NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | ACQUA DI LUCE

Posted on 18 luglio 2018

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NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte

ACQUA DI LUCE

Martha Bauer, 67 anni, pensionata, ex impiegata nella pubblica amministrazione, oggi residente in un piccolo comune alle porte di Düsseldorf, racconta la sua esperienza di premorte.

 

testimonianza di Martha Bauer

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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La vita che conducevo prima, se vita poteva definirsi, scorreva su un rettilineo perfetto. Andavo avanti e indietro: casa lavoro, lavoro casa. Tempi serrati, soste brevi, mai una deviazione. Mi sono sempre trincerata dietro un carattere duro, riservato, moderatamente distaccato. La disciplina fatta persona. Ho amato un solo uomo, e quando se ne è andato ho preferito viaggiare da sola. Il lavoro tappa tanti buchi e finché ce l’hai continui a tappare, illudendoti che tutto il resto non esista, non ti riguardi. Amicizie poche, per lo più rapporti formali e oziosi convenevoli nelle pause caffè. La sola persona che ho sempre avuto relativamente vicina è mia sorella Agnes, di cinque anni più giovane. Quando ti fai uno schema vivi protetta, sicura, al riparo dalle emozioni. Ero una di quelle a cui, inspiegabilmente e senza una ragione ben precisa, la vita faceva paura. Occupandomi di burocrazia dalle nove del mattino al tardo pomeriggio mi tenevo alla larga dal mondo reale, un mondo che, l’ho scoperto dopo, meglio tardi che mai, è governato da ben altri numeri. Una vita scrupolosamente pianificata, la mia. Piatta e metodica come poche. Sveglia puntata alle sei e venticinque. Coccole alla gatta e colazione frugale. Il pieno di carburante all’auto ogni mercoledì. Ingresso in ufficio entro e non oltre le otto e quaranta. Fiori freschi sulla mia immacolata scrivania ogni lunedì. Secondo caffè del mattino alle dieci in punto. Integratori multivitaminici mezz’ora prima del pranzo. Continuo? Spesa nello stesso supermercato ogni sabato mattina. Il parrucchiere una volta al mese, preferibilmente di martedì. Il dentista una volta ogni due mesi, preferibilmente il giovedì pomeriggio. Il pranzo domenicale con mia sorella, preferibilmente a casa mia, seguito da una passeggiata digestiva a passo sostenuto. La sera quasi sempre un film alla tivù. Tisana al ginepro, per favorire la circolazione. Venti paginette di un romanzo giallo prima di addormentarmi. Sonno regolare, niente sogni. Potrei enumerare tutti quelli che erano i miei rigidi rituali, le coordinate dello schema in cui mi ero inquadrata per sentirmi al sicuro, ma mi sembra che già questi rendano l’idea. Il tempo residuo lo dedicavo alle cure della casa e del giardino. Tenersi occupati è maledettamente facile, se vuoi tenerti occupata. C’è sempre una siepe da potare e un pavimento da lavare. Ecco cosa intendo per un rettilineo perfetto. Fare di se stessi un’aiuola non calpestabile dove non c’è spazio per le erbacce. Tutto questo rigore mi infondeva forza, la sensazione di star spendendo la mia vita nel modo giusto. Ero persino capace di sorridere e di ostentare una certa serenità. Vivevo nell’inconsapevolezza, non fingevo, ero contenta così. Una donna determinata, sobria, pragmatica: offrivo agli altri, e a me stessa, quest’immagine irreprensibile. Sarei vissuta così fino alla fine dei miei giorni se qualcosa – di imprevisto, di inaspettato, di proverbiale – non fosse intervenuto a scombinare tutto.

È successo tutto una domenica mattina. Mi ero alzata di buonora e mi ero preparata il caffè e del pane imburrato, come facevo sempre del resto. Ho accarezzato la gatta, ho acceso la radio e ho scostato le tende della finestra della cucina per sincerarmi che fuori fosse una bella giornata. Il cielo era un po’ cupo ma andava schiarendosi. Sovrappensiero, sono indietreggiata di qualche passo con la tazza fumante in mano ed è lì che ho cominciato ad avvertire un leggero capogiro. È stato un attimo, ho fatto per appoggiare la tazza sul marmo del davanzale e, di punto in bianco, sono collassata a terra perdendo i sensi. Un malore. A soccorrermi, una mezz’ora più tardi, è stata mia sorella. Era venuta per il nostro pranzo della domenica e, dopo aver suonato invano il campanello, era entrata con la sua copia delle chiavi. Mi ha trovata riversa a terra, cerea e assente, accartocciata in una posizione innaturale. Per tre giorni ho lottato tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, tre giorni che per me sono volati via in un soffio. Riaprire gli occhi è stato come riemergere. Vidi il bianco del soffitto e percepii un andirivieni di sagome intorno al mio letto. In quel preciso istante capii, tra il terrore e la meraviglia, dove ero stata e dove ero tornata. Ecco, mi bastava richiudere delicatamente le palpebre per far riaffiorare quel mondo di riverberi cristallini, una bolla d’acqua e di luce, una spazialità fluida e translucente. Non avevo sognato. Non si fanno sogni così. Ero stata lì, ero come affondata, sprofondata in un plasma fatto d’acqua e di luce. Aggrottavo la fronte e serravo gli occhi perché desideravo con tutta me stessa di rituffarmi lì, di bagnarmi ancora, di reincorporarmi a quell’elemento. Ero seccata che mi avessero svegliato. Tremendamente seccata. Pensavo, ma cosa ci fanno tutte queste persone intorno a me, perché non mi lasciano riposare? I primi minuti di questo risveglio vedevo tutto offuscato e tremolante. I suoni mi disturbavano, così come gli odori, tanti odori chimici. Progressivamente cominciai ad accusare dei dolori articolari in tutto il corpo. Dov’ero stata la gravità non c’era, il corpo non c’era. Avevo galleggiato e fluttuato nella trasparenza. Lavata, pulita, mondata, non so come spiegarlo. Ero parte di quell’acqua e di quella luce e loro erano parte di me, mi attraversavano e io attraversavo quell’eterea fluidità. Più che purificata mi sentii pura, battezzata alla gioia. Non stavo sognando, ero lucidissima, fisicamente ed emotivamente presente, accarezzata dall’onda, rassicurata, sollevata e al contempo trattenuta, avvolta e infradiciata dalla luce. Un’energia amica, palpitante, nutriva questa amorosa sospensione. Niente spazio, niente tempo. Percepivo tutto così nitidamente. Non ho termini di paragone per rendere, a parole, l’impalpabile consistenza di quella leggerezza. Solo un poeta, forse, sarebbe in grado di tradurre questa estatica immersione, e io non sono un poeta ma solo una persona qualsiasi che si è trovata a vivere quella che oggi amo definire un’esperienza di trasparenza.

