LA MOSTRIFICAZIONE DELL’ARTE | Contro le mostre | Un pamphlet di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione

Posted on 23 settembre 2018

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LA MOSTRIFICAZIONE DELL’ARTE

Contro le mostre | Un pamphlet di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione

(Einaudi, 2018)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Nell’appassionato pamphlet Contro le mostre (Einaudi) Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, storici dell’arte e docenti universitari, lanciano un coraggioso j’accuse contro la mostrificazione dell’arte in atto da molti anni nel nostro Paese. Il libro, scrivono gli autori in premessa, nasce «da un’urgenza quasi “politica”», perché accettare supinamente il degrado in cui è trascinata l’arte in Italia equivale a un reato di connivenza. La denuncia è ben esplicitata nelle note di copertina: «Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere. È ora di sviluppare anticorpi intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.»

La situazione italiana è sotto gli occhi di tutti. Da un abbondante ventennio sono spuntate come funghi mostre blockbuster senz’arte né parte, messe su in tempi ristretti e senza alcun criterio scientifico al solo scopo di far cassa. Compilation raffazzonate, rozze, improvvisate, che puntano sui soliti famosi (Van Gogh, Monet, Caravaggio, Warhol, Picasso, Dalì…) per adescare con effetti speciali il popolo bue. Queste temporary exhibitions tutto fumo e niente arrosto eludono ogni istanza civilizzatrice per offrirsi come meri percorsi di svago. Il pubblico al quale intendono rivolgersi è il medesimo che affolla la domenica i centri commerciali. Storici, critici e studiosi qualificati hanno lasciato il posto ad astuti manager e potenti imprenditori, «dilettanti di rara incultura» sempre più abili nello stringere accordi con le sprovvedute amministrazioni pubbliche. Le logiche più bieche del marketing hanno imparato bene a camuffarsi sotto fittizi intenti pedagogico-didattici. Ridotta a merce di consumo e a effimero intrattenimento, decontestualizzata e prostituita, l’opera si desacralizza e si neutralizza. Letteralmente appesa a un chiodo, crocifissa in allestimenti stucchevoli, assurge a oggetto d’arredamento o, peggio ancora, a feticcio. Il visitatore è declassato a cliente. Quale migliore formula per appagare il modesto appetito delle nuove masse acculturate, subdolamente indotte a una fruizione di superficie.

Tra le operazioni più trash basti menzionare la recente mostra “Tutankhamon, Caravaggio e Van Gogh”, record di visite nel 2015 nella celebre location della Basilica palladiana di Vicenza; una spudorata accozzaglia montata ad arte per deliziare i palati più elementari. Queste mostriciattole, tanto inutili quanto diseducative, allestite in spazi museali di prestigio e ampiamente pubblicizzate, cagionano danni incalcolabili tanto alle opere (sballottate durante i trasporti e gli imballaggi) quanto in chi le osserva. Si esauriscono nell’entertainment senza veicolare alcun arricchimento. Quelli che dovrebbero offrirsi come complessi itinerari contemplativi sono invece improntati come semplici territori d’evasione, cosicché chi si trova ad attraversarli possa avere «l’illusione di sapere qualcosa di più sull’arte, senza alcuno sforzo.» Le mostre spazzatura sono un primato tutto italiano. Per la quasi totalità, fatte salve poche eccezioni, sono operazioni prettamente commerciali. «Questo variopinto carrozzone – denunciano Montanari e Trione – è foraggiato da amministratori locali (…), da politici nazionali, da soprintendenti infedeli, da aziende in cerca di visibilità, nonché dalla necessità di alimentare a ciclo continuo un complesso circuito economico-clientelare, incentrato sulla pletora di cooperative, sedicenti associazioni culturali e concessionarie di servizi, che lucra reddito privato mettendo a rischio e sfruttando selvaggiamente un bene comune. È tutto questo che bisogna archiviare, ricominciando a fare solo le mostre necessarie: quelle capaci di mettere in contatto ricerca e grande pubblico e di ridare agli italiani le chiavi estetiche, etiche e civili del loro patrimonio.»

