a uno specchio che s’infrange, cosparge di sale il suo percorso e il proprio corpo di vino riverso. La superstizione, antica quanto moderna, l’abbiamo assunta col latte materno; possiamo ritenere di essercene sbarazzati o di esserne del tutto immuni, ma ne resta una traccia nel fondo imperscrutabile della coscienza, come il residuo fossile di un arcaico mondo fatto di segni, visioni e misteri mai del tutto risolto. L’intelletto si arresta davanti a una fascinazione, lì dove il sonno della ragione genera mostri.

Giuseppe Maggiore


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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