IL SEGRETO DELLA CASA TRA I BOSCHI | Susanna e le strane ragazze di Catskill

Posted on 1 luglio 2018

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IL SEGRETO DELLA CASA TRA I BOSCHI

Susanna e le strane ragazze di Catskill

di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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È il 2003 quando due amici newyorkesi, Robert e Michael, trovano a un mercatino delle pulci uno scatolone pieno di vecchie fotografie. La prima immagine che balza loro agli occhi ritrae un travestito di mezza età seduto su un divano ricoperto di plastica, che sferruzza tranquillamente. Indossa un severo completo da donna, la posa è composta, l’ambiente è quello di una casa medio borghese, con tende fantasia e abatjour sullo sfondo: nulla di parodistico, di scherzoso, di carnevalesco. A uno sguardo distratto può sembrare una zia nubile o una seria professoressa colta in un momento di relax. Nella scatola ci sono un centinaio di altri scatti simili – in bianco e nero e a colori – e quattro album completi. Le foto paiono essere ascrivibili agli anni ‘60 ma i vestiti, le acconciature, le pose hanno qualcosa di retrò, un’allure molto anni ’50. Sono tutti uomini travestiti da donna, ma niente di paragonabile alla volgarità e sguaiataggine delle odierne Drag Queen o al travestitismo da avanspettacolo. Sembrano piuttosto foto di famiglia: gli abiti sono eleganti, i gesti e i sorrisi misurati, il contesto sa di naturale quotidianità. Sembrano signore della middle class, intente a sorseggiare un tè, a preparare una festicciola di compleanno, a passeggiare su una strada di campagna o a godersi un tramonto sedute in veranda. Incollato alla copertina di un album, c’è un biglietto da visita: “Susanna Valenti, Danza spagnola e Female Impersonator”. I due collezionisti si rendono subito conto di avere tra le mani qualcosa di straordinario, qualcosa di raro e privato che nessuno che non appartenesse al “gruppo” avrebbe mai dovuto vedere. Si apre uno scorcio su una dimensione sconosciuta: quelle foto un po’ ingiallite spalancano una finestra su un’epoca e su una realtà che era stata nascosta a qualsiasi occhio estraneo per decenni. Acquistano immediatamente tutto il lotto che nel 2005 diverrà un libro e poi una mostra.

Il possessore originario delle foto, presumibilmente deceduto, era in realtà un italo americano, Tito Valenti.  Susanna era il nome che adottava quando assumeva sembianze femminili, con la complicità della moglie Marie, proprietaria di un negozio di parrucche sulla Fifth Avenue. Valenti era un bell’uomo moro, con un’aria vagamente da gangster che non spariva del tutto neppure quando indossava i tacchi alti; era laureato, lavorava come radiocronista e interprete e teneva una rubrica su una rivista molto particolare dal titolo “Transvestia”. Era un giornale di nicchia, destinato ai cross-dresser, ossia uomini – per lo più eterosessuali e sposati – che amavano abbandonare saltuariamente l’abbigliamento maschile per addentrarsi in una dimensione femminile, fatta di decolleté, parrucche, lingerie di seta. Va ricordato che nella società americana degli anni ‘50 e ‘60 i ruoli erano molto rigidi e definiti: per molti uomini la pressione sociale – che imponeva loro di essere maschi tutti d’un pezzo, li oberava di responsabilità e non permetteva alcun cedimento – poteva generare una tensione insopportabile. La fuga, anche temporanea, dalla ruvida grisaglia maschile alla dimensione morbida del femminile – dove la sensibilità, la fragilità, la dolcezza erano concesse, anzi, apprezzate – era un’impagabile valvola di sfogo. C’era anche un elemento inconscio, legato ai ricordi d’infanzia, poiché molto spesso l’identificazione andava amorevolmente a sfiorare le figure perdute di mamme e nonne. Era un ritorno a una prospettiva intima e domestica, fatta di piccoli rituali, di chiacchiere… insomma, un paradiso al femminile, lontano dal mondo reale degli uomini fatto di impegni, di competizione lavorativa e anche di guerra (con sullo sfondo la minaccia atomica). La doppia identità era definita il “brivido favoloso” perché questi uomini, quando interpretavano il ruolo femminile, in genere idealizzato, si sentivano finalmente esentati da quello gravoso del capofamiglia. Era come respirare una boccata di ossigeno.

