METAFISICA DELL’ANTISEMITISMO ovvero l’obbligo giudaico di essere detestati | Da duemila anni | di Mihail Sebastian

Posted on 23 settembre 2018

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METAFISICA DELL’ANTISEMITISMO

ovvero l’obbligo giudaico di essere detestati

Da duemila anni | un romanzo di Mihail Sebastian (Fazi Editore, 2018)

di Mario Caruso

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Lo scrittore e commediografo romeno Mihail Sebastian (vero nome Josef Hechter), nasce nel 1907 a Braila, sulle sponde del Danubio, in una famiglia ebraica. Dopo gli studi liceali, condotti in un clima culturale stimolante anche se inquinato dalla crescente insidia dell’antisemitismo, si trasferisce a Bucarest per studiare legge. Qui comincia a scrivere sulla rivista «Cuvintul» diretta dal filosofo Nae Ionescu (suo ex professore di logica e sorta di “maestro spirituale”), che gradualmente sposerà la causa del nazionalismo di destra romeno. Nel ’30, conseguita la laurea, si trasferisce per un anno a Parigi dove sfuma il suo progetto di conseguire un dottorato in Diritto; una permanenza breve quella nella Ville Lumiere, ma talmente intensa da ispirare tutta la sua successiva produzione letteraria. Nel ’34, incoraggiato da Ionescu, pubblica Da duemila anni (De douã mii de ani) – quest’anno riproposto da Fazi Editore con la traduzione dal romeno di Maria Luisa Lombardo – un complesso romanzo autobiografico e filosofico che illumina, con spietata lucidità e malcelato disagio, la zona d’ombra della natura ebraica.

Fine intellettuale e attento testimone Sebastian indaga l’atmosfera d’anteguerra in Romania tra i primi anni Venti e i primi anni Trenta, e in particolare quei pruriti antisemiti che serpeggiavano sia tra i conservatori che tra i liberali. Il protagonista del romanzo è un ebreo non credente che, volente o nolente, è costretto a fare i conti con un’ebraicità ricevuta in eredità, tragicamente tramandata da duemila anni. Il suo antisionismo è altrettanto intrinseco, ma non militante; si profila perlopiù come un sentimento ragionato, corroborato da un sereno senso d’appartenenza al biologico, spurio d’ogni misticismo. L’essere ebreo, da un’ottica squisitamente sociale, ne è consapevole, è una condizione ineliminabile. Da giovane subisce ripetuti pestaggi, insulti, umiliazioni. Più volte è costretto ad abbandonare l’aula nel bel mezzo di una lezione. Mentre i suoi correligionari assimilano l’ostilità fieri del martirio, – perché soffrire è una prerogativa tradizionalmente ebraica – lui non nutre velleità di redenzione, anzi per molti versi giustifica quegli attacchi. Tutto si traduce in un dissidio insanabile, in una diatriba interiore che non ha soluzione. «…se potessi superare duemila anni di talmudismo e melanconia, se potessi avere ancora, supponendo che qualcuno della mia stirpe ce l’abbia mai avuta, la limpida gioia di vivere…» Dell’ebreo (e soprattutto dell’intellettuale ebreo) Sebastian condanna il compiacimento dell’isolamento dalla massa, la vocazione all’inquietudine e ai sogni tormentati, la necessità di incamerare il dolore, in una parola l’inettitudine alla vita. L’immagine che ha di sé è quella di «un albero fuggito dal bosco», sebbene per quel bosco non si auguri alcun incendio.

Significativo, nel romanzo, è il dialogo filosofico tra il protagonista e l’antisionista Mircea Vieru (personaggio in cui rivivono certe sfaccettature del maestro Ionescu). Mentre Vieru tenta di ricondurre tutto alla soluzione della questione ebraica della Romania dal punto di vista politico-economico, il protagonista inquadra il problema su un piano più metafisico. «…Ti sembra davvero così diverso il significato dell’antisemitismo odierno da quello di 600 anni fa? Allora era religioso, oggi è politico, ma credi che siano davvero due fenomeni distinti? (…) Certo, l’antisemitismo del 1933 è economico e quello del 1333 era religioso. Ma questo perché l’ordine essenziale di quel secolo era la religione, mentre l’ordine del nostro secolo si basa sull’economia. Se domani la struttura sociale non avrà come perno la religione, né la politica, e nemmeno l’economia, bensì, mettiamo, l’apicoltura, l’ebreo verrà odiato dal punto di vista dell’allevamento delle api. Quello che cambia nell’antisemitismo, considerato come fenomeno eterno, è il piano su cui si manifesta, e non le sue cause primarie. E quindi, sì, i punti di vista sono altri, sempre altri: l’essenza del fenomeno è tuttavia la stessa. E risiede, per quanto possa non piacerti, nell’obbligo giudaico di soffrire.» Il protagonista ravvisa negli ebrei «l’obbligo metafisico di essere detestati. Questo è il loro ruolo nel mondo. È la loro maledizione. Il loro destino.»

A un problema che non ha soluzione, perché stratificato da duemila anni, Sebastian (ebreo e non-ebreo) oppone un pacificato sentimento d’accettazione. «E allora bisogna accettare – e io l’accetto – questa alternanza di massacro e pace, che scandisce il ritmo della vita ebraica.» Da duemila anni destò un enorme scandalo perché la prefazione, firmata da Ionescu, si profilò come un vero e proprio libello di estremo antisemitismo, e questo in totale contrasto con il messaggio umano contenuto nel romanzo. Sebastian chiarì la sua posizione lo stesso anno pubblicando un pamphlet. L’orrore della deriva antisemita in Europa è ampiamente descritto nei Diari che Mihail Sebastian scrisse dal 1935 al 1944 (pubblicati solo nel 1996). Come autore teatrale si distinse nella seconda metà degli anni Trenta con le commedie Il gioco delle vacanze e La stella senza nome. Cacciato dalla sua casa dalle leggi antisemite fu costretto a rifugiarsi in una baraccopoli dove, con fiera ostinazione, ha continuato a svolgere la sua attività di scrittore. Con la liberazione della Romania da parte dell’Armata Rossa Mihail Sebastian ottenne una cattedra all’Università di Bucarest ma, a distanza di poche settimane, il 29 maggio 1945, morì tragicamente in un incidente stradale. Da duemila anni si offre al lettore contemporaneo come un testo assolutamente fondamentale per comprendere le dinamiche dell’ascesa dell’antisemitismo in Europa. Più ancora, però, l’analisi-confessione di Sebastian si profila come un processo di coscienza che dà voce alla solitudine metafisica dell’ebreo, un eterno errante in balia della sua stessa natura, costretto nei secoli a difendersi dai nemici di sempre.

Mario Caruso


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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