LA VOLONTÀ INDOMITA DI ZDENKA FANTLOVÁ | 6 CAMPI | Il racconto di una delle ultime testimoni viventi della Shoah

Posted on 23 giugno 2018

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LA VOLONTÀ INDOMITA DI ZDENKA FANTLOVÁ

Il racconto di una delle ultime testimoni viventi della Shoah

6 campi (Edizioni tre60, 2018)

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Zdenka Fantlová oggi ha novantasei anni ed è una delle pochissime testimoni dell’Olocausto ancora in vita. Sono trascorsi più di settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e, scrive Renos K. Papadopoulos, «è possibile che questo sia l’ultimo libro scritto da un sopravvissuto.» Dar voce al grande silenzio e narrare l’inenarrabile. Nelle pagine di 6 campi (Ed. tre60, 2018) Zdenka ricostruisce la sua esperienza di sommersa e salvata nei campi di concentramento di Terezín, Auschwitz, Kurzbach, Gross-Rosen, Mauthausen e Bergen-Belsen, tappe distinte di un atroce calvario condiviso con una moltitudine di ebrei colpevoli, un calvario che, nei casi più fortunati, ha preservato dell’umana dignità solo un tristo residuo. L’esperienza personale, dolorosamente intima, accarezza e accorpa quella di una straziata umanità peritale sotto gli occhi nei lunghi giorni dell’odio. Da ciascuno di quei campi, infradiciati di sangue e oscurati dal fumo dei corpi bruciati, la sua testimonianza ci giunge limpida e vitale, capace di scuotere le coscienze più intorpidite e le memorie più labili. Tanto strazio si traduce così prima in un monito e poi in un canto di speranza, proprio là dove tutto sembra ormai tramontato definitivamente.

Zdenka Fantlová nasce nel 1922 a Blatná, una cittadina della Repubblica Ceca appartenente al distretto di Strakonice, in Boemia meridionale. Nel 1925 la famiglia si trasferisce nella vicina Rokycany, in una casa più grande. Figlia secondogenita di una famiglia benestante – suo padre è un agente di commercio che opera nel minerale del ferro – Zdenka è una bambina come tante altre. Ha solo tre anni quando sua madre, nel novembre 1925, muore improvvisamente di setticemia. Il padre entra in una forte depressione e si butta sul lavoro. Zdenka e Jirícek (il fratello maggiore) vengono così allevati dai nonni paterni. L’anno dopo il padre si risposa con Ella (un’impiegata nubile, figlia di una rispettabile famiglia ebraica di Pardubice), e da questa unione nasce Lydia; il consolidarsi della nuova famiglia ripristina gli equilibri e la vita torna a scorrere serena «con un ritmo pacato e costante, come un fiume che scorre tra le colline senza formare anse o cascate improvvise.» Arrivano gli anni della scuola, delle lezioni di pianoforte, delle vacanze in montagna, dei viaggi nella vicina Praga. Zdenka cresce in un ambiente sano, operoso, civile e sviluppa un carattere fiero e determinato.

