TANATOMETAMORFOSI | Il Pietrificatore. La collezione anatomica Paolo Gorini 

Posted on 30 settembre 2018

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TANATOMETAMORFOSI

Il Pietrificatore. La collezione anatomica Paolo Gorini (Logos Edizioni, 2018)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Le prime pratiche tanatometamorfiche (tecniche sperimentali di conservazione di corpi esanimi) finalizzate a favorire il progresso della conoscenza medico-chirurgica coincidono con gli esordi dell’anatomia moderna. Obiettivo dei preparatori era quello di trasformare l’organismo marcescente in materia didattica durevole, affinché studiosi e studenti potessero approcciarvisi più agevolmente (scongiurando tanto il problema igienico quanto quello del difficoltoso approvvigionamento di cadaveri destinabili alla dissezione). Tra XVII e XVIII secolo si registra una forte impennata su questo genere di sperimentazioni, con l’affinamento di svariate tecniche conservative in preparati liquidi o a secco; i campioni ottenuti – lacerti e tessuti umani (o di altri animali) provvisoriamente sottratti alla putrescenza – finivano poi nei circuiti universitari o andavano ad arricchire il corredo di bizzarrie delle Wunderkammern. Su un versante parallelo a quello dei preparatori si muovevano i ceroplasti, autori di corpi smontabili realizzati perlopiù in cera o in legno e destinati alla didattica medico-chirurgica, ai musei, alle fiere, ai panottici e alle “camere delle meraviglie” di facoltosi collezionisti; queste perturbanti riproduzioni – molto fedeli nelle esteriora come nelle interiora – ebbero larga diffusione tra XVIII e XIX secolo soprattutto perché offrivano corpi puliti e inodore, decisamente più pratici e con meno implicazioni.

Le Sleeping Beauty, impassibili bambole dormienti, si imposero come una comoda alternativa al necro-show del tavolo di dissezione, ferendo più gentilmente sguardo e olfatto dell’osservatore ed evitando di insozzare con sangue e umori le mani perlustratrici del Kheirourgos. La più celebre di queste Veneri anatomiche, prototipo di tante sorelle costruite tra la fine del Settecento e lungo tutto il corso dell’Ottocento, è la cosiddetta Venere dei Medici (1780-1782) realizzata dall’esperto ceroplasta Clemente Susini. Preparatori e ceroplasti sono figure professionali distinte, con obiettivi e fini specifici, ma accomunate da una medesima prerogativa: la dissimulazione dei processi marcescenti. Nel corso dei secoli gli sperimentatori di preparati anatomici hanno inseguito la chimera della conservazione perfetta, applicando procedure personalissime (spesso mantenute segrete), con esiti più o meno felici. Anche le cosiddette tecniche di pietrificazione (o mineralizzazione) si allacciano a questa lunga tradizione sperimentale. Grande precursore nell’arte di pietrificare – ossia di irrigidire i tessuti molli fino a conferirgli consistenza lapidea – fu il veneto Girolamo Segato, molto attivo con le sue mineralizzazioni nei primi decenni dell’Ottocento. Fondamentale per l’affinamento della sua tecnica fu lo studio della particolare composizione delle sabbie egizie. L’attività di Segato conobbe fortune alterne, ma aprì la strada a molti altri pietrificatori. Le sostanze chimiche alla base del processo di pietrificazione erano perlopiù derivati del calcio, del mercurio e del potassio (ma ogni pietrificatore seguiva una sua ricetta personale). Maestro indiscusso nella difficile e controversa arte della pietrificazione fu Paolo Gorini (1813-1881), la cui ricerca – non priva di bizzarrie, ma scientificamente rigorosa e mossa da motivazioni profonde – fu tutta volta a contrastare l’inarrestabile corruzione della carne, il morso insaziabile del Verme Conquistatore. Per comprendere un operato complesso e controverso come quello di Paolo Gorini occorre inquadrarlo nel suo specifico contesto storico, e sviscerare com’era percepita nel XIX secolo la figura del preparatore sia in ambito scientifico-accademico sia in quello dell’immaginario popolare.