Quando mi sono rimessa in salute ho appreso di essere stata in coma per tre giorni. All’inizio non ho voluto parlare a nessuno di quanto mi era capitato in quel lungo frangente d’incoscienza apparente. Dopo circa due settimane, raccolte le idee, mi sono confidata con Agnes. Mentre parlavo aveva un’espressione a dir poco sconvolta. Non so se mi abbia creduto fino in fondo. Rispetto il suo punto di vista, non posso fare altrimenti. Un conto è vivere una determinata esperienza, un altro è tentare di immedesimarcisi. Se oggi ne parlo con coraggiosa tranquillità, consentitemi quest’espressione, è perché finalmente ho fatto pace con me stessa, ho buttato giù tutti i muri che avevo innalzato tra me e gli altri, tra me e il mondo, tra me e me. Oggi respiro una nuova aria. Lo stato di premorte – perché di questo si è trattato – è un viaggio al confine ultimo dell’esistenza. Da quel ciglio di rado si torna indietro. Forse certe cose accadono perché devono accadere affinché si operi un cambiamento, una trasformazione. Non ho credenze religiose né competenze scientifiche. Elaboro quanto mi è accaduto con la dovuta prudenza senza condirla con effimeri misticismi. Potevo forse far finta di nulla e riprendere la mia vita senza pormi delle domande? Naturale che abbia approfondito tante “NDE” (Near Death Experience) simili alla mia. Vi ho riscontrato molti elementi comuni, molte costanti, ma la mia differisce su più punti. Innanzitutto non ho attraversato nessun tunnel né ho scorto una luce attrattiva. La mia, più che altro, è stata una discesa, un affondo, dove predominante era l’elemento acquatico, fluido. Un’acqua sposata alla luce. Né calda, né fredda, né tiepida: un’altra acqua, un’altra consistenza dell’acqua. Sempre salda sulla terraferma ho sempre avuto paura di nuotare, quindi ho trovato strano e misterioso che sia stato proprio questo elemento a caratterizzare il mio passaggio. Più persone mi hanno domandato se questo stato liquido potesse in un qualche modo rimandare al placentare, interpretando il tutto come una sorta di regressione alla condizione fetale (un ritorno alla madre). Non mi spingo nel psicanalitico perché, lo ribadisco, quello che ho esperito non è mera cerebralità. Alcuni di noi hanno il privilegio di sbirciare oltre il limite terreno. Riportiamo a casa un messaggio prezioso, una sensazione indicibilmente confortante, la certezza che qualcosa di buono ci accoglierà terminata la permanenza terrestre. Sentiamo tutti il bisogno di raccontare, di condividere, correndo spesso il rischio di passare per degli allucinati. Non temo i giudizi di nessuno.

Oggi sono una persona nuova, schietta, ben disposta, tutto il contrario di quel sergente di ferro che ero prima. Ho lasciato andare tante inutili zavorre acquisendo leggerezza. Mi sono riformulata, totalmente. Chi mi conosceva prima stenta a riconoscermi oggi. Non ho conservato nulla di quell’automa che mi portavo addosso. Racconto così dettagliatamente la mia NDE per la prima volta. Ora mi sembra di averle conferito la dovuta ufficialità. Sono fiera di affidare alla vostra rivista, che leggo e apprezzo ormai da tanti anni, questo mio piccolo contributo, questa mia piccola goccia. Non potrei condividere qualcosa di più intimo. Ancora oggi la morte – e tutto ciò che gravita intorno alla morte – è tabù. Voltiamo le spalle a ciò che non conosciamo e ci lasciamo morire senza cercare delle risposte. La morte non deve farci paura, non ci annienta, non ci cancella definitivamente. È parte del nostro stare al mondo. È solo un passaggio obbligato per la transizione. Quando verrà la mia ora, mi auguro il più tardi possibile, spero di ritrovare intatta quell’acqua di luce, quel bagno di benessere che mi ha idratata e cullata nel profondo. È lì che voglio ritornare, lì e in nessun altro luogo, perché è lì che ho compreso, è lì che ho aperto gli occhi. Lì ci rincontreremo tutti.

Martha Bauer

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