Dovremmo seguire l’esempio delle istituzioni museali più serie come il Centre Pompidou di Parigi (si pensi alla meravigliosa retrospettiva dedicata ad Hockney nel 2017), la Neue Nationalgalerie di Berlino, la National Gallery di Londra, il MoMA di New York o il Reina Sofia di Madrid, guidate da autorevoli commissioni scientifiche. Tramontati ormai gli esempi gloriosi di Roberto Longhi, Federico Zeri, Lea Vergine, Maurizio Calvesi…, oggi il patrimonio artistico italiano è affidato ai Goldin, agli Sgarbi e a un drappello di mostrificatori senza scrupoli. Il format è sempre lo stesso: attrarre con la griffe del nome (meglio se un po’ maudit) imbastirci su un discorsetto con qualche cenno storico e un confronto qua e là, infine speziare il tutto abbondantemente con effetti speciali (meglio se interattivi). E pubblicità, tanta pubblicità. Mostre di cassetta, confezionate e infiocchettate, concepite come mere macchine attrattive ed emozionanti Art-Show. Prive di solidi apparati critici e di efficaci supporti didattici, utilizzano spesso come esca un quadro famoso e popolare – La ragazza con l’orecchino di perla, La dama con l’ermellino, La Velata… – elevandolo allo statuto di reliquia (e poco importa se questa iconizzazione non sia sostenuta da approfondimenti e comparazioni). Guarda e passa. Paga e consuma. A prevalere sono fiere dell’effimero che si spacciano per “grandi eventi”, carrellate di opere accostate più o meno a caso e date in pasto a un pubblico occasionale. In abbinamento ci sono poi gli immancabili cataloghi della mostra, orgoglio di tutti i bookshop, tomi patinatissimi con lunghi testi critici copia-incolla che, nella stragrande maggioranza dei casi, nulla tolgono e nulla aggiungono alla materia trattata; redatti in tempi risicati, affidati ai soliti amici, non si offrono come il frutto di una ricerca sofferta e sedimentata ma come virtuoso esercizio di settore.

Catalizzatrice di tutta questa barbarie operata nel cuore vivo della cultura è in primo luogo l’opera d’arte stessa, strumentalizzata e mercificata, sfruttata senza ritegno. Vittima sacrificale di tutto questo sistema malato è poi il cosiddetto fruitore (lo specialista come il profano), privato a priori della possibilità di accrescersi nel vasto e articolato racconto visivo che la mostra dovrebbe fornirgli. Gli unici ad arricchirsi sono gli scaltri promotori di queste astute iniziative. Le mostre blockbuster hanno trovato terreno fertile in una società digitalizzata e disincantata, abituata a macinare distrattamente immagini su immagini, incapace di decodificare la complessa rete di messaggi che soggiace sotto la patina dell’opera. Anziché promuovere la conoscenza, stimolare l’approfondimento e caldeggiare la contemplazione, queste mostre fomentano la superficialità della visione e premiano la pigrizia interpretativa. L’opera d’arte – svuotata di senso, rimossa dal contesto e dalle ragioni profonde che l’hanno di volta in volta generata – assurge così a capolavoro fine a se stesso. Fagocitata dai meccanismi ingordi della Business Art, mortificata dal diktat banalizzante della Kulturindustrie, istigata a farsi veicolo di sterile stupore, tacitata, violata nella sua identità profonda, l’opera si riduce a manufatto da ammirare alla stregua d’un pregiato jouet de luxe. A comunicare resta solo la sua superficie. L’esperienza che può trarne il frettoloso visitatore è dunque solo visiva, epidermica.