Paolo Gorini nasce a Pavia nel 1813. Matura un forte legame con il padre, un professore di matematica, che muore nel 1825 a seguito di un tragico incidente. Questo lutto improvviso lo segna in modo profondo. «…Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo, pochissimo interessandomi degli altri, di me e delle cose che mi circondavano (…)» A soli vent’anni si laurea in matematica e fisica e ottiene l’abilitazione all’insegnamento. Nel 1834 si trasferisce nella cittadina di Lodi e trova impiego presso il Liceo comunale. La sua ricerca sperimentale nell’ambito della conservazione dei tessuti molli comincia intorno al 1842.

Come scienziato Gorini era senz’altro figlio del suo tempo. Incarnava gli ideali del positivismo risorgimentale ma anche certe istanze del romanticismo crepuscolare. Un ricercatore scapigliato, più mago che scienziato, così veniva percepito dai suoi concittadini lodigiani come anche da molti detrattori accademici. Il temperamento eclettico, l’inventiva fertile, il gusto per la teatralità, le metodologie eterodosse coniugate al rigore scientifico e, non ultimo, quell’aura cupa e umbratile da negromante: in Gorini si sommavano caratteristiche antitetiche che facevano di lui un incollocabile. Conquistò larga fama popolare con i suoi modellini di vulcani che faceva eruttare in spettacolari dimostrazioni pubbliche (a una di queste assistette anche Alessandro Manzoni); azzardò inoltre teorie alquanto risibili in seno alla geologia sperimentale, che mise nero su bianco nel saggio L’origine delle montagne (1851). Tutti i suoi sforzi furono però principalmente volti a preservare l’integrità del corpo, come antidoto a quel lutto d’infanzia forse mai intimamente elaborato. Di qui la volontà, squisitamente goriniana, di respingere quanto più possibile la morte, di occultarne i segni identificativi, rimandandola a un tempo indeterminato. La sua battaglia contro il demone feroce della decomposizione, agitata da tensioni recondite, non tardò a tradursi nei toni di un’ossessione. «È una cosa orribile – scrive Gorini – il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.» Gorini fece confluire nelle sue pratiche tanatomorfiche certe soluzioni maturate nell’ambito della geologia sperimentale. Detto in altre parole, per arrestare i processi putrefattivi improntò una sorta di fossilizzazione cadaverica. La sua ricetta prevedeva l’impiego di derivati del mercurio e del calcio, ma molti passaggi (ed eventuali altri ingredienti) sono rimasti ignoti. Gli artefatti goriniani – tra porzioni anatomiche e corpi interi – sono preparazioni “a secco”, ossia non immersioni in formalina o alcol.

Ancora oggi, a distanza di un secolo e mezzo, queste spoglie eternate si offrono perfettamente conservate tanto nelle proporzioni quanto nella fisionomia; i trattamenti invasivi hanno intaccato il nitore dell’epidermide rendendola simile a carne essiccata, ma la sembianza appare fissata con struggente realismo. L’effetto, alla vista come al tatto, è più ligneo che lapideo. Nelle teste mutile (allestite con capelli veri e costosi occhi vitrei) come nei corpi interi (di neonati e adulti d’ambo i sessi) Gorini ha cristallizzato anche le singole individualità di ciascun defunto. Se la morte, attraverso la decomposizione, sancisce il trionfo della Natura sulla Cultura, ecco che il pietrificatore interviene magicamente per interrompere questo ciclo. Lo scienziato è dunque mago quando il suo campo d’azione è al di là dello steccato. Tutti i preparatori – e Gorini non fu da meno – dovettero trascinarsi dietro un alone stregonesco (e, d’altra parte, era il prezzo da pagare per chi viveva a stretto contatto con i cadaveri). Gorini, di personalità schiva ma bonaria, si compiaceva nel suscitare una certa soggezione e spesso non rinunciava a calarsi nel personaggio (atteggiamento che però gli valse la diffidenza di tanto mondo accademico). Circolava una nutrita e colorita aneddotica popolare su quanto avveniva nel laboratorio lodigiano di Gorini, ricavato nella chiesa sconsacrata di San Nicolò.

