LA SPECIE SORELLA | Mio caro Neandertal | di Silvana Condemi e François Savatier

Posted on 23 giugno 2018

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LA SPECIE SORELLA

Mio caro Neandertal | Un saggio di Silvana Condemi e François Savatier

(Bollati Boringhieri, 2018)

di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Dimenticatevi tutte le false idee che vi eravate fatti sul Neandertal. Le più recenti acquisizioni della paleoantropologia e della paleogenetica hanno ridisegnato in modo sostanziale il ritratto di questo nostro lontano antenato, cancellando con un colpo di spugna tutti quei tratti caricaturali che per decenni ne hanno alterato la fisionomia. Il primo fossile neandertaliano fu scoperto in Germania nel 1856 in una cava di Feldhofer, nella valle di Neanderthal. Il cranio incompleto (con visibili il toro sopraorbitale e la fronte sfuggente) fece pensare a quello di un orso delle caverne. Il primo scheletro neandertaliano completo (quello di La Chapelle-aux-Saints) fu rinvenuto in Francia nel 1908. Le prime ingenue osservazioni morfologiche stigmatizzarono poco più che un monkey-man, uno scimmione dalle ridotte capacità cognitive, rozzo e brutale, forma intermedia tra la scimmia e l’uomo. Il cranio allungato, il prognatismo medio-facciale, l’arcata sopraccigliare a visiera, le ossa zigomatiche sfuggenti, la dentatura robusta, la spaziatura generosa tra bocca e naso, la corporatura massiccia e tarchiata, furono interpretati come una sorta di versione animalesca e provvisoria del sapiens. Il pregiudizio su Homo neanderthalensis rifletteva bene la mentalità scientifica dell’epoca che, molto semplicisticamente, sosteneva la tesi di una rigida linearità evolutiva che dall’ottuso cavernicolo era culminata nel moderno e raffinato sapiens. Questa fama di bruto ottuso “protouomo delle caverne” Neandertal se l’è trascinata fino a tempi recenti.

«Nel corso degli ultimi vent’anni – scrivono la paleoantropologa Silvana Condemi e il divulgatore scientifico François Savatier nel saggio Mio caro Neandertal (Bollati Boringhieri, 2018) –Homo neanderthalensis è uscito dalla tomba, o quasi, per raccontarci, grazie ai suoi geni, com’era fatto il suo corpo e quale era il suo stile di vita.» Oggi sappiamo molto di più di questa misteriosa creatura (dove viveva, di cosa si nutriva, come cacciava), sebbene non tutte le osservazioni e i dati ricavati dall’indagine comparata siano verificabili. La figura che emerge dalle nebbie pleistoceniche ci somiglia molto più di quanto ci saremmo aspettati. Con questa specie sorella, umana nel senso pieno del termine, abbiamo interagito fino a circa quarantamila anni fa. Poi è successo qualcosa. Noi siamo sopravvissuti e loro si sono estinti. La storia del Neandertal è anche la nostra storia, una storia che parte da lontano, da un tempo profondo che credevamo impenetrabile ma che adesso, grazie alle informazioni desunte dagli studi paleogenetici, si è fatto un po’ meno oscuro.

Circa 500.000 anni fa, approfittando di un lungo periodo interglaciale, i lontani antenati dei neandertaliani lasciarono mamma Africa per insediarsi in Europa. Quando parliamo di antenati dei neandertaliani ci riferiamo agli Homo heidelbergensis e, più in generale, ai preneandertaliani. Giunsero sul suolo europeo in piccoli gruppi e cominciarono a diffondersi a macchie su un territorio immenso, privo di concorrenti umani. La linea evolutiva dei neandertaliani, oggi i paleontologi ne sono certi, è strettamente europea. La specie si è diversificata e diffusa nel corso degli ultimi quattrocentomila anni del Pleistocene – periodo geologico compreso tra 2,6 milioni di anni fa e 12.000 anni fa –resistendo a ben tre grandi cicli glaciali-interglaciali. Figlio del freddo, il Neandertal seppe educare il proprio corpo a conservare il calore interno. È possibile guardare alla neandertalizzazione come a un graduale processo adattativo al clima tradottosi in un indubbio vantaggio evolutivo. Grazie all’impiego della cronologia isotopica – un sistema basato sulla nozione di stadio isotopico marino dell’ossigeno (Marine Isotopic Stage, meglio noto come MIS) – è oggi possibile ricavare dati attendibili sulla storia climatica del nostro pianeta. La paleoclimatologia, preziosa alleata della paleoantropologia, ha fornito informazioni fondamentali su Homo neanderthalensis. Per risalire alle diverse condizioni climatiche e ambientali che interessarono il territorio europeo nei singoli MIS, gli studiosi operano indagini dettagliate sul terreno dei siti corrispondenti a ciascuno di questi stadi isotopici; tutto quel che emerge dagli scavi (frammenti eterogenei di ossa fossili e denti di vari animali, coproliti, spore, pollini, gusci…) si rivela utile per ricostruire le particolari condizioni climatiche del sito specifico.