«Guardati intorno, osserva, impara e studia.» le ripeteva spesso suo padre «Siamo al mondo per migliorare e per perfezionarci il più possibile, non per arrampicarci sulla scala sociale. È una scala che non porta a nulla. Ricorda, se un nano arriva in vetta alla montagna più alta resta pur sempre un nano.» Come tante sue coetanee, ebree e non ebree, Zdenka viveva semplicemente la normalità della vita, consapevole di avere di fronte a sé le opportunità di un futuro. L’incontro con Arno Levit, un bel giovane di ventitre anni, le fa assaporare per la prima volta le gioie dell’amore. Tutto, nella vita di Zdenka Fantlová, sembrava rispondere all’ordine naturale delle cose, con gli alti e i bassi che regolano umori e stati d’animo della quotidianità di un’adolescente. Quando i tedeschi occupano la Boemia e la Moravia nel marzo 1939 Zdenka ha solo diciassette anni. «Scostammo le tende della sala da pranzo e, dalla finestra del secondo piano, vedemmo una scena sorprendente: l’esercito tedesco si riversava nelle strade come un’inondazione. Uomini in motocicletta, con strane uniformi ed elmetti di ferro, sfrecciavano incolonnati da ovest, diretti verso Praga. (…) Sentii un’orribile premonizione, intuii che un male ignoto ci aspettava.» L’ordine comincia a declinare rovinosamente verso il caos. Hitler dunque faceva sul serio, nell’incredulità generale si stava annettendo la Cecoslovacchia con la forza, ma il padre di Zdenka minimizzava: «…Qui comanda il presidente Masaryk e non c’è Paese al mondo che abbia un capo di Stato migliore del nostro.» Le misure coercitive adottate dai nazisti cancellarono presto ogni speranza. Per Zdenka l’inizio del nuovo anno scolastico (1 settembre 1939) coincise con l’occupazione tedesca della Polonia e con lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Dall’oggi al domani la Repubblica ceca si trasformò in un protettorato del Reich. Le leggi razziali divisero la popolazione in due schieramenti rigidamente distinti: gli ebrei e gli altri. Dal 7 agosto 1940 a Zdenka, in quanto ebrea, non viene più consentito di frequentare la scuola. Le nubi non sono più all’orizzonte ma gravano su ogni aspetto dell’esistenza. Poi, nel bel mezzo di una cena in famiglia, la Gestapo irrompe per arrestare il padre: «Jetzt kommst du mit uns!» (Ora tu vieni con noi!) Un vicino l’aveva denunciato per aver ascoltato una trasmissione radio della BBC di Londra. Zdenka assiste alla scena, impotente, pietrificata. La separazione dal padre è solo il primo, doloroso, colpo. Ernst Fantl verrà deportato a Buchenwald. Non rivedrà più la sua famiglia. Nell’autunno 1941 cominciano a girare voci che a Praga si stilavano elenchi di famiglie ebree destinate alla deportazione verso l’Est. Hitler voleva eliminare la razza ebraica. «…Ma finché vivevi nella tua casa e dormivi nel tuo letto, ti sentivi al sicuro e “deportazione” era soltanto una parola.» La situazione precipita. L’ebreo, spogliato di ogni diritto, diventa merce da prelevare, trasportare e confinare. Zdenka (e con lei la madre, la nonna, la sorella, il fratello e l’amato Arno) viene letteralmente risucchiata nell’ingranaggio nazista, strappata alla sua vita e catapultata in un altrove recintato da filo spinato. Prima della paura agiscono in lei lo stupore e l’incredulità. Cos’avevano commesso, lei e i suoi cari, di così imperdonabile? Perché tanto odio contro gli ebrei? Dove li avrebbero portati? Che sorte li attendeva ad Est? Sarebbero mai ritornati a casa?

Il viaggio all’inferno di Zdenka Fantlová comincia il 20 gennaio 1942. Due interminabili giorni in treno, senza acqua né cibo, pigiati gli uni agli altri. Prima destinazione il campo di concentramento di Terezín. Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. I vecchi, i malati e gli inabili al lavoro vengono subito spediti più a est. Diretti dove? Verso quale destino? Molti immaginano, ma nessuno sa niente di preciso. Chi sa, finge di non sapere. A Terezín si sopravvive. Il cibo è scarso, l’igiene precaria e il lavoro debilitante. Tutti tengono duro sperando che la guerra finisca presto. Le SS dettano legge ma consentono ai detenuti anche piccoli svaghi come il teatro. Zdenka decide fin da subito di reagire alla prigionia ritagliandosi spiragli di libertà. Si dedica con passione alla recitazione e diventa uno dei membri più attivi della comunità. Tra i detenuti c’erano scrittori, artisti, musicisti, compositori, direttori d’orchestra, cantanti, registi, scenografi (Zdenka menziona il regista Gustav Schorsch, lo scenografo Franta Zelenka, i compositori Hans Krása e Viktor Ullmann, il pianista Gideon Klein, i direttori d’orchestra Rafael Schächter e Karel Ančerl). Gli spettacoli venivano allestiti nelle baracche con costumi ricavati da stracci e scarti d’ogni tipo. Attraverso l’esercizio del teatro la comunità reagisce, si consolida, si fortifica, alimenta la speranza. Per non diffondere il panico le SS lasciano fare, ma ogni tanto qualche attore scompare, caricato sui famigerati treni diretti a est. Quando a Terezín giunge in visita una commissione internazionale le SS ordinano ai detenuti di allestire la grottesca messa in scena di un villaggio ameno, dove gli ebrei vivono operosi ma felici. «Un giorno mia nonna fu inserita nella lista dei deportati. Non c’era possibilità di appello. Sola e malata com’era, doveva partire per l’Est.» La permanenza a Terezín si protrae faticosamente fino all’autunno 1944. Prima il doloroso congedo dalla nonna, poi la separazione dal fratello e dall’amato Arno (spediti in altri campi di lavoro), mentre il padre si trovava in prigione ormai da 4 anni. Girava voce che l’esercito tedesco stava battendo in ritirata davanti alla forza dei russi e alla potenza aerea angloamericana.

