NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | IL VIAGGIO DI JONAS

Posted on 10 ottobre 2018

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NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte

IL VIAGGIO DI JONAS

 

testimonianza di Jonas Fischer

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Jonas Fischer, 69 anni, ex manager di una multinazionale, oggi residente in un piccolo comune alle porte di Francoforte sul Meno, racconta la sua esperienza di premorte.

«Grazie al mio lavoro ho girato il mondo in lungo e in largo. È stato un privilegio, me ne rendo conto. Oggi qui, domani lì, talvolta senza sapere esattamente dove mi trovassi. In quarant’anni di peregrinazioni si può dire che non c’è luogo dove non abbia messo piede, e non esagero. Lo stretto necessario sempre in valigia, i pasti quasi sempre consumati in aeroporto o in hotel. Ho potuto comprare casa e stabilirmi solo una volta conclusa la mia carriera professionale, ed è stato, non lo nascondo, un grande sollievo. Quando vivi perennemente altrove, lontano dalla famiglia e dagli affetti più cari, il vero luogo esotico diventa il tuo focolare domestico. Ci ho messo un po’ a rallentare i ritmi e ad abituarmi a spazi più circoscritti, ma alla fine ne ho trovato un grande beneficio. Quando cambi stile di vita così drasticamente ti sembra come di ricominciare tutto daccapo. Ricordo bene quel primo giorno di inattività, senza un orario da rispettare e una meta da raggiungere, senza un appuntamento e senza quella montagna di documenti da portarmi appresso. La sensazione di straniamento durò per lunghe sofferte settimane, finché non prevalse una liberatoria pacificazione. La memoria mi tirava brutti scherzi quando tentavo di far riaffiorare l’immagine di un volto, di una piazza o di un paesaggio che avevo visto dove? E quando? Tutto alla fine è andato sovrapponendosi in labili intermittenze. La verità è che non ho mai avuto il tempo di soffermarmi e di focalizzare, come se in quei mille luoghi non ci fossi veramente stato ma li avessi semplicemente attraversati. La casa, come dicevo, mi ha dato finalmente stabilità. Ho visto le giornate farsi più lunghe, soprattutto i pomeriggi. Tutta la mia vita si è come distesa. Questa stanzialità è durata all’incirca per quattro anni, un frangente tutto sommato breve nel quale ho cominciato a costruire le mie rassicuranti abitudini, relazioni più solide e interessi da coltivare. A un altro viaggio non ero affatto preparato. L’idea stessa di partire mi era diventata estranea, totalmente in contraddizione con la mia nuova vita. Indipendentemente da me, però, questo viaggio l’ho dovuto intraprendere. Niente biglietto, niente valigia, forse neanche una meta.

L’infarto mi ha colto alle dieci di mattina di una piovosa domenica di ottobre. Mi trovavo in un bar poco distante da casa. Stavo sfogliando una rivista in attesa che mi servissero il caffè. “Ciao Jonas!” un conoscente deve avermi rivolto un saluto. Avvertivo un leggero fastidio ai piedi, cosa che forse addebitai alle scarpe nuove. Tra questo istante (insignificante, transitorio, quotidiano) e quello del mio ritorno si è aperta una sorta di grande parentesi vuota. Uno spazio di mezzo. Il mio coma sul letto d’ospedale è durato otto giorni e otto notti. Per tutto questo tempo ho viaggiato in direzione di una luce lontana. Una luce molto lontana. Viaggiavo con un corpo che non era più il mio corpo. È difficile raccontare, spiegare con precisione, perché io stesso mi trovo nella posizione di dover interpretare quello che ho vissuto. Le parole si danno la mano con fatica, incerte. Ricordo una grande sensazione di leggerezza sebbene procedessi con sforzo. Qualcosa mi sospingeva ma sentivo premere a tratti anche una forza opposta. Ero avvolto da un buio morbido, conico, bucato da questa luce lontana. Dal buio emergevano immagini confuse di luoghi che al tempo stesso mi sembravano familiari e sconosciuti. Intravedevo dei volti, ma per istanti brevissimi. Piccoli rumori di fondo, felpati, attutiti. Ricordo anche di aver sentito delle voci, forse di bambini. Trovarmi lì non lo consideravo un fatto eccezionale. Ero lì e basta, diviso tra quel buio e quella luce. Se avessi o no facoltà decisionali lo ignoro. Potrei azzardare un debole paragone con quel sopore tipico dello stato del dormiveglia, ma era tutt’altro. Ho letto tante testimonianze NDE e ho riscontrato in tutte la stessa difficoltà di tradurre in parole il mistero di questa esperienza sovra-corporea. Le parole sono inadeguate, me ne rendo conto ogni qual volta termino una frase. È più forte però l’urgenza di condividere, anche a rischio di non risultare chiaro.