Durante il Pleistocene, come abbiamo già osservato, il clima dell’Europa ha subito diverse fluttuazioni. Neandertal, sopravvivendo in quest’Europa estremamente mutevole, ora fredda ora temperata, ora glaciale ora interglaciale, ha beneficiato di una pressione selettiva durevole; generazione dopo generazione hanno trionfato gli individui dotati di mutazioni vantaggiose, ossia quelli che meglio si sono adattati al clima. La specie Sapiens (più africana e tropicale) si è invece tenuta per lungo tempo a distanza dall’ostile Europa, arrivando a popolarla solo in fasi molto successive. Queste protoumanità erano tutt’altro che stolte e impedite. Tra 600.000 e 400.000 anni fa Homo heidelbergensis realizzava bifacciali, ovvero i “coltellini svizzeri paleolitici”, utensili taglienti di raffinata fattura. Nella bellezza litica di questi primi strumenti il paleoantropologo André Leroi-Gourhan, nel 1970, ha voluto rintracciare «le prime ambizioni estetiche dell’uomo». Realizzava bifacciali già Homo ergaster 1,8 milioni di anni fa (ne sono stati rinvenuti molti in Kenya sulle rive del lago Turkana). Il primo fossile rinvenuto di Homo heidelbergensis è la cosiddetta “mandibola di Mauer”, rinvenuta in Germania nel 1906 in una cava nei pressi di Heidelberg (da qui deriva il nome); questo raro reperto risale a 600.000 anni fa e, al momento, costituisce il più antico fossile della linea neandertaliana in territorio europeo. Homo heidelbergensis è una specie che si è evoluta in Africa a partire da Homo ergaster (l’Homo erectus africano) oltre un milione di anni fa. Poi, circa 600.000 anni fa, la specie si è diffusa in Europa. «E questo – scrivono Condemi e Savatier – porta a una constatazione di fondamentale importanza: da uno stesso antenato (l’Homo heidelbergensis) derivano sia l’antico Homo sapiens africano sia l’Homo neanderthalensis europeo. Se Homo heidelbergensis è il “padre” del Sapiens e del Neandertal, la logica conseguenza è che i neandertaliani sono nostri “fratelli”, nel senso paleontologico del termine.» Neandertal è dunque un nostro parente stretto, un frère, non una forma intermedia primitiva dalla quale ci saremmo evoluti. Questa specie sorella si è evoluta in parallelo ai proto Homo sapiens africani. Il sequenziamento del DNA mitocondriale e nucleare di Homo heidelbergensis e Homo neanderthalensis ha stabilito in modo inconfutabile questi legami di parentela.

