RINUNCI A SATANA? | Storia luciferina dell’uomo

Posted on 17 luglio 2018

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RINUNCI A SATANA?

Storia luciferina dell’uomo

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Povero diavolo, l’uomo. Sempre in balia di se stesso e mai pacificato con le sue passioni. Ha sempre avuto bisogno di raccontarsi delle storie per potersi spiegare l’immensa fortuna che gli offre questo mondo; tutto ciò che in esso v’è di meraviglioso e di terrificante. Essere pensante e capace di tanto genio, creatore egli stesso di questo mondo che ha plasmato a proprio piacimento, l’uomo non sa darsi pace di fronte al mistero insondabile della vita. Né l’arte, né la scienza, né le mille astuzie dell’intelletto sono mai riuscite a chiarirgli fino in fondo l’inafferrabile mistero di quella scintilla primordiale da cui tutto ebbe origine. Le storie che si racconta colmano l’incomprensibile, semplificano il mistero, placano in qualche modo la sua sete di conoscenza e di comprensione. Le favole non restano necessariamente mere invenzioni, possono assumere un fondo di verità nella misura in cui, attraverso la metafora, l’allegoria, il simbolo offrano una chiave di lettura, forniscano a un dato bisogno quella risposta oltre la quale, in un dato momento, non è possibile andare; sono vere finché ci sarà qualcuno disposto a crederci, perché senza di esse l’oscurità di quel mistero sarebbe ancora più imperscrutabile e opprimente.

Troppo eccezionali per accettare di essere semplici prodotti del caso, abbiamo bisogno di contemplarci all’interno di un disegno intelligente, concepito e realizzato da un essere onnipotente, onnipresente, sempiterno. Dio. Questo dio che tutto può, tutto sa, tutto scruta, è la risposta a quel bisogno frustrato di onnipotenza che da sempre accompagna l’uomo. È la perfezione, l’infallibilità, l’incontestabilità che egli vorrebbe per sé. Rendere culto a questo dio è l’esercizio di quest’antica ambizione, porsi al suo servizio implica il guadagnarsi la sua benevolenza, la sua clemenza, ma anche il dotarsi di un metro di giudizio da far valere su qualcun altro, ritenendo di essere dalla parte dei giusti. Rendere culto a questo dio offre soprattutto l’opportunità di lucrare benefici e giustificazioni, perché ogni preghiera è una richiesta che attende di essere esaudita da colui che tutto può. Un dare-avere che prevede ben poca gratuità. Con dio l’uomo si è dato delle opportunità per questa vita e oltre… perché una vita da sola non basta, perché una manciata di anni è troppo poca cosa per un essere tanto straordinario come lui si reputa. Non può finire tutto, banalmente, con la morte. In dio l’uomo contempla il suo sogno di eternità, in un oltre che sarà necessariamente migliore, più bello, senza più impedimenti alla sua felicità.

