UN TI SCANTARI | Di niente e di nessuno | un romanzo di Dario Levantino

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UN TI SCANTARI

Di niente e di nessuno | un romanzo di Dario Levantino (Fazi editore, 2018)

di Gaetano Platania

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Rosario ha quindici anni e vive a Brancaccio, uno dei quartieri più difficili alla periferia di Palermo, «un aborto urbano, un non-luogo» riscattato solo dalla vicinanza del mare. Ogni mattina sale sull’autobus 224 per raggiungere il liceo scientifico nel centro storico della Palermo bene. Viaggia per lo più senza biglietto perché i soldi preferisce impiegarli per acquistare dei libri. Rosario ama leggere, è appassionato di mitologia, ama i suoi genitori e ama la brezza del Tirreno. Tutta la sua giovane vita poggia però su equilibri fragilissimi, contesa ora dalla violenza ora dalla dolcezza. Porta il nome di suo nonno materno, morto nel 1968 sotto le macerie del terremoto del Belice, anche se suo padre avrebbe voluto chiamarlo Jonathan. «Se nasci a Palermo, allora devi portare il nome di tuo nonno. Questa non è una legge, è una questione di rispetto che chi viene da fuori difficilmente può capire.» Con questo passaggio del testimone è come se il defunto rivivesse una seconda volta. Per Rosario il nome palermitano «di basso macello» ereditato dal nonno si fa «marchio indelebile dell’appartenenza.» In ossequio a un destino già scritto il nipote si ritrova ad emulare le valorose gesta del mitico nonno, vincitore di un ambito trofeo calcistico, una preziosa reliquia che la madre non smette mai di lucidare. Ed è infatti per tentare di lenire il dolore dell’inconsolabile madre che Rosario entra a far parte della squadra di quartiere, la Virtus Brancaccio. Qui tenta di farsi valere, ma deve fare i conti con avversari spietati e imprevedibili: i suoi coetanei, i suoi concittadini, tutti quei palermitani con cui condivide il sangue. Il campo di calcio, a ridosso del mare, riflette Palermo come in uno specchio. Sopravvivere, dentro e fuori dal campo, è dura. Ma Rosario, nonostante i ripetuti pestaggi, ha dalla sua la determinazione e il coraggio, la necessità di elevarsi, di reagire e di riscattarsi. Iu un mi scantu di nenti e di nuddu (Io non mi spavento di niente e di nessuno): è il suo motto, il suo faro, una sorta di formula magica capace di neutralizzare ogni avversità. A Palermo è un’espressione molto usata, ma più in generale lo è il verbo riflessivo scantarsi (ossia “spaventarsi”) declinato in diversi significati a seconda dei contesti. Nella fase più delicata della sua crescita Rosario si ritrova sospeso tra due non-luoghi: il quartiere in cui vive (quintessenza del degrado) e la famiglia in cui vive (un presepe che va sgretolandosi man mano che una taciuta verità viene lentamente a galla). La sola nota positiva è Anna, una ragazza che lo applaude dagli spalti, attraverso la quale sperimenterà i primi impulsi amorosi.

«Mi fiondo in strada e cammino, non mi curo della meta. Le strade sono un immondezzaio a cielo aperto, un’impensabile selezione di rifiuti. Sul marciapiede c’è persino la centrifuga di una lavatrice e un assorbente incrostato di sangue.» Brancaccio è un quartiere pieno di scanazzati, di cani di mannara e di picciuttieddi (quelli che, per definirsi uomini, devono prima passare dalle femmine). «Prima delle ragazze, Brancaccio ci impone un grado di conoscimento senza il quale non potremmo capirle: la morte. La cerchiamo ovunque, la morte; ne seguiamo la puzza, i vermi della carne, la perentorietà della sua legge.» Se vivi a Brancaccio un t’a scantari di nenti e di nuddu. È qui che il giovane Rosario deve farsi le ossa, non ha scelta. Trae ispirazione dall’esempio degli antichi eroi del passato e se li immagina parlare in palermitano. «Gli uomini dell’antichità non si spaventavano di nenti e di nuddu. (…) Romolo raggiunge l’assassino di sua madre e lo squarta come un selvaggio; Achille, dopo che Ettore gli uccide l’amico, gli sfonda le caviglie e lo massacra davanti a tutti. Erano così gli antichi: se sgarravi, t’ammazzavano.» Punivano i traditori e soprattutto i doppiogiochisti, «li cucivano dentro i sacchi e li buttavano a mare con una zavorra.» Le dinamiche del mito, vecchie come l’uomo, la fanno da padrone anche nelle moderne periferie. Rosario sente montare la rabbia quando scopre che suo padre è uno sporco doppiogiochista, che per tutta la vita ha mentito a lui e a sua madre, che mantiene una seconda famiglia nella Palermo bene e che ha un altro figlio suo coetaneo di nome Jonathan. Il nome (che in ebraico significa “dono di Dio”) che sarebbe dovuto spettare a lui. Il dolore si traduce in un percorso di emancipazione dalla violenza e Rosario lascia prevalere il sangue, l’appartenenza, il desiderio insopprimibile di incontrare questo fratellastro (con lo stesso slancio di Polluce, che pur di non separarsi dal fratello Castore, rinunciò all’immortalità). In questo suo primo romanzo Dario Levantino racconta una dolorosa storia di formazione. Rosario parla in prima persona, con una voce potente e chiara, che dal profondo e bellissimo sud rivendica verità e riscatto.

Gaetano Platania


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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