Il negozio di parrucche e le pagine di “Transvestia” già dalla metà degli anni ’50 erano diventati due punti  di riferimento e di contatto per i travestiti americani dell’epoca. Perciò Tito Valenti e la moglie decisero a un certo punto di rilevare una proprietà di 150 acri in una zona isolata nella contea di Greene – sulle Catskill Mountains, a duecento chilometri da New York – e di aprire un resort dove per una modica cifra i cross dresser potessero ritrovarsi, essere se stessi e trascorrere giorni insieme in totale libertà. Un rifugio per quegli uomini che desideravano mettere in discussione gli stereotipi del genere e riappropriarsi della loro “donna interiore”. La proprietà, a quasi mille metri di altitudine, era lontana dall’autostrada e celata alla vista di qualsiasi curioso: comprendeva un edificio principale di gusto coloniale, un fienile convertito in sala da ballo e teatrino e alcuni bungalow confortevoli ma non riscaldati. Il resort, inizialmente battezzato Chevalier D’Eon (dall’avventuriero settecentesco che visse metà della sua vita come donna) mutò poi nome in Casa Susanna, come indicava un cartello inchiodato ad un albero. Divenne per i travestiti un porto sicuro per oltre un decennio. Un territorio selvaggio e lontano dai centri abitati, dove potevano passeggiare liberamente tra boschi e sentieri, organizzare pic-nic, bagnarsi in un vicino laghetto… tutto senza paura di essere scoperti e magari arrestati. Infatti, all’epoca, negli Stati Uniti travestirsi veniva considerato una perversione e un pericoloso sovvertimento dell’ordine morale, punibile con l’arresto, e comportava la messa all’indice dei malcapitati, specie se vivevano in piccole comunità. L’omosessualità era illegale e la polizia non faceva distinzione tra eterosessuali cross-dressing e omosessuali. Tuttavia, essendo Catskill una zona di caccia, di tanto in tanto capitava che qualche cacciatore giungesse nei paraggi; dopo il primo imbarazzo era però facile che si soffermasse a chiacchierare tranquillamente davanti alla casa con una delle “signore” che spesso – come nel caso di Libby che appariva una bella donna ma contemporaneamente era Lee, un macho, ex militare – sapevano dissertare anche di armi e fucili.

Qualche volta le più temerarie azzardavano una puntata fino al paese più vicino (Hunter)  per fare spese. Dopo l’iniziale diffidenza (la prima volta quelle strane signore ”vestite come gente di città, con gioielli, capelli curati, abiti eleganti” furono accolte con lanci di ortaggi allusivi e dovettero darsela a gambe) i residenti cominciarono a soffocare i risolini e a  considerarle come delle normali clienti che portavano affari. E gli affari, è noto, vincono qualsiasi pregiudizio.

Casa Susanna era un’oasi di spensieratezza e vi si conduceva una vita libera e serena, come si evince anche dalle  foto. “Tutti sembravano così felici…”, racconta un testimone. Le ragazze si dedicavano a organizzare cene e feste, tra cui la più importante era quella di Halloween, quando dai vari stati arrivavano anche un centinaio di travestiti (spesso accompagnati dalle mogli). Ma la parte più piacevole di quei soggiorni era la normalità quotidiana: si prendeva il tè, si giocava a Scarabeo o a bridge, si cucinava, si passeggiava senza rinunciare ai tacchi… ma soprattutto ci si raccontava e confidava. Le chiacchiere erano irrefrenabili – un fiume in piena dopo mesi di isolamento – e a volte si protraevano fino alle prime luci dell’alba perché l’oscurità portava a una maggiore intimità. Sedute sotto il portico, incuranti del freddo, le ragazze parlavano, parlavano… i volti rischiarati dalla sola brace delle sigarette, fino a quando il sole cominciava a dissipare l’oscurità laggiù in fondo, dietro alle colline. In quei momenti, vicino a persone simili che condividevano le stesse segrete fantasie, ci si sentiva sempre “diversi” ma finalmente non più soli o “pazzi”. Tra i cross-dresser vigeva un forte cameratismo; affrontare da subito argomenti personali, faceva nascere amicizie istantanee anche tra sconosciuti. L’immagine cui tutti tendevano – non sussistendo alcun fine sessuale – non era quella di una donna provocante, piuttosto quella di una donna “rispettabile” e mai volgare. E comunque l’apparenza estetica era secondaria poiché tra loro vigeva il codice che nessuno criticasse mai l’aspetto altrui.

La più grande passione era fotografarsi; quasi un’ossessione, perché per loro le fotografie erano la prova di esistere. Oltretutto in foto apparivano più femminili e credibili. Il problema era inviare i negativi a un laboratorio di sviluppo, cosa assai rischiosa: poteva portare a una segnalazione alle autorità. Tra i frequentatori di Casa Susanna fu dunque scelto un fotografo ufficiale. Quando questo era assente, ci si accontentava della Polaroid di Gloria, che nella vita era un ricchissimo magnate dell’acciaio del Midwest: alto più di un metro e novanta, spendeva migliaia di dollari all’anno in vestiti che poi generosamente regalava ad altri travestiti oversize. In fotografia, poiché non se ne coglieva la stazza, Gloria rendeva superbamente.

Tra i più assidui frequentatori del resort c’era Virginia, la “nonna di tutti”, farmacista e fondatrice della rivista “Transvestia” e del movimento transgender; c’era Audrey che a New York divideva un appartamento con altri due uomini che mai avevano sospettato che lui, chiuso a chiave nella sua stanza, dormisse in camicie da notte di raso; c’era Annette – un muscoloso ex marine trentenne che viveva in un ranch con la moglie, due figli piccoli e la madre, i quali lo assecondavano di buon grado quando, con un rituale lungo quattro ore, si trasformava in una splendente bionda. Poi c’erano Gail, Jessica, Fiona, Irene, Felicity… tutte figure che con la chiusura del resort, alla fine degli anni ’60, sembrano svanire nel nulla. Alcune avranno continuato la loro vita come donne, altre avranno riposto gli abiti da sera negli armadi per abdicare alla vita “normale”, molte saranno state ghermite dalla morte e saranno scivolate via, lasciando dietro di sé una scia lieve di profumo.

La proprietà, passata di mano, oggi è nuovamente in vendita. Adesso l’ombra si è insinuata nelle stanze vuote e il silenzio è spettrale; ma si dice che certe notti, lì intorno, si avvertano ancora gli echi delle voci e delle risate di quelle strane ragazze alla ricerca di se stesse.

Paolo Schmidlin


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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