FLEURY & GAUDON | Due amici s’amavano | Un racconto crudele di Octave Mirbeau

Posted on 1 ottobre 2018

0



FLEURY & GAUDON

Due amici s’amavano | Un racconto crudele di Octave Mirbeau

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

SFOGLIA LA RIVISTA

 

STUDI MIRBELLIANI ITALIA

Mirbeau ci informa subito che quella di Isidore Fleury e del suo amico-collega Anastase Gaudon è una storia morale che «può scriversi in due righe». Tra i Contes cruels questo è infatti uno dei più stringati, come spicce sono le effimere esistenze di questi due zelanti impiegatucci della medio-borghesia francese di fine Ottocento. Difficile immaginare due vite più insulse di quelle di Fleury e Gaudon, scandite dalla più grigia delle routine e dall’assenza pressoché totale di pulsioni e aspirazioni. Trentacinque anni di lavoro metodico nello stesso ministero, sempre fianco a fianco a farsi ombra l’uno con l’altro, senza mai che «il sogno di qualcos’altro» penetrasse nei loro abulici cervelli, «regolati come orologi dello Stato». Hanno nomi distinti ma identità coincidenti, se identità possono dirsi quelle di Fleury e Gaudon. Nessuna passione è stata mai capace di smuoverli, nessuna idea, nessun desiderio. A guardare il loro presente, fagocitato dal «profondo sonnecchiamento dell’ufficio», si direbbe non abbiano mai avuto un passato. «Della vita che si agitava intorno a loro, essi non avevano visto mai nulla, non mai sentito e capito nulla. Incapaci d’immaginare qualche cosa all’infuori di se stessi, si attenevano ad alcuni precetti correnti di morale e d’onore, che nella loro mente costituivano tutta la scienza e lo scopo della vita umana.»

Attraverso queste due figurine stinte, indicibilmente anonime e perfettamente sovrapponibili, Mirbeau ci offre il ritratto più crudo dell’accidia. Fleury e Gaudon, indifferenti tanto alla felicità quanto all’infelicità, incarnano lo sprezzo assoluto verso la vita, una vita consumata con tiepida noncuranza e sprecata fino in fondo. Affetti da «depressione cerebrale», refrattari alle tensioni emotive e a ogni sana inquietudine, appaiono come il prodotto – mediocre, seriale – d’una statalizzazione divorante e spersonalizzante. Se siano sempre stati così o se lo sono diventati progressivamente nel lungo corso della loro «vita regolare e neutra di larve addormentate», poco importa. Fleury e Gaudon sono il nulla. Nel «deserto così vasto e così vuoto dei loro cervelli» non hanno attecchito che connessioni neuronali transitorie e trascurabili. Niente ricordi, niente rancori, nemmeno il morso d’una frustrazione. «La parità dei loro gusti innocenti, del loro lavoro meccanico, del loro nulla, li aveva legati insieme in una consuetudine vegetativa più forte di un’amicizia ragionata.» Un legame – se legame poteva definirsi questa loro passiva vicendevolezza – che reggeva solo su un gioco di specchi. Avevano condiviso a oltranza la medesima «esistenza puntuale, apatica e letargica», senza mai che un diversivo venisse a scuoterli dal torpore, «preservati dai pericoli spirituali come dai bisogni fisici dell’amore.» Difficile stabilire dove finisca Fleury e dove cominci Gaudon, o viceversa, tanto insignificanti e intercambiabili sono le loro rispettive esistenze. Mirbeau li caratterizza quel tanto che basta per fissarne in due righe l’assoluta inconsistenza, e ce li consegna così, en passant, degni rappresentanti di quell’umanità anonima e neghittosa che stagna nell’ignavia. Piccoli uomini senza idee, dipendenti di un ministero livellante, sono ingranaggi inutili della grassa macchina istituzionale. Ossequiosi, operosi e spensierati, Fleury e Gaudon sono i cittadini perfetti che bramerebbe ogni compagine governativa. Innocui, superflui, invisibili: la categoria sociale e umana più pericolosa.