Ma l’uomo pecca, cade in tentazione, disattende puntualmente quella promessa di fedeltà fatta al suo dio, e ogni suo fallimento accresce il senso di frustrazione, tende lo smacco alla sua pretesa di avere il controllo su tutto, trasformando il Paradiso in un miraggio sempre più lontano. Come spiegarsi tutto ciò? A chi dare la colpa? Occorreva darsi una giustificazione anche a questo. E la giustificazione alle disavventure dell’uomo risiedeva, curiosamente, anch’essa in dio. Sì, proprio colui che era fautore del bene, era anche colui che suscitava il male nel cuore dell’uomo. Così almeno era all’origine della storia, nella prima stesura di quell’antico romanzo che narra l’epopea dell’uomo nell’eterna battaglia tra il bene e il male: la Bibbia. Per quanto possa sorprendere, in principio non c’era nessun diavolo a turbare le coscienze o a cui attribuire il male. Nei primi cinque libri dell’Antico Testamento (X-VIII secolo a. C.) non c’è posto all’infuori che per questo Dio geloso della sua esclusività, unico artefice del bene e del male, colui che incarna tanto la tentazione quanto la redenzione. Lo stesso serpente che in Genesi tenta i mitici progenitori Adamo ed Eva non è in alcun modo associato al diavolo, ma viene semplicemente indicato come “la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio” (Gen 3, 1-8), senza alcun’altra implicazione malvagia. Né, d’altra parte, ci è dato leggere alcun intento malevolo nella tentazione a cui indusse i due poveri sventurati, ossia il mangiare di quel frutto proibito che avrebbe dischiuso loro la conoscenza. Anzi, potremmo considerare questo suo gesto come un atto di amicizia e di solidarietà con l’uomo, in tempi, come quelli del mitico Eden, in cui tutte le creature potevano dialogare tra loro. L’assenza del diavolo getta inevitabilmente un’ombra su dio e sulla bontà delle sue reali intenzioni. Perché dotare di intelligenza le sue creature umane per poi precludergli le vie della conoscenza e della consapevolezza di sé? Il mito non ci dà a riguardo alcuna spiegazione logica, ma solo ci narra la perentoria e terribile maledizione che si abbatté sull’uomo a causa di quell’atto di disubbidienza.

Ma il mito non ci spiega neanche come si possa conciliare l’idea di un dio benevolo con tutte le iniquità che commette. È Jahweh che instilla l’odio tra i popoli e li induce alla guerra, come quando ordisce lo sterminio dei cananei da parte degli israeliti: «Era infatti l’Eterno stesso che induriva il loro cuore perché facessero guerra contro Israele, affinché Israele li votasse allo sterminio senza usare alcuna pietà verso di loro, ma li annientasse come l’Eterno aveva comandato a Mosè.» (Giosuè 11, 20); è lui che indurisce il cuore del Faraone affinché questi mantenesse in schiavitù Israele, salvo poi punirlo con le dieci piaghe d’Egitto (Es, 7); è lui a trarre in inganno il Faraone, quando questo sposa Sara non sapendola già moglie di Abramo, e lo punisce poi per questo (Gn 12); ed è ancora lui che fa morire l’umile e mansueto Mosè prima che giungesse alla terra promessa (Dt 32). Dov’è il diavolo in tutto questo? Chi poteva prendersi gioco dell’uomo più e meglio di quanto avesse già fatto dio? Jahweh appare di fatto un dio crudele, geloso e iracondo che si serve dell’inganno e dei più subdoli espedienti per far cadere l’uomo al fine di punirlo. Una mente perversa, un dio che semina divisione, inimicizia e morte, tanto da indurci a sospettare che in origine il diavolo fosse, non l’immagine speculare e contrapposta a dio, ma dio stesso. Ciò darebbe un senso, per quanto contorto, a questo dio onnipotente e unico motore della storia. Se la colpa di tutte le sciagure che accompagnano la vita dell’uomo risiede solo in quella sua legittima sete di conoscenza, allora dio sarebbe un padre tutt’altro che incline alla misericordia e ben lungi da buoni propositi verso i suoi figli. Saremmo in pratica dovuti restare nell’ignoranza, in cambio di un’eternità vissuta oziando nella bambagia di un noiosissimo Eden.

Ma il male non si poteva accordare all’idea di un dio perfetto e giusto. Occorreva qualcuno che se ne facesse carico, e questo qualcuno a un certo punto della storia è arrivato: il diavolo; reo di tutto il male che regna nel mondo. Chi è realmente costui? Quali fattezze ha? Dov’è la sua dimora? Per rispondere a queste domande non bastano gli scarni riferimenti biblici che abbiamo. Bisogna addentrarsi tra le nebbie dei miti che in ogni tempo e in ogni luogo hanno popolato il pensiero dell’uomo, andando a ritroso fin dove ce lo consentono le tracce da essi lasciate. Non c’è una sola storia, non c’è un’unica genesi, ma tante storie e tante versioni in cui il diavolo che andiamo cercando è riconoscibile solo per le cattive attribuzioni che gli sono state date.

