LE MEMORIE D’UN POVERO DIAVOLO | Un racconto crudele di Octave Mirbeau

Posted on 23 giugno 2018

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LE MEMORIE D’UN POVERO DIAVOLO

Un racconto crudele di Octave Mirbeau

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Non esiste né in sé né negli altri il meschino compilatore di queste trascurabili memorie, un’autobiografia che, fin dalle prime lacrimose righe, dichiara di non poter aderire allo schema canonico consolidato dalle norme letterarie. Chi scrive – scusandosi con l’universo intero di star vergando la storia insignificante di «un silenzioso insetto», di «un atomo troppo trascurabile», di «questa cosa inconcepibile e, può darsi, unica: nulla!» – è un pauvre diable che, solo nelle ultime tormentate pagine della sua sofferta testimonianza, apprendiamo chiamarsi Georges. Eroe archetipo mirbelliano Georges ha la sventura di nascere membro di una società umana e, ancor peggio, figlio in una famiglia. Non ha avuto scelta: la vita e il destino hanno scelto per lui. Come un esile fiore sbocciato tra le erbacce non ha trovato in seno alla famiglia né affetto né protezione. Riconosciuto diverso da padre, madre e sorelle fin dalla più tenera infanzia, guardato con sospetto persino dal cane, quest’indesiderato è tenuto a distanza e fatto oggetto di compiaciuta derisione. La sua colpa? La non assimilabilità al contesto che l’ha generato, come uno stampo che non corrisponde alla sua matrice. Eppure, nonostante le reiterate denigrazioni, questo figlio desidera integrarsi e mendica, continuamente mendica, quell’amore e quell’attenzione che, inspiegabilmente, gli sono negati. L’oppressione dell’autorità paterna, l’anaffettività materna e l’ostilità sfacciata delle sorelle (nefasta prefigurazione di un assetto sociale arido e spietato) disegnano intorno a Georges un deserto senza orizzonti.

Mirbeau si spinge ben oltre il Gide de I nutrimenti terrestri (1897) – «…Famiglie! Vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità.» – quando arriva a definire la famiglia «un ammirevole strumento d’incretinimento», principio e cagione d’ogni male. «Ogni essere pressappoco ben costituito, nasce con delle facoltà dominanti, delle forze individuali che esattamente corrispondono ad un bisogno o ad un piacere della vita. Invece di vegliare al loro sviluppo in un senso normale, la famiglia fa presto a deprimerle e ad annientarle. Essa non produce che spostati, rivoltosi, squilibrati, infelici, rigettandoli fuori del proprio seno, imponendo loro, con la propria autorità legale, gusti, funzioni, azioni che non son le loro e che diventano non una gioia, come dovrebbero essere, ma un intollerabile supplizio.»

Preda in un mondo di predatori, vittima in un mondo di carnefici, Georges è condannato in primis dal dono fatale della sua sensibilità congenita, quella facoltà rara di sentire più degli altri, «di sentire fino al dolore, fino al ridicolo.» Non trovando casa intorno a sé la cerca dentro sé, lasciandosi nutrire dai suoi pensieri e dallo stupore che gli suscita la natura. Il giardino, sorta di terra di mezzo tra la famiglia e la società che ribolle al di là della recinzione, gli dà gioia e conforto. «Io avevo, per la natura, un amore, una passione assai rara in un fanciullo della mia età. (…) Tutto, della natura, m’interessava, m’incuriosiva. Quante volte son restato per ore davanti a un fiore, cercando, con oscuri e vani tentativi, il segreto, il mistero della sua vita!» Allo stupore si accompagnava però «la spaventosa angoscia di non sapere, di non conoscere.» Per soddisfare la sua curiosità interpellava talvolta il padre ottenendo solo risposte laconiche ed evasive. «…Che cosa ti interessa? (…) Che curioso tipo sei tu!» Non poteva nemmeno attingere nozioni dai libri, ritenuti dalla famiglia veicolo di perversione. Georges cresce così, lasciato a sé stesso, «anima ignorante e pura come una piccola stella del cielo», senza la consolazione di un buon romanzo e senza aver mai contemplato una sola illustrazione di nudo, accettando, con passiva grazia, che i bambini nascessero sotto i cavoli. La sua struggente curiosità, il suo desiderio di conoscere e di scoprire, vengono interpretati come evidente sintomo di imbecillità. Bollato come ottuso, ritenuto troppo stupido per studiare, la famiglia delibera che venga impiegato come sotto-scrivano da un notaio. Schiacciato dall’autorità, Georges non può che obbedire, uniformarsi, rimirare un futuro perfettamente speculare al suo presente. Corpo estraneo nella sua stessa famiglia questo povero diavolo è condannato ad essere un incollocabile anche nella società che lo accoglierà una volta adulto.