Me ne stavo lì sospeso in un misto di consapevolezza e inconsapevolezza. Non ero lì contro la mia volontà, non mi trovavo in trappola, nulla mi costringeva. Sentivo di star lasciando qualcosa di importante per me e, al contempo, mi sentivo chiamato, attirato, ma dolcemente. Regnava una gran calma. Non avvertivo pericolo. Il tempo era indicibilmente dilatato in tutte le direzioni e sentivo di averne un’infinità a disposizione. Un tempo amplificato, rallentato. In una seconda fase il mio viaggio ha subito un’improvvisa accelerazione. Il richiamo della luce è diventato più prepotente. Anche questa è una costante che ho riscontrato in molte altre esperienze di premorte. La luce. Impalpabile, immateriale, vivificante. Aveva un che di fluido e di dorato. Molto calda, avvolgente, materna. Bellissima. Si avvicinava o forse ero io che mi avvicinavo a lei. Ecco, un altro termine di paragone che potrei usare è quello dell’aereo che prende velocità nella fase che precede il decollo. Una grande forza mi consegnava all’abbraccio di quella luce. Io non opponevo alcuna resistenza, ma nemmeno smaniavo per raggiungerla. Semplicemente mi lasciavo trasportare. Avevo fatto così per tutta la mia vita, sballottato da una parte all’altra del pianeta: mi ero fatto trasportare. Perché mai ora avrei dovuto agire diversamente? D’altra parte, lo ribadisco, per me era del tutto normale trovarmi lì in quella dimensione. Non la collegavo al malore che mi aveva assalito al tavolino del bar. Non sapevo di essere in coma. Non sapevo di trovarmi al confine tra la vita e la morte. O forse lo sapevo, non saprei dire quale fosse esattamente il mio grado di consapevolezza. La tentazione di rielaborare tutto con raziocinio è forte, rattoppando qua e là le parti mancanti, ma non è questo che voglio. Sto tentando di restituire quest’esperienza per come l’ho vissuta. Con onestà intellettuale. Nulla di accessorio o di posteriore deve sovrapporsi a questa ricostruzione. L’immagine di me levitante che procede con fiducia verso questa potente fonte luminosa non mi fornisce risposte univoche. Cosa mi attendesse oltre, nel cuore denso di quel bagliore, non saprei dire. Un annullamento? Una rigenerazione? Il mio viaggio si è interrotto prima che potessi sbirciare qualcosa di più. Questione di pochi istanti e sarei stato fagocitato. Questione di pochi istanti e avrei saputo. Ma, con ogni evidenza, non è andata così.

Con grande sollievo delle persone a me care e dell’equipe medica Jonas Fischer si è risvegliato dal coma ed è ritornato. Anche se non ho raggiunto la meta, non lo definirei un viaggio mancato. Forse la vera meta di un viaggio sta nel ritorno. È questo che ho imparato dalla mia NDE. È il solo vero viaggio che abbia mai intrapreso. Nel suo mistero, nella sua indefinizione, credo che risieda tutta la sua bellezza. Mentirei se dicessi che non mi ha trasformato profondamente come persona. Un viaggio così non smetti mai di viaggiarlo. Un viaggio così ti viaggia dentro, ti percorre, ti attraversa, ti assimila. Ha dischiuso in me un altro livello di profondità, ha nutrito il mio animo inaridito. Per diverso tempo non ne ho fatto parola con nessuno. L’ho lasciato sedimentare e acquietarsi dentro di me, e solo in un secondo momento l’ho lasciato venir fuori. Grazie a internet sono riuscito a mettermi in contatto con tante altre persone che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia, passeggeri il cui viaggio è stato misteriosamente interrotto. Alcuni asseriscono di sentirsi graziati, risparmiati. Altri non si sarebbero voluti risvegliare, tanto benessere prometteva loro quella luce. Altri ancora parlano di un’esperienza mistica o, più in generale, religiosa. Io invece non mi pronuncio. Mi limito a restituire con quanta più oggettività possibile quello che mi è capitato in quella piovosa domenica d’ottobre. È giusto che ognuno di noi legga questa luce sulla scorta del proprio vissuto pregresso. Sono esperienze che si possono condividere, ma senza la pretesa di comprenderle fino in fondo. Quello che posso affermare con risolutezza è che non ho sognato, né sono stato preda di allucinazioni. Ero lucido, vigile, a dispetto dello smarrimento e dello stupore. In quest’imbuto nero mi ci son trovato davvero per un tempo sì sospeso, ma molto, molto lungo. Avevo coscienza di quel luogo mentre ero in permanenza. E quella luce, quella bocca spalancata di luce, davvero non c’è immaginazione o visione onirica che possa nemmeno lontanamente concepirla.

Nella mia esistenza nomade ho macinato cieli, oceani e deserti, ma nessun panorama terrestre può eguagliare la bellezza commovente e spettacolare di quella luce. Se cerco di riprodurla nella mia memoria non ne affiora che un riverbero. Apparteneva a un altro mondo, a una dimensione superiore. Illuminava e riscaldava un corpo ormai smaterializzato, affrancato definitivamente tanto dal dolore quanto dal piacere. Con il risveglio ne ho risentito tutto il peso, tutta la finitezza, tutta la miseria. Non è stato piacevole ritornarci dentro. Piano piano ci ho ripreso confidenza. Oggi mi sento fortificato, più in empatia con quello che mi circonda, più consapevole. Una NDE ridisegna la tua visione della vita e ti riformula totalmente come persona. Più di quanto ho detto, in assoluta sincerità, non credo di poter aggiungere. Viaggio qui, per il momento, e più passano gli anni più racconto volentieri questa mia misteriosa avventura. Chi mi ascolta lo fa generalmente con rispetto, senza emettere giudizi. Spero che anche i vostri lettori sappiano fare altrettanto.»

Jonas Fischer

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