Le SS ordinano lo sgombro del campo e, il 17 ottobre 1944, tutti i prigionieri vengono ammassati sui treni e deportati nel campo di Auschwitz-Birkenau. Durante il viaggio Zdenka ha ancora il conforto della madre e della sorella. All’arrivo però la madre non supera le selezioni. «Trassi un respiro profondo. L’aria puzzava di fumo con uno strano retrogusto dolciastro, come di carne arrostita. Deve esserci un mattatoio da queste parti, pensai, dove bruciano le ossa e le interiora del bestiame. Non mi vennero in mente altre spiegazioni possibili. (…) Fu allora che vidi i primi prigionieri.» Auschwitz-Birkenau, Zdenka se ne rende conto subito, è un mondo a sé, completamente diverso da Terezín. A colpirla, in particolare, è il contrasto visivo tra i cenciosi prigionieri (sagome opache, scheletriche, spettrali) e le patinate SS (fasciate in divise aderenti, con stivaloni lucidati a specchio e l’emblema del teschio con le ossa sul berretto). «…Dov’ero finita? Cos’era quel posto? Non avevo mai visto né letto nulla del genere; nessuno ci aveva preparati per una scena simile, l’idea che un luogo come quello potesse esistere. Mi sembrava di essere sprofondata in un abisso e di essere finita in un mondo sotterraneo sconosciuto e terrificante, governato da potenze demoniache e senza una via d’uscita. (…) Un gruppo di donne nude e calve, schierato in formazione, usciva trottando da uno dei capanni di legno in fondo a uno spiazzo vuoto illuminato da grossi fari. Chi potevano essere? Dove correvano? Non sembravano esseri umani, ma statue di cera.» Violenza, fame, miseria, sprezzo della vita umana. I forni crematori inghiottono ogni giorno migliaia di corpi stremati. Il lezzo nauseabondo penetra nelle narici e, sotto un cielo nero, la cenere si deposita sul fango. È un mondo capovolto fatto di sorveglianti e sorvegliati, di spietati aguzzini e di vittime inermi. Fermarsi, disobbedire, ritardare a un appello, rubare una buccia significa morire sul colpo, freddati dal primo SS di passaggio. Non c’è spazio per la pietà ad Auschwitz, un non-luogo alla periferia del mondo.

Di notte ci si ricovera su letti a castello tripli, sul legno nudo, in baracche fetide e sovrappopolate. Di giorno il primo pensiero è quello di non finire sulle famigerate liste redatte dagli zelanti burocrati del Reich. Finire sulla lista, tutti ne erano drammaticamente consapevoli, significava finire definitivamente, prima nelle camere a gas e poi su per il camino. Sopravvivere ad Auschwitz, riaprire gli occhi alla luce cupa di un nuovo giorno, è un piccolo miracolo. Molti, debilitati dall’inedia e dalle infezioni, invocano la morte come una liberazione. Zdenka, forte della sua volontà indomita, sceglie di resistere, di andare avanti finché può. «…Quell’immensa, misteriosa energia che non sappiamo di possedere affiora da profondità nascoste (…) La volontà umana di sopravvivere è indomabile e spietata.» Dal campo di Auschwitz i detenuti sopravvissuti vengono destinati a Kurzbach (in Slesia superiore, vicino Breslavia) e impiegati a scavare trincee. Segue una lunga marcia della morte verso ovest con l’attraversamento del fiume Oder (nei 450 Km, fiaccati dallo sforzo, dal freddo e dalla fame, solo la metà sopravvive). «I tedeschi erano decisi a non lasciarci cadere nelle mani dei russi, perché eravamo loro prigioniere e testimoni delle atrocità naziste. Quindi ci riportavano verso ovest, in territorio tedesco.» 600 superstiti su 1000 (e tra questi Zdenka e la sorella Lydia) arrivano al campo di concentramento di Gross-Rosen «Vivi, ma morti. Morti, ma vivi.» I russi erano vicini e anche questo campo andava evacuato, così dopo neanche una settimana riprende la marcia verso l’ovest della Germania; sul treno merci, carico all’inverosimile, si muore pigiati uno sull’altro, tra le feci. «Venivamo sballottate qua e là come passeggeri di una nave in tempesta, senza spazio per spostare il peso del corpo da una gamba all’altra. Chi non aveva più la forza di stare in piedi collassava sul pavimento del carro, dove la polvere di carbone e gli escrementi si erano mescolati in un fango appiccicoso e puzzolente. Al primo scossone del treno le altre cadevano sopra le prime come una valanga, stritolandone a morte qualcuna. (…) Disperate grida di aiuto riecheggiarono nella campagna deserta in cui sfrecciava il nostro treno pieno di passeggere sull’orlo della follia.» All’arrivo questa bara su rotaie scarica i cadaveri dei sopravvissuti nella Weimar di Goethe, «un tempo simbolo della cultura tedesca e vetta della civiltà.» Da Weimar la merce ancora viva viene stipata in un altro treno diretto al campo (prettamente maschile) di Mauthausen. Di questi spostamenti Zdenka ricorda soprattutto la tortura della sete. «Al freddo si può rimediare muovendosi e anche la fame si può ingannare. Ma la sete è una tortura purissima.» Dopo pochi giorni la merce è caricata su un altro treno, questa volta direzione nord-ovest, nel protettorato della Boemia-Moravia (occupato dai tedeschi); molti credono di tornare a casa, ma invece no, ad attenderli c’è il campo di Bergen-Belsen. Se gli altri campi erano l’anticamera dell’inferno, «Belsen era l’inferno vero e proprio.» Siamo ormai nel febbraio 1945. «Sembravamo un lebbrosario, creature sventurate che tutti evitavano come cani rognosi. Non c’era acqua con cui lavarsi, niente sapone, nessun sollievo. Ma ci aspettava di peggio.» La tortura dei pidocchi e una falcidiante epidemia di tifo. «Poi i tedeschi piantarono l’ultimo chiodo nella nostra bara togliendoci l’acqua.»