L’odioso crimine degli accidiosi, tanto ingiustificato quanto imperdonabile perché sacrifica tout court l’esperienza unica e irripetibile della vita, è la crudeltà verso se stessi. Laddove al letargo dell’intelletto si coniughi l’inerzia dello spirito, lì ogni esistenza cessa di essere tale e non può che profilarsi come sterile e vana sopravvivenza. Dopo trentacinque anni di remissiva e disciplinata subordinazione, quando il sopore si è ormai cronicizzato, ecco finalmente sopraggiungere per Fleury e Gaudon l’agognato traguardo della pensione. «Dei sogni di riposo, di campagne remote, dapprima imprecisi, si insinuarono in essi. Poi, a poco a poco, si precisarono meglio.» Il quadretto naïf dell’idillio bucolico – trito stereotipo d’una vita agreste da spendersi sotto cappelli di paglia, tra stagnetti pescosi e ameni leprotti – trova subito terreno fertile nelle aride aspettative dei due novelli pensionati. Eccoli finalmente vibrare di vaghe e ingenue fantasticherie. Poi, riscossa la liquidazione, decidono di passare all’azione. Acquistano così due terreni attigui nel brullo suburbio ai confini della città e vi fanno costruire due casette pressoché identiche, con una stecconata e un pozzo in comune tra i due giardinetti. Questi ultimi si differenziano solo per la scelta dei fiori: Gaudon ama i gerani, Fleury invece predilige le petunie. «Entrambi sono perfettamente felici. Quasi l’intera giornata se la passano seduti sull’orlo del pozzo, non si lasciano mai e pensano a vaghi e reciproci miglioramenti. Solo l’ora del tramonto li separa. (…) Ogni mattina, appena alzati, vanno a sedersi sull’orlo del pozzo.» Qui Mirbeau utilizza espedienti metaforici di chiara e geometrica limpidezza: il pozzo, la stecconata (e il muro, che vedremo comparire nell’epilogo finale).

La banalità della metafora è speculare alla banalità dei personaggi, speculari fino ad appannarsi l’uno nell’altro. Seduti sul bordo del baratro a parlare del più e del meno, nel compiaciuto ozio dell’ignoranza, ebbri d’un illusorio appagamento. «Le braccia incrociate, gli occhi incantati, essi par che riflettano a cose profonde. In realtà, non pensano a nulla.» Questo sonnolento vivacchiare è il meglio che potessero desiderare, la giusta ricompensa dopo una vita al servizio del ministero. Quella di Fleury e Gaudon è una vecchiaia caricaturale, frutto al contempo acerbo e guasto di un vivere mai esperito nel profondo. Quell’abisso, il pozzo intorno al quale s’intrattengono oziosi, li ha già fagocitati da tempi immemorabili. Caricaturale è soprattutto l’amicizia che li lega, poiché dove non v’è consapevolezza non può esserci sentimento. Sono comparse che non hanno mai ambito al ruolo di protagonisti, poco più che spettri, la quintessenza della passività. Il solo valore intimamente avvertito da entrambi risiede nell’elemento simbolico della stecconata che sancisce il diritto inalienabile della proprietà privata.