Quando confessa «questo atto di fede» i suoi genitori sono morti da tempo. Non prova odio verso di loro, né rancore. «Li ho amati fin in quello che avevano di ridicolo, fino nella loro malvagia violenza verso di me. (…) Non li faccio responsabili né delle miserie che mi provennero da essi, né del destino indicibile che la loro così onesta e perfetta inintelligenza m’impose come un dovere. Essi sono stati quello che sono tutti i genitori e non posso dimenticare che essi pure, fanciulli, soffrirono quello che mi hanno fatto soffrire. Eredità fatale che ci trasmettiamo gli uni agli altri, con una costante e inalterabile virtù.» Nel doloroso passaggio dall’infanzia all’adolescenza la personalità di Georges si trincera dietro una grande timidezza. Il bisogno d’amore si fa incontenibile e lo induce a cercare ristoro nell’autoerotismo. «…ebbi delle smanie di abbracciamenti che mi distrassero e mi sollevarono un istante. Ma l’onanismo non è l’amore: lungi dallo spegnere gli ardori genetici, li sovreccita e non li appaga.» Poi, una brutta febbre tifoidea acuisce la sua sensibilità volgendola in pianto. Il torpore fisico e la sonnolenza mentale lo fanno sprofondare in uno stato catatonico simile alla morte. La famiglia ha un moto di pietà e decide di interrompere il suo apprendistato presso il notaio. Per Georges è una piccola liberazione. Per un anno vivrà da convalescente, beneficiando delle fredde cure familiari. «E guardavano con spavento, ma senza osare di rimproverarmeli – perché erano gente onesta, secondo la legge – i bocconi che divoravo avidamente, nel silenzio dei pasti, e dei quali sapevano benissimo che non sarebbero stati mai ripagati.» In questo lungo frangente la debilitazione e l’inerzia agiscono prepotentemente sulla sua anima fragile, facendola vibrare di trepidazione nervosa. «Tutto fu sofferenza per me. Io cercavo non so che cosa nelle pupille degli uomini, nel calice dei fiori, nelle forme mutevoli e molteplici della vita e piangevo di non ritrovarci nulla che corrispondesse al vago, oscuro ed angosciante bisogno di amare che empiva il mio cuore, gonfiava le mie vene, tendeva tutta la mia carne e tutto il mio spirito verso impossibili strette ed impossibili carezze.» Una notte, guardando l’immensità delle stelle, Georges riflette dolorosamente sulla sua condizione di «vile fibrilla» persa «nell’opprimente mistero dell’immensurabile».