Il Kulturherbstgefüh (l’autunno della nostra civiltà) profetizzato da Nietzsche nel 1872 lo abbiamo oggi sotto i nostri occhi, con il beneplacito di chi ci governa. «Stiamo assistendo all’indebolimento della missione civile delle mostre, che è parte decisiva nelle strategie di promozione dello sviluppo della cultura indicate nell’articolo 9 della Costituzione italiana.» Se la grande letteratura resta inaccessibile alle grandi masse, per le arti visive la situazione è differente. L’immagine – sia essa un dipinto del Pontormo o un’installazione di Ai Weiwei – si offre per sua natura a letture più immediate e meramente epidermiche. Lungo le corsie di questi supermarket dell’arte il consumatore medio, avvezzo alle dinamiche del like, è legittimato a esprimersi in giudizi che non esulano dal culinario: “mi piace” o “non mi piace”. Gli entusiasti esclameranno con grande soddisfazione: “…capolavoro!”; gli straniti opporranno un “…inquietante!” o un più sbrigativo “…questa proprio non la capisco”; più di rado sortirà un “…interessante”. I più romantici si inteneriranno al cospetto d’un poetico campo innevato, i più maliziosi indugeranno più del dovuto su una Vergine pudica, i più creativi oseranno un “questo lo saprei fare anch’io!”. Improntando itinerari espositivi banalizzanti e sensazionalistici le mostriciattole assecondano spudoratamente questo tipo di approccio, riducendo l’opera a tabula rasa. «Ad affermarsi è una logica da cinepanettoni. Un vero imbarbarimento. Quasi una perversione.» Sono chiamate a soddisfare «un desiderio esteso di intrattenimento pseudocolto. Poco conta se aggiungano qualcosa alla conoscenza di un pittore o di uno scultore. Devono essere come Luna park. (…) Défilés di opere sterilizzate del loro germe spirituale.» Il fenomeno (tutto italiano) della mostrificazione dell’arte riflette impietosamente la débâcle istituzionale che disonora il nostro presente e avvelena il nostro futuro.

È ora di dire basta al proliferare di queste fiere. Contro il “riduzionismo culturale” che omologa e appiattisce le coscienze è necessario opporre un radicale ripensamento delle azioni educative. Solo le “grandi mostre” – quelle corroborate da autentica ricerca – possono offrire il giusto strumento. Le opere d’arte, definitivamente sottratte alle sfavillanti kermesse, devono tornare a mostrarsi davvero. Oggi, come non mai, «c’è bisogno di mostre ordinate non da curatori collusi, né da impresari disinvolti, ma da studiosi con una salda formazione storico-artistica e uno spiccato talento critico, fortemente radicati nella cultura del nostro tempo, i quali sappiano “riconquistare” il passato a partire dal presente.» Seguendo gli esempi dei Paesi virtuosi (Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti) è necessario ridimensionare lo strapotere delle aziende private e ridare autorità e autorevolezza alle nostre istituzioni (che hanno il sacrosanto dovere di farsi garanti del benessere morale e intellettuale della collettività). Solo una compagine politica responsabile e intellettualmente accorta potrà ridefinire «gli argini dentro i quali il “privato” possa muoversi». La ricetta è molto semplice: dare spazio alle mostre solo se veramente necessarie, che non si limitino a riproporre in salse sciape ciò che è già visibile nei musei, che siano «l’esito di un’autentica tensione verso la ricerca e di un alto impegno filologico ed ermeneutico». Mostre che siano in grado di dialogare sia con gli specialisti sia con i profani, al contempo serie e seduttive. Mostre che sappiano offrirsi come meravigliose cattedrali della conoscenza, capaci di istruire, di stimolare, di commuovere, di generare civiltà.

Nella seconda parte del saggio, Montanari e Trione scattano una fotografia impietosa dell’attuale stato dell’arte nei circuiti internazionali. A emergere è una artworld festivaliera sempre più biennalizzata, popolata di sedicenti artisti e manovrata da indipendent curator e manager d’impresa (figure ambigue, incolte ma intrallazzatissime, che hanno infestato quel territorio sul quale prima si muovevano gli storici e i critici). «L’arte contemporanea è il racconto di un naufragio», scriveva Jean Clair ne L’inverno della cultura e, fatte salve le dovute eccezioni, è davvero difficile trovare un’espressione più congrua per descrivere questa deriva.

Massimiliano Sardina


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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