Il microcosmo di Fleury e Gaudon non è la Natura – espressione lussureggiante e prodigiosa della vita – ma la mesta campagna suburbana con le ciminiere all’orizzonte, degno scenario per un tristo presepio. Sul desolato territorio che circonda le casette, disseminato di stoppie bruciate e di luride immondizie, grava un cielo nero di fuliggine. «Al di là della viottola, la pianura è uniformemente nuda e gialla. La Senna scorre, invisibile, in quel tetro spazio. Nessun filare d’alberi, nessun battello ne rivela il sinuoso corso, perduto fra la monotonia piatta e rossastra del suolo… Ma essi non vedono neanche questo…» La cecità è tale da far sì che non distinguano il bello dal brutto, il naturale dall’artificiale, il sano dal malsano, così quella porzione perimetrata di terra spoglia e ingenerosa alla periferia dell’abitato appare loro come un vero e proprio angolo di paradiso. Per la pulizia delle casette condividono la stessa domestica, rivelatasi soddisfacente anche come cuoca, e hanno rimandato all’anno entrante l’acquisto di un cane in comune. Fleury ha piantato un susino e Gaudon un ciliegio, ma entrambi gli alberi hanno attecchito male e non hanno dato frutto. Piccoli crucci, piccole preoccupazioni, nulla di davvero rilevante era in grado di turbarli più di tanto. L’assuefazione all’indolenza ha il potere di agire su tutti i sensi occludendone i canali ricettivi; privato di stimoli, sottratto al dominio creativo della ragione, il pensiero si obnubila nell’inedia sfumando nel sovrappensiero. Non avendo una coscienza propria da interrogare e dalla quale attingere, Fleury e Gaudon sono completamente sprovvisti di una coscienza civile. Mirbeau, con grande sintesi narrativa, comprime in questi due personaggi quanto di più apatico e labile l’uomo possa incarnare. Nulla può sottrarli al nostro giudizio morale o intellettuale perché nessun aspetto della loro personalità riesce a renderceli simpatici. Non sono né buffi, né strambi, ma solo dozzinali. Sul declinare di una vita mai vissuta, consumata fra timbri e scartoffie, il pensionamento non dischiude che una vaga idea di svago, un tempo affrancato dal lavoro da immolare sugli altari del sollazzo. «Qualche volta un ricordo del ministero traversa loro la mente, ma è già così lontano, così perduto e deformato! Di quei trentacinque anni trascorsi laggiù, non resta loro di veramente netto e preciso se non l’immagine imponente dell’usciere con la sua catena d’argento…» Ora possono bearsi d’essere finalmente indipendenti, liberi da ogni legaccio. «Oh!… bella cosa essere indipendenti!» sebbene di questa indipendenza non sappiano che farsene. «…Indipendente!» ripetono a più riprese questa parola «sillabandola, a larghe pause, mentre di qua si schiudono i gerani e di là le petunie», ma è un vocabolo vuoto che «non ridesta in essi nessun’altra idea corrispondente.»

Il fragile equilibrio di questo legame effimero, trascinato per un lungo quarantennio, si incrina alla fine più per un fisiologico effetto collaterale che per una ragione precisa. Quando i due decidono di ripitturare la stecconata – verde dice Gaudon, bianco ribatte Fleury – il disaccordo degenera in feroce litigio. Tutta la loro posticcia armonia collassa in pochi istanti. Emergono rancori, risentimenti e vecchie ruggini. Toccati nell’unico segmento vivo – il diritto di esercitare potere sulla proprietà – i due si animano come non mai. Tutta l’inerzia sedimentata si guadagna finalmente una valvola di sfogo, ed è il primo vero moto reattivo che abbiano mai sperimentato. Volano gli insulti: imbecille, bestia, canaglia… e le intimazioni: «Vi proibisco, signore, di metter mai più il piede in casa mia…» La stecconata viene presto rimpiazzata da un muro, alto e robusto quanto basta per separarli definitivamente, e le liti proseguiranno per tribunali. Incapaci di elaborare l’accidia, i due amici che s’amavano imboccano la sola strada percorribile: addebitarsi l’un l’altro il crimine della crudeltà.

Nei Contes cruels – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Mirbeau sguinzaglia un nutrito campionario di bestialità umane, rivelando a chiare lettere quel che dell’uomo (della sua proverbiale propensione al male) tanta letteratura ha preferito tacere. Il racconto Due amici s’amavano (Deux amis s’aimaient) è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: Due amici s’amavano, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920).

Massimiliano Sardina


LEGGI ALTRO SU:

STUDI MIRBELLIANI ITALIA


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

Copyright 2018 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

Annunci
Posted in: Cultura, Letteratura