Nell’immaginario collettivo il luogo deputato agli esperimenti si fa “antro del mago” e obscura segreta. Gorini incarnava a pieno l’archetipo romantico dello scienziato ottocentesco, a un tempo ligio ricercatore illuminato e misterioso alchimista, santo laico che si fa beffe della morte rivoltando come un guanto le leggi della natura. Ed è in questa veste giana che lo ritrae nel 1879 Vespasiano Bignami, in un disegno a carboncino non a caso intitolato Un uomo che può scherzare col fuoco! L’apice della fama lo raggiunse quando gli vennero commissionate le mummificazioni di Giuseppe Mazzini (1872) e Giuseppe Rovani (1874), operazioni che Gorini condusse brillantemente. Quel che è importante sottolineare è che Gorini non realizzò i suoi preparati anatomici per mero scopo museale-didattico o per ossequiare in astratto la sua personale crociata contro i processi putrefattivi; in una nota del 1864, ovvero nel pieno della sua attività sperimentale, auspicava che i suoi ritrovati potessero tornare socialmente utili nelle seguenti aree: “1. Conservazione indefinita dei cadaveri degli animali a corredo dei musei di storia naturale; 2. Conservazione indefinita dei cadaveri umani affinché le sembianze delle persone amate o illustri fossero conservate all’affetto dei conoscenti od all’ammirazione dei posteri; 3. Conservazione dei cadaveri umani in condizione da poter servire agli studi anatomici; 4. Conservazione di parti del corpo umano a corredo dei musei anatomici; 5. Conservazione delle carni commestibili; 6. Indurimento delle sostanze animali di origine non umana per favorire nuove materie di lavoro agli intarsiatori, agli impellicciatori ed ai tornitori.”

Quella di Gorini è una figura complessa, sfaccettata e difficilmente incanalabile. All’occhio contemporaneo i suoi artefatti suscitano talvolta macabro raccapriccio, ed è solo contestualizzandoli nelle aspirazioni e nelle paure dell’epoca che ci è dato di osservarli sotto la giusta luce e di comprenderli nel profondo. Va considerato inoltre il rapporto ravvicinato, fisico, carnale che le società pre-novecentesche avevano con la morte, nemmeno lontanamente paragonabile a quello delle nostre moderne società tanatofobiche. Si deve a Gorini anche la progettazione del primo forno crematorio moderno, edificato all’interno del cimitero di Riolo. «Può risultare ironico – scrive Ivan Cenzi – che, dopo tanti decenni spesi a rincorrere la chimera delle spoglie incorruttibili, della conservazione eterna dei corpi, l’ultima, la più funzionale e la più importante delle sue invenzioni si fosse rivelata un apparecchio per farli svanire del tutto (…) Eppure non bisogna farsi ingannare dalle apparenze, perché in effetti la mummificazione e la cremazione – per quanto sembrino i due estremi opposti dello spettro – hanno essenzialmente un obiettivo identico, ossia eliminare il carattere impuro del corpo che si decompone.»

Al di là dell’innegabile valore storico-scientifico la pregevole collezione anatomica Paolo Gorini, conservata negli spazi espositivi dell’Ospedale Maggiore di Lodi, testimonia in modo pregnante i profondi mutamenti socio-antropologici nel rapporto che la società occidentale ha intrattenuto con la morte. Un ritratto davvero esaustivo dello scienziato-mago lo offre il recente catalogo illustrato Il Pietrificatore. La collezione anatomica Paolo Gorini (Logos Edizioni, 2018), con testi di Ivan Cenzi e contributi storico-critici di Dario Piombino-Mascali e Alberto Carli.

Massimiliano Sardina

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