In una caverna di circa 50.000 anni fa (grotta di Trois Frères) è raffigurato un uomo con indosso pelli di animali e un cranio di cervo. È un mago-stregone, un antesignano dell’esorcista? Chi può saperlo. Eppure questa figura evoca qualcosa di oscuro, di terribile, qualcosa che ha del demoniaco. Forse è l’indizio di una presenza (reale o immaginaria) con cui l’uomo fin dalla notte dei tempi dovette confrontarsi; l’innata consapevolezza del male che nasce insieme con l’uomo. Un incubo, una paura ancestrale che poteva assumere infinite forme e rappresentazioni, popolando di dei, angeli e demoni le varie cosmogonie del mondo. È forse per questa sua multiforme e sfuggente natura che quando Gesù gli chiese il nome lui rispose “Legione, perché siamo in molti”. Gli antichi popoli hanno dato vari nomi a questa entità malefica: per i mesopotamici era Sataran – il dio serpente, ma anche Lilith – la Regina dei succubi che tentò di sedurre Adamo; per gli egiziani era Seth – il malvagio fratello del dio Osiride; per i persiani era Arimane – “lo stolto pieno di morte”, ma anche capace di dare la vita; per i cinesi erano gli Yanluo – custodi e giudici infernali; per i giapponesi era la volpe, ma anche Susanoo – il dio delle tempeste; per gli indiani era Shiva – il Distruttore; per i greci era il titano Tifone, ma anche l’orgiastico Dioniso, il misterico Orfeo e Prometeo – colui che rubò agli dei il fuoco sacro della conoscenza per donarlo agli uomini. Ovunque si sia sviluppata una civiltà, sono affiorati dei e demoni, le cui mitologie spesso si intersecano, sfumano l’una nell’altra, creando figure omologhe e intercambiabili. Il diavolo che ebrei, cristiani e musulmani contrappongono ancora oggi al loro dio è figlio di questo meticciato mitologico che affonda nelle pieghe del tempo profondo. La sua genesi sta in quel vasto e variegato universo simbolico-sacrale in cui hanno preso forma le paure e i fantasmi d’ogni uomo fin dal primo apparire sulla Terra.

Nella tradizione giudaico-cristiana, per vedere affiorare la figura del diavolo, con uno dei suoi tanti nomi, Satana (in ebraico “avversario”), bisognerà giungere a un’epoca piuttosto recente (VI – III secolo a. C.), quando lo vediamo presentarsi tra i figli di Dio (Gb 1,6), e nella visione di Zaccaria (Zc 3,1-2), o ancora come colui che si levò contro Israele istigando Davide a fare il censimento. Ma in tutti questi casi il Satana menzionato appartiene alla schiera degli angeli celesti presieduta da dio, e svolge un ruolo di provocatore o accusatore sotto le sue direttive. È a partire dal Libro della Sapienza (I secolo a. C.) che lo troviamo chiamato in causa come entità malvagia scissa da dio: «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», un versetto che ai successivi commentatori biblici suggerì l’identificazione con il serpente tentatore di Adamo ed Eva. Nella confusa e sovente contraddittoria narrazione biblica, sperare di rintracciare una chiara identificazione del diavolo è un’impresa alquanto ardua, poiché ci si trova a dover fare i conti con una continua sovrapposizione tra i fautori del bene e del male. Potremmo più proficuamente far riferimento alla letteratura intertestamentaria (III secolo a.C.- III secolo d.C.), nei cui testi di genere apocalittico è tutto un proliferare di angeli e demoni. Questi testi, pur non essendo riconosciuti come ufficiali, sono considerati da alcuni studiosi come “l’anello mancante” tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, proprio perché colmano le lacune delle scritture ufficiali. È nelle storie che narrano di battaglie e cadute di angeli raccolte in questi scritti che va rintracciata la genesi del diavolo così come si è sedimentata nell’immaginario collettivo, teologico e culturale della tradizione giudaico-cristiana. Il Nuovo Testamento, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse di Giovanni in particolare, echeggiano di elementi più o meno fantastici mutuati da questi testi dall’oscura provenienza, nei quali la figura di Satana occupa però ancora un ruolo piuttosto marginale, in qualità di tentatore e avversario. In particolare, nei vangeli di Matteo e Luca lo troviamo in combutta con Cristo nella sua chiara identificazione di Diavolo (dal greco diábolos – separatore) e come tentatore. Ancora, negli scritti giudaici postbiblici, come il Talmud e i Midrashim, si parla qua e là di Satana come “l’accusatore”.