Nell’aprile 1945 muore la sorella Lydia, appena diciassettenne, abortendo nel fango. Zdenka sente avvicinarsi la fine. «Anche la volontà più indomita soccombe, prima o poi.» Bergen-Belsen è una fossa a cielo aperto dove i vivi non si distinguono dai morti. Zdenka pesa 35 chili. «Ero solo un mucchietto d’ossa da cui penzolavano pieghe di pelle come carta stropicciata. Occhi e denti erano tutto ciò che restava del mio viso.» Poi, finalmente, il 15 aprile 1945 arrivano gli inglesi. Una liberazione tardiva è pur sempre una liberazione. La macchina dei soccorsi è lenta, disorganizzata. Migliaia di agonizzanti invocano acqua e cure tempestive. Di fronte a tanto orrore l’esercito subisce una sorta di paralisi operativa. Mentre i grossi bulldozer britannici rimuovevano cataste di 15.000 cadaveri, Zdenka non ha le forze di chiedere aiuto. È sopravvissuta a sei campi nazisti, ha visto morire tutti i suoi cari, ha incamerato l’essenza stessa del dolore, non può mollare proprio ora. In quel luogo di putrescenza e desolazione nessuno sembra accorgersi di lei, di quel mucchietto d’ossa abbandonato tra gli stracci e il fango. È invisibile, mimetizzata allo scempio. Giace allo stremo ma, attingendo da una risorsa residua, riesce a trascinarsi al cospetto di un soldato britannico. «Quand’ero sull’orlo del baratro, e mi accingevo a scivolare in un’oscurità eterna, quell’inglese è apparso all’improvviso, mi ha porto la mano sopra l’abisso e mi ha tirata indietro verso la vita.» Sommersa e salvata Zdenka Fantlová ci consegna, scrive Renos K. Papadopoulos, «la rarissima testimonianza di una sfida scagliata contro la violenza e la sopraffazione.» 6 campi (tradotto in Italia da Ilaria Katerinov) elude coraggiosamente la mera trascrizione della barbarie perpetrata dall’uomo sull’uomo (oggetto di tanta letteratura e diaristica sul tema) per testimoniare invece la volontà indomita della vita. Zdenka Fantlová, lo ripetiamo, è una delle pochissime testimoni dell’orrore dell’Olocausto ancora in vita. Dopo la Liberazione, grazie alle cure elargite dalla Croce Rossa Internazionale, ha recuperato la salute in Svezia. Nel 1949 ha ricominciato una nuova vita in Australia affermandosi come attrice teatrale. Oggi vive a Londra e, nonostante la sua veneranda età, continua a girare il mondo per condividere la sua preziosa, indomita testimonianza.

Leone Maria Anselmi


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Posted in: Cultura, Letteratura