Una frase di Pascal, cadutagli per caso sotto gli occhi, gli dischiude tutto un mondo: «Non so chi m’abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia io stesso: sono immerso in una profonda ignoranza di tutte le cose.» All’alba, colmo di gioia, corre ad abbracciare sua madre. «…Mamma! – implorai – Perché non guardi le stelle, la notte? (…) Avrei voluto a forza di baci e di carezze far penetrare in quel cranio, sotto quella cuffia, un po’ della luce di quel mattino verginale. (…) Essa gettò un grido, spaventata dalla mia voce, dal mio sguardo, dalle mie lacrime e, strappatasi al mio abbraccio, fuggì.» Altra presenza sporadica nella casa è quella di una cugina della madre, una ricca zitella di rara bruttezza. Da questa cugina (degna parente della spregevole famiglia) il povero diavolo è costretto a subire ora amorose effusioni ora tremende botte. Queste molestie coincidono con la sua prima maturità sessuale, fase delicatissima da cui sovente dipendono gli equilibri futuri. Bramosa e cattiva questa cugina tenterà in un’occasione di abusarlo. «Ed ecco come io conobbi che cosa fosse l’amore!» Georges cresce. Una lanugine bionda gli decora l’arco nascente dei baffi. Nonostante la madre si ostinasse ad abbigliarlo in modo ridicolo, il giovane diventa improvvisamente consapevole della sua bellezza. «…io non ero brutto. Tutt’altro: i miei occhi avevano una grande dolcezza, uno splendore triste, profondo e impressionante…» Nonostante il tentato stupro operato dalla «dolorosa cugina» Georges era ancora casto. «Strane ossessioni sopraggiunsero a scuotere la mia carne destata e popolarono di immagini brucianti i miei sogni che si spogliarono di purezza.» Prova attrazione «con persistenza stupita» per una prostituta bruna incontrata al lavatoio del paese, poi si accorge di Mariette, la servetta di casa. Tutte le tenerezze panteiste, le mistiche adorazioni, gli slanci disordinati e gli enigmi angoscianti che avevano popolato il suo passato finiscono per convergere spietatamente nel mero desiderio carnale spurio d’ogni trasporto spirituale. Gli incontri sessuali con la serva, consumati nelle cucine senz’alcuna parola di tenerezza o complicità, si traducono per Georges in un’esperienza degradante. L’innamoramento che avrebbe dovuto coronare il suo ingresso nella vita, guarendolo definitivamente da tutte le ferite, è di fatto un abbruttimento. Le memorie del povero diavolo si arrestano bruscamente davanti a un’immagine di banale squallore: suo padre nel fienile con Mariette.

In questo racconto crudele – tanto complesso e articolato da profilarsi come un piccolo romanzo mancato, interrotto forse troppo bruscamente ma con quell’efficace taglio squisitamente mirbelliano capace di chiudere e al contempo aprire il prosieguo di una storia – Mirbeau riconferma il suo straordinario talento narrativo. La formula dell’autobiografia (confessione diaristica in prima persona) fa si che il protagonista-autore impronti, parallelo alla narrazione, una sorta di sottotesto d’autoanalisi. Una vita senza rumore quella di Georges, senz’alcuna velleità romanzesca, sospesa tra l’insignificanza e l’inenarrabile. Chi la redige non ha vanità d’immaginare che possa essere di qualche interesse per il lettore; l’azione dello scrivere, dunque, resta misteriosa allo stesso autore, che non si ripromette da questo lavoro nessuna gloria, nessuna fortuna e nessuna consolazione. Eludendo i toni patetici del piagnisteo le dinamiche della commiserazione si fanno lucida constatazione di una condizione incontrovertibile. Nota stonata nell’armonia dell’universo Georges è un abortito alla vita. L’assoggettamento all’autorità paterna fa di lui un figlio di nessuno, un enne enne fagocitato dall’ingranaggio sociale. Non ha gli strumenti per reagire né la presunzione d’ipotizzare un qualche riscatto. La natura lo ha dotato di arti e cervello, finanche delle insegne d’un sesso, ma «nulla è uscito da tutto questo, nulla, neanche la morte! E se la natura mi è così ostile persecutrice è perché io tardo, certamente troppo, a restituirle questo piccolo mucchio di letame, questo minuscolo pizzico di polvere che è il mio corpo…»

Massimiliano Sardina


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