SERGEI POLUNIN | Dancer | un docufilm di Steven Cantor

Posted on 23 giugno 2018

0



SERGEI POLUNIN

Dancer | un docufilm di Steven Cantor

di Pietro Valgoi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Ragazzaccio della danza, come l’hanno definito i media inglesi, sorta di James Dean sulle punte, Polunin ha scardinato le regole inviolabili del balletto classico portando in scena una tensione tutta sua, facendo del movimento prima di tutto un moto interiore. Lo sguardo fiero, la falcata arrogante, la sincronicità ben sposata a certe sporcature, l’assoluta padronanza del palcoscenico. Polunin incarna la sofferenza e la grazia della danza, spurio da ogni compiacimento narcisistico. Nulla a che vedere con le movenze stucchevoli da manzo femmineo del nostro Roberto Bolle.

Calato nel ruolo di volta in volta interpretato, in solida empatia con l’intera rappresentazione, Polunin è come danzato. Non si limita a eseguire ma semplicemente è ciò che esegue, forte di una concentrazione catartica che trae nutrimento dall’ispirazione. Gli anni di duro apprendistato non si sono tradotti in mero tecnicismo né in effimero virtuosismo, ma hanno conferito corpo e sostanza a un talento prorompente. Il suo grande merito è stato quello di portare la contemporaneità nella tradizione. Maestro nella dissimulazione dello sforzo, Polunin ha spinto il suo corpo all’estremo violandone talvolta i limiti.

Figlio di una casalinga e di un operaio Sergei Polunin nasce il 20 novembre 1989 a Cherson, una piccola cittadina dell’Ucraina meridionale. Si avvicina alla danza già all’età di tre anni. I genitori, desiderosi di aprirgli un futuro nel mondo dello sport, lo iscrivono in un’accademia di ginnastica artistica. All’età di otto anni Sergei è costretto a letto per mesi a causa di una grave polmonite. Finita la convalescenza, abbandona la ginnastica artistica per dedicarsi solo alla danza. Ha solo dieci anni quando supera brillantemente un’audizione al Kiev’s State Choreographic Institut. Si trasferisce così a Kiev insieme alla madre, ma sono anni difficili, di grandi sacrifici economici (il padre è costretto a emigrare in Portogallo per mantenerli). Fortunatamente tre anni dopo Sergei vince una borsa di studio della “Nureyev Foundation” ed entra nella prestigiosa British Royal Ballet School di Londra. Il suo talento non passa inosservato, al punto da essere inserito nei corsi degli allievi più grandi. Da questo momento Sergei brucia presto tutte le tappe. Diventa primo solista nel 2009 e, l’anno successivo, a soli 19 anni, diventa primo ballerino del Royal Ballet di Londra. Seguono anni di trionfi e di grandi esibizioni sui palcoscenici più prestigiosi di tutto il mondo.

Insieme al successo e alla notorietà crescono però anche i primi sintomi di un profondo disagio interiore. Nel 2012, al culmine di una crisi depressiva, Sergei abbandona la compagnia. «…L’artista in me stava morendo» Nei periodi di crisi ha danzato anche sotto l’effetto di droghe ricreative, come lui amava definirle (nurofen, antidolorifici, integratori, cocaina e alcol), senza tuttavia perdere mai il controllo sulla scena. Figlio della povertà e del sacrificio Sergei ha immolato la sua infanzia sugli altari della disciplina. Che prima o poi dovesse pagarne il prezzo era inevitabile. Depressione e demotivazione lo hanno colpito all’acme del suo successo, trascinandolo in una spirale autodistruttiva. Lo sballo, i tatuaggi, l’uso sconsiderato dei social, la vita disordinata, le scelte lavorative sbagliate… Sergei ha rischiato davvero di bruciare tutto quello che aveva così faticosamente costruito. Quando prende parte al progetto Man in Motion di Ivan Putrov, molti lo interpretano come il suo addio alla danza. Subito dopo, per dare una svolta alla sua vita, decide di lasciare il Regno Unito per trasferirsi a San Pietroburgo. Qui incontra Igor Zelensky, ex primo ballerino divenuto direttore artistico del Teatro Lirico Stanislavsky e del Teatro dell’Opera e del Balletto di Novosibirsk. Zelensky, lasciandogli ampia libertà, gli offre il ruolo di primo ballerino nella sua compagnia e lo spinge a partecipare a un ridicolo talent-show russo. Grazie a questo bagno di popolarità ottiene il ruolo di primo ballerino nella compagnia Stanislavsky di Mosca. Televisione, moda, servizi fotografici… Sergei si ritrova travolto da un grande successo popolare.

Il disagio e la demotivazione tornano a turbare il suo fragile equilibrio emotivo. Chiusa l’esperienza russa, Sergei decide di prendersi una pausa. Ha solo venticinque anni. Nel 2015, sempre più propenso ad appendere le scarpette al chiodo, interpreta una struggente coreografia d’addio sulle note di un brano di Hozier, Take me to church (immortalata in un video firmato David LaChapelle). Il video ottiene ben ventidue milioni di visualizzazioni. Il successo gli fa tornare la voglia di danzare, ma da libero, senza troppi vincoli contrattuali.

Nel docufilm Dancer il regista Steven Cantor ha ripercorso tutte le fasi della carriera di Polunin, dagli anni di duro allenamento a quelli del meritato trionfo. I filmati di repertorio mostrano alcune delle sue esibizioni più spettacolari nei teatri di mezzo mondo. Tanto materiale home-video girato negli anni ’90 dalla madre testimonia una gavetta coltivata con dedizione e spirito di sacrificio. Polunin stesso, in prima persona, è chiamato a raccontarsi e a ripercorrere i luoghi del suo passato. Le testimonianze di amici, colleghi e addetti ai lavori fanno il resto. Un docufilm davvero esaustivo che non rinuncia (e perché mai dovrebbe?) ai toni della celebrazione. Uscito nei cinema italiani nel febbraio 2018, Dancer è ora disponibile nei formati dvd e bluray.

Pietro Valgoi


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

Copyright 2018 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

Annunci