Nel DNA degli europei sapiens contemporanei, come hanno stabilito le indagini paleogenetiche, sopravvive tra l’1 e il 4% di DNA del frère Neandertal. Questa creatura dunque non si è completamente estinta ma vive in noi, l’abbiamo incorporata nel nostro corredo genetico. Sapiens e Neandertal si sono accoppiati e incrociati a più riprese. Si ritiene che il Neandertal abbia trasmesso ai sapiens euroasiatici dei geni che favoriscono l’adattamento al freddo.Tra 2004 e 2007 si è giunti al sequenziamento di un intero genoma Sapiens. Lo si è potuto comparare con le sequenze di DNA nucleare di tre esemplari neandertaliani vissuti tra 44.000 e 50.000 anni fa. Ospitiamo varianti di geni neandertaliani ritenuti responsabili sia di alcune patologie sia di caratteristiche vantaggiose, ma le ricerche sono solo all’inizio e non ci consentono di asserire alcunché di preciso. Le prime caratteristiche propriamente neandertaliane (con persistenze di tratti arcaici), come testimoniano i ritrovamenti fossili, emergono tra 450.000 e 350.000 anni fa. I neandertaliani raggiungono la piena evoluzione come specie già 120.000 anni fa. Le particolari condizioni climatiche europee hanno gradualmente selezionato i tratti caratteristici neandertaliani: carnagione pallida (che capta meglio i raggi solari), occhi chiari, capelli rossi, scatola cranica oblunga, naso largo all’africana, lunghe radici dentarie (utili alla masticazione delle pelli), gabbia toracica “a barile” (utile a ospitare un fegato ipertrofico), muscolatura marcata, struttura ossea tarchiata e possente, bacino largo, gambe tozze, mani grandi e iper-prensili ancorate a braccia corte; sviluppato più in larghezza che in altezza, non longilineo come il Sapiens africano e tropicale, ma se oggi lo vedessimo passeggiare per le vie di una capitale europea vestito come noi probabilmente non noteremmo grandi differenze. Chi era dunque Neandertal? Cosa sappiamo davvero di questo nostro fratello? Dal 1856 (anno in cui fu rinvenuto in Germania il primo fossile neandertaliano) abbiamo accumulato un gran numero di informazioni. Un colpo di bacchetta magica ce l’ha fornito, come abbiamo osservato, la nuova disciplina paleogenetica. Comparando i dati raccolti dalle indagini multidisciplinari (paleoantropologia, paleoclimatologia, paleogenetica, archeologia, geologia, analisi morfologica dei reperti litici…) siamo in grado oggi di delineare un ritratto più autentico e attendibile di questo nostro lontano fratello. Neandertal viveva in clan che non superavano i 35 individui. Non erano erranti ma piuttosto procedevano a scatti, sfruttando le risorse del territorio e privilegiando la vicinanza con laghi e corsi d’acqua. Attraverso gli accoppiamenti periodici con altri clan i Neandertal (disseminati in dieci milioni di Km² d’Europa, in Asia settentrionale e in Medio Oriente) si sono assicurati il necessario scambio genetico utile alla sopravvivenza della specie. Non sono mai stati numerosi, ma questo non gli ha impedito di perpetuarsi così a lungo. Le dinamiche di coesione devono certo aver favorito forme complesse di linguaggio, quindi non era un Homo allalus (ossia un uomo muto), di questo gli autori del saggio si dicono fermamente convinti.

Neandertal era un cacciatore-raccoglitore nella cui dieta confluiva almeno un quinto di alimenti vegetali. Cacciava in gruppo animali di grossa taglia, padroneggiava il fuoco e arrostiva la carne, accumulava scorte, realizzava raffinati proto-strumenti litici e lignei (dai bifacciali alle lance, con l’utilizzo di bitume come collante), lavorava le pelli e se ne serviva per proteggersi dal freddo. Ingeriva oltre 6000 calorie al giorno (un regime alimentare iperproteico). Per lunghissimo tempo ha praticato anche la necrofagia e il cannibalismo. Era dotato di pensiero simbolico, indossava ornamenti, curava gli infermi e (nel periodo più tardo) inumava i morti. A cosa dobbiamo la sua scomparsa? Siamo stati noi a sterminarli o è accaduto qualcos’altro? Magari uno shock batteriologico? Come osservano Condemi e Savatier «i sapiens che penetrarono in Europa a partire da circa 43.500 anni fa erano già il prodotto di più ibridazioni Neandertal-Sapiens nel Vicino Oriente e in Asia occidentale.» Forse questa specie sorella non ha saputo tenere il passo con la nostra grande capacità d’innovazione? La transizione tra neandertaliani e sapiens si è verificata gradualmente (da 43.000 a 34.000 anni fa). È più ragionevole asserire che l’estinzione del Neandertal sia stata l’epilogo di un processo multifattoriale (legato al Sapiens ma anche ad altre contingenze). È possibile inoltre leggere il tutto come una “estinzione per ibridazione”: questa specie sorella dorme in noi, misteriosamente inscritta nei nostri geni.

Cecily P. Flinn


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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