FORESTA MADRE | Alberi sapienti, antiche foreste | Un saggio di Daniele Zovi

Posted on 30 settembre 2018

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FORESTA MADRE

Alberi sapienti, antiche foreste | Un saggio di Daniele Zovi (Utet, 2018)

di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Icona totemica della Natura, espressione esuberante e rigogliosa della vita, tenacemente radicato nella terra e audacemente proteso verso il cielo, l’albero è congiunzione tra terrestre e celeste. Ci assomiglia «più di quanto siamo portati a credere», scrive Daniele Zovi, tecnico forestale ed esperto di fauna selvatica, ed è tutt’altro che un essere immoto e inanimato. Gli alberi sono le forme viventi più complesse ed evolute del mondo vegetale, i primi grandi pionieri, testimoni d’un paesaggio in perenne trasformazione. Spesso tendiamo a dimenticare che il regno vegetale annovera il 98% della biomassa, ossia dell’insieme di tutte le forme di vita presenti sulla Terra. È questo verde che ci permette di respirare e di esistere. Eppure, in questo nostro sconsiderato e irresponsabile antropocene, lo costringiamo in aree sempre più ristrette, disboscando e cementificando, minando quegli equilibri fragilissimi che reggono l’ecosistema. Le azioni di salvaguardia non mancano, ma è necessario che ciascuno di noi maturi un grado di empatia maggiore, una consapevolezza profonda, un autentico sentimento d’appartenenza. Zovi, infaticabile pellegrino dei boschi, ci invita a inoltrarci nel folto della foresta, percorrendo sentieri impervi e poco battuti. Qui, pervasi dalla quiete umbratile, lontani dagli insediamenti urbani, ci troviamo al cospetto dei silenziosi giganti. I tronchi possenti, le ruvide cortecce, le intricate ramificazioni, le lussureggianti chiome, il profumo intenso delle resine, materia viva che continuamente incorpora e sprigiona i riverberi del vento e della luce. Il bosco non è mera somma di singoli alberi. È un superorganismo vibrante in perpetua rigenerazione. L’immobilità è solo apparente.

Molto efficacemente Bruno Munari ha definito l’albero «l’esplosione lentissima di un seme». Per comprenderne a pieno la natura dobbiamo dunque disfarci dei nostri orologi biologici e sincronizzarci con i tempi arborei. Gli alberi sono creature senzienti, intelligenti e intraprendenti. Come noi vivono in comunità, stringono relazioni, comunicano e interagiscono con l’ambiente che li accoglie. Come noi si nutrono, crescono, si riproducono e infine muoiono. Come noi competono con esemplari della stessa specie o di specie diverse, come noi soffrono e si ammalano, come noi si adattano ed elaborano complesse strategie di sopravvivenza, come noi sperimentano i piaceri e i dolori propri della vita. È scendendo dagli alberi che il genere Homo si è evoluto in sapiens. La foresta madre è stata la silente testimone dei nostri primi passi, da raccoglitori a cacciatori, fino alla grande avventura della selvicoltura che ha adulterato irrimediabilmente gli equilibri del bosco primigenio. Oggi la maggior parte dei boschi di pianura, ci ricorda Zovi, non esiste più. I boschi addomesticati, a uso e consumo delle passeggiate da weekend, sono solo una pallida caricatura di ciò che rappresentavano in passato. «Le antiche foreste di rovere e farnia, che davano perenne ombra al viandante che si fosse dovuto recare da Roma a Parigi nel Medioevo, sono state sostituite da campi coltivati, strade, fabbriche e città.» Le aree boschive su scala globale sono oggi ridottissime. Più la popolazione umana si incrementa e più queste aiuole si restringono. Con le pratiche di rimboschimento e di cura dei boschi si è tentato di tamponare il problema, ma l’impiego pressoché esclusivo di conifere (abete rosso in primis) ha impoverito l’humus del sottobosco. «Sotto la spinta della selvicoltura intensiva e dell’impostazione geometrica della coltura, le foreste naturali vengono inesorabilmente sostituite da formazioni monospecifiche, che poco hanno a che vedere con la natura complessa del bosco “vero”». Solo in tempi recenti, non senza difficoltà, sta prendendo piede «una nuova visione del bosco, più simile a quello che esisterebbe in natura se l’uomo non esistesse». Solo una selvicoltura prossima alla natura può preservare l’ecosistema forestale, opponendo un modello disordinato di “bosco sporco” a quello antropizzato e sterile di “bosco pulito”.

Alberi sapienti, antiche foreste (Utet, 2018) si offre come una piccola bibbia dell’albero, ne racconta la genesi e ne scongiura l’apocalisse, guidando il lettore su un sentiero ora agevole ora accidentato. Protagonisti indiscussi di questo coinvolgente racconto silvestre sono i grandi alberi pionieri come la Quercus sessiflora (che predilige i terreni di pianura non eccessivamente umidi), il Pinus canariensis e la Betulla aetnensis (che attecchiscono su terre aride e rocce laviche), o il Pino mugo (che avanza sia sulle ghiaie calcaree che sulle terre fertili); e poi aceri, larici, pioppi, faggi, eucalipti, cedri, platani, ippocastani, cipressi, auricarie… per scoprire che «le cose che ignoriamo degli alberi sono più numerose di quelle che conosciamo.» Il bosco, oscuro e impenetrabile, si palesa innanzitutto come luogo dello spirito, camera segreta della natura. Il bosco è silenzio, contemplazione, corroborante solitudine. Nel bosco ci si perde e ci ritrova. Dischiude «una dimensione dentro la quale aleggiano paure e speranze, fughe e abbracci, sogni e visioni ancestrali. Proviamo, dentro al bosco, un senso di religiosità cosmica.» Penetrare con rispetto in quest’ombroso mistero significa ritornare nel ventre della foresta madre.

Cecily P. Flinn

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Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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