La tradizione musulmana propone forse la più suggestiva delle storie che le principali religioni monoteiste ci forniscono sul diavolo, nella splendente personificazione di Lucifero, “l’angelo portatore di luce”. Il Corano lo colloca nientemeno che alla destra del Creatore e compartecipe della creazione dell’uomo. Quando dio ebbe finito di plasmare Adamo dalla terra ne fu talmente orgoglioso da chiedere alla sua schiera di angeli di prostrarsi davanti a questa sua creatura. Ma l’angelo Eblis (nome arabo del diavolo), essere splendente, puro spirito e immortale, si rifiutò di rendere onore a una creatura fatta di polvere. Perché mai il più bello, il più potente e saggio degli angeli avrebbe dovuto sottomettersi a un essere inferiore come l’uomo? Questo rifiuto dettato dalla sua fierezza fu causa della sua rovina, decretandone l’estromissione dall’amore di dio e la rovinosa caduta. Più che un atto di ribellione verso dio, cui accordava sottomissione e rispetto, il suo fu un moto di orgoglio, perché inginocchiandosi dinanzi all’uomo avrebbe visto offesa e svilita la propria dignità. Ma l’ineluttabile ira di dio per questo peccato d’orgoglio si abbatté su Eblis che venne fatto precipitare nell’abisso dello Sheol, dimora dei morti. Condannato a vagare per sempre sulla Terra, Eblis-Lucifero rimugina la nostalgia del cielo; mosso dall’invidia verso l’uomo, lo insidia adoperandosi per trascinarlo a sé.

Se i racconti mitico-religiosi costituiscono la materia prima per tutte le successive speculazioni è però per il tramite dell’arte e della letteratura profana che queste figure penetrano nell’immaginario collettivo. Nella sua Commedia, Dante riesce a cogliere tutto l’orrore che seguì alla caduta di Lucifero, tutta la drammaticità di quell’evento che avrebbe influito così tanto sulle sorti dell’umanità, ma anche tutto il dolore, lo strazio, l’umiliazione e il senso di solitudine che dovette cogliere lo stesso Lucifero, “somma di tutte le creature”, ora spogliato del prestigio e dello splendore di cui godeva: quando Dio scacciò Lucifero dal Paradiso, il suolo della Terra si ritrasse, come inorridito dal contatto con questa terribile creatura. Ai suoi piedi si aprì una profonda voragine a forma di cono che lo risucchiò fin nelle viscere della terra, nel luogo più profondo e lontano da Dio, ove ebbe origine l’Inferno. Lucifero, giace ora come una scheggia di luce offuscata dalle tenebre, conficcato tra le gelide acque del Cocito, dove sono puniti i traditori. La sua indicibile bellezza si è tramutata nell’aspetto di una ripugnante creatura, un mostro dal corpo ricoperto di una selva di peli, con tre facce di diverso colore e tre bocche che masticano traditori. Lucifero sbatte incessantemente le sue tre coppie d’ali di pipistrello, generando un vento gelido; intanto piange la sua triste sorte, e le fredde lacrime che sgorgano dai suoi sei occhi vanno a mescolarsi con la bava che reca il sangue dei traditori. Dante reputa dunque Lucifero un traditore. Ma in cosa sarebbe consistito il suo tradimento? Se torniamo alla versione coranica del racconto, secondo il mistico persiano al-Muqtadir (858-922), il rifiuto di Eblis a inginocchiarsi davanti all’uomo, come gli era stato ordinato da Dio, non era stato mosso dalla superbia ma dalla sua volontà di restare fedele a Dio, l’unico a cui riteneva di dovere onore e sottomissione. Questa interpretazione spinge a vedere in Eblis e nell’accettazione di quella ingiusta punizione, uno strumento della volontà di Dio, allo scopo di mettere alla prova l’uomo in vista di una finale redenzione. Ma la sorte di Lucifero è in fondo la medesima che toccò all’uomo per aver cercato di accedere alla conoscenza. Entrambi vittime della collera divina, entrambi scacciati dall’Eden, declassati e condannati a rimuginare sulle proprie colpe. Entrambi, forse, vittime predestinate di un capriccio divino. Se l’uomo è stato condannato alla fatica del duro lavoro, alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, Lucifero ha dovuto farsi carico di tutto il male e di ogni nefandezza del mondo, vedendo dileggiata la sua splendida figura in quella caricaturale di improbabili esseri mostruosi (figure antropomorfe assemblate da membra di animali, corna, code, ali), il tutto perché risultasse l’essere più spregevole e abominevole che potesse esistere sulla faccia della terra.

Il ritratto visionario e allegorico che Dante fa di Lucifero ha certamente esercitato una grande influenza in tutta la successiva storia dell’arte e della letteratura. Prima ancora era stato Coppo di Marcovaldo a imprimere un’impronta decisiva sulla rappresentazione del diavolo. Nel suo Giudizio Universale del Battistero di Firenze  (1270-70 ca), Satana è un mostro imponente, dotato di corna e con grandi orecchie da cui fuoriescono serpenti divoratori di uomini; egli calpesta, afferra e ingurgita i peccatori, circondato da una corte di demoni minori a loro volta intenti a infliggere torture ad altri miseri dannati. Questa raffigurazione ispirò sicuramente il poema di Dante, ma anche i Giudizi Universali di altri grandi pittori come Giotto (nella Cappella degli Scrovegni di Padova); Buonamico Buffalmacco (nel Camposanto di Pisa); Giovanni da Modena (nella Cappella Bolognini del Duomo di Bologna), e il Beato Angelico (al Museo San Marco di Firenze). Tutti questi autori, più che alla figura del diavolo dei vangeli, aderiscono a quella generata dalle visioni dei primi monaci eremiti e dalle leggende medievali. A partire dall’XI secolo, queste figure grottesche ebbero il sopravvento sulle prime raffigurazioni paleocristiane, nelle quali i demoni, in qualità di angeli messaggeri, conservavano ancora tracce del loro fulgore e della loro dignità. Il Lucifero che Lorenzo Lotto raffigura sotto l’arcangelo Michele  (1545 ca.) è ancora un bellissimo angelo, la cui corruzione è tradita soltanto dallo spuntare della coda. Questo dipinto sembra ben sintetizzare quella metamorfosi cui era andata incontro la figura del diavolo nel corso della storia. Nel Paradiso perduto (1667), John Milton ci presenta il diavolo come un eroe che esercita il suo irresistibile fascino sull’uomo tentando di sedurlo, al fine di adempiere al disegno divino di redenzione.

La Chiesa, dal canto suo, ha più volte strumentalizzato la figura del diavolo, facendo dei propri nemici le personificazioni attraverso cui questi esercitava i suoi influssi malefici. Così, di volta in volta, Satana era colui che agiva dietro chiunque tentasse di minarne l’autorità o ne mettesse in discussione la dottrina: dai pagani persecutori dei cristiani agli eretici, dagli islamici ai riformisti luterani, dagli illuministi ai comunisti. Una strumentalizzazione adottata anche da parte di molti artisti e intellettuali, come, nel corso del  XX secolo, ci dimostrano le opere di Max Ernst, Rudolf Schlichter, Pablo Picasso e Salvador Dalì (solo per citarne alcuni) nelle quali il ricorso all’espediente iconico del diavolo è funzionale alla riflessione su avvenimenti drammatici della contemporaneità, quali le ingiustizie sociali, l’ascesa delle dittature, le guerre o gli esperimenti nucleari. In epoca contemporanea, per quanto l’interesse per il diavolo sembrava essersi affievolito, lo ritroviamo ancora protagonista nelle opere di Goya e di Füsli, nei versi e nei dipinti di Blake. Nel XIX secolo il nostro Lucifero si insinua tra i solchi d’inchiostro della letteratura; citiamo soltanto Dostoevskij, che ne I fratelli Karamazov lo presenta nei panni di un gentile cavaliere; Bulgakov che ne Il Maestro e Margherita lo presenta come Woland (nome germanico del diavolo), colui che riscatta il protagonista dalle persecuzioni politiche e porta in salvo il prezioso manoscritto che narra la vera storia di Ponzio Pilato. Ma soprattutto, valgano per tutti le invocazioni che gli rivolge Baudelaire nelle sue Litanie a Satana di cui riportiamo alcuni versi: «O tu, di tutti gli Angeli il più bello e il più sapiente, / Dio privato di lodi, tradito dal destino (…) bastone degli esiliati, lampada degli inventori, confessore degl’impiccati e dei cospiratori (…)» L’approccio psicanalitico di Freud e Jung, sfaterà in parte il mito, desacralizzandone i contenuti e riconducendo tutto ciò che attiene al demonico a condizioni psicologiche, in cui il diavolo viene ridotto a semplice metafora delle manifestazione dell’inconscio, o come rappresentazione di quel rifiuto da parte dell’uomo di accettare il proprio lato oscuro.

A dispetto d’ogni tentativo di esorcizzarlo, svilirlo o ridicolizzarlo, il diavolo continua la sua avanzata nella Storia sotto le sue mille sembianze. Lui ci conosce, e conosce questo mondo, poiché, dopotutto, questo è il suo regno. Non ha bisogno di altari o di essere invocato; lo infastidiscono le ridicole pantomime inscenate da coloro che si professano suoi seguaci, ride delle sciocche messe nere che, mentre credono di dissacrare la liturgia divina, in verità la stanno esaltando riconoscendone la valenza salvifica che i cristiani gli accordano. Si sente offeso dalla grossolanità e dal pensiero elementare degli inquisitori di ieri e di oggi. Forse vorrebbe gli venisse finalmente riservata una lode, per averci dischiuso le porte della conoscenza e della consapevolezza, forse vorrebbe anche lui un po’ d’amore per la sua costante fedeltà all’uomo, e per quella sua totale assenza di giudizio o di condanna di fronte alle nostre debolezze. La storia del diavolo è, dopo tutto, la storia stessa della civiltà, dell’arte, del capitalismo, del progresso scientifico. In breve, è lui il motore della Storia che abbiamo scelto di perseguire. Negargli quest’atto di riconoscenza implica la negazione di questo mondo e di tutto ciò che finora abbiamo realizzato in esso. Lui che ci resta accanto nelle nostre più ardue imprese, lui che infiamma i nostri animi, lui che accende i nostri sensi, lui che suscita la nostra ambizione. Lì dove dio ci invita a rinunciare a questo mondo confidando in un ipotetico aldilà paradisiaco, Lucifero ci induce a gioire del qui e ora godendone fino in fondo. Rinunci?

Giuseppe Maggiore

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