I MOMENTI PURPUREI | Splendore e miseria di Oscar Wilde | The Happy Prince | di Rupert Everett

Posted on 23 giugno 2018

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I MOMENTI PURPUREI

Splendore e miseria di Oscar Wilde

The Happy Prince | un film scritto, diretto e interpretato da Rupert Everett

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Vittima sacrificale del puritanesimo, dell’ignoranza e dell’intolleranza Oscar Wilde subì l’umiliazione del carcere di Sua Maestà dal maggio 1895 al maggio 1897. Il film di Everett è incentrato sugli ultimi tre anni che gli restarono da vivere, segnati da un’inguaribile vocazione autodistruttiva interrotta qua e là da qualche labile sprazzo di reattività. Negli ultimi mesi di prigionia Wilde scrisse il De Profundis, una lunga dolorosa lettera indirizzata al suo amato Bosie, il bellissimo e spregiudicato Lord Alfred Douglas (figlio di John Sholto Douglas, nono marchese di Queensberry). In questo Tadzio inquieto e libertino, amato al di là d’ogni ragionevolezza, Wilde trovò la sua felicità e la sua rovina. Uscito dal carcere consegnò il manoscritto al fidato Robbie Ross con la preghiera di custodirlo e di realizzarne tre copie: una per sé, una per Bosie e l’altra (l’originale) da mettere sotto chiave. L’onta lo braccò anche fuori dal carcere. Il processo gli aveva portato via tutto, moglie, figli, casa, successo, denaro e tutta la sua preziosa biblioteca privata. Oscar Wilde semplicemente non esisteva più, sepolto da una violenta colata di fango.

All’origine di tutto, com’è noto, un biglietto aperto dai toni ingiuriosi lasciato dal marchese di Queensberry, il padre di Bosie, al portiere dell’Avondale Hotel di Londra, dove Wilde aveva preso alloggio. Il testo del biglietto recitava: “a Oscar Wilde che si atteggia a sodomita”. I rapporti tra i due erano sempre stati burrascosi. Il marchese non tollerava la relazione indecente che l’eccentrico scrittore intratteneva da tempo con suo figlio, e in più occasioni, non lesinando i toni accesi e minacciosi, aveva già manifestato tutto il suo disappunto. Bosie, mosso da odio profondo verso il padre, fomentò quest’acredine adottando comportamenti sfacciati e di aperta sfida. Il biglietto fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Wilde, furioso, passa al contrattacco denunciando il marchese di Queensberry per diffamazione, ma ignaro, totalmente ignaro, dei risvolti tragici e fatali che sarebbero seguiti a questa sua azione. Il processo si tradusse per Wilde in una gogna pubblica senza esclusione di colpi. Gli avvocati difensori del marchese si adoperarono con ogni mezzo per provare davanti alla corte i comportamenti aberranti del celebre scrittore, portando in aula anche brani letterari compromettenti. Durante il processo, Charles Gill lesse Two Loves, una poesia scritta da Bosie, e chiese a Wilde di chiarire davanti alla corte il significato del verso finale: “…io sono l’amore che non osa pronunciare il suo nome.” La risposta di Wilde, chiara e concisa, non si fece attendere: «L’amore, che non osa dire il suo nome in questo secolo, è il grande affetto di un uomo maturo nei confronti di un giovane, lo stesso che legava Davide e Gionata, e che Platone mise alla base stessa della sua filosofia, lo stesso che si può trovare nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare. Non c’è nulla di innaturale in ciò.» Wilde, sostanzialmente, visse il processo come un’azione performativa, in sincera coerenza con la sua natura intellettuale e umana. Di fronte alle volgari accuse di pederastia (testimoniate da uno stuolo di albergatori, camerieri e prostituti) Wilde mantenne un atteggiamento provocatorio e al contempo di sufficienza, condendo le sue giustificazioni di un’impronta quasi didattica, dimenticando a più riprese di trovarsi non al cospetto di una platea teatrale adorante ma a quello di una corte giudiziaria. Si sarebbe forse potuto salvare se avesse negato e ritrattato con più convinzione, se si fosse rivolto con toni meno indisponenti, e maestro qual era nell’arte oratoria c’è da credere che ci sarebbe riuscito, evitando così la crudele condanna a due anni di lavori forzati nelle carceri di Holloway, Pentonville, Wandsworth e Reading Gaol. La detenzione segnò Wilde nel corpo e nell’anima. Questa sciagura lo colpì nella fase più fulgida della sua carriera letteraria e teatrale. Dall’oggi al domani il celebrato autore del Dorian Gray e della Salomè passò dagli applausi agli sputi. Fu bersaglio di un odio corale, sotto i cui colpi perirono sia l’artista e sia l’uomo. L’esteta colto e brillante fu ridotto alla grottesca caricatura di se stesso, a un errante che letteralmente si trascina stordito dai fumi dell’assenzio.

Il film di Everett ci mostra questo Wilde ultimo, stremato, solo, a un passo dalla caduta definitiva. Solo qualche sporadico flashback illumina il passato glorioso del grande scrittore, applaudito e osannato in ogni sua uscita pubblica. La parabola finale di Oscar Wilde, gli ultimi rovinosi anni, dall’uscita dal carcere al letto di morte, è tratteggiata nell’iconografia di una delirante via crucis. Fa da leitmotiv al film la fiaba Il principe felice che, nella prima come nell’ultima scena, papà Wilde legge ai suoi due figli Cyril e Vyvyan. Fiaba presaga, d’una struggente e dolorosa tenerezza, che nel film assume i toni definitivi di un testamento e di un pacificato congedo. Il sentimento tratteggiato da Wilde ne Il principe felice è quello della pietas, il più nudo dei sentimenti umani. «Nelle fiabe di Oscar Wilde – scrive Mary Tibaldi Chiesa nell’aprile 1945 – noi vediamo rispecchiato il suo viso più puro e più bello, i lineamenti ideali del poeta sommo, incontaminati quasi per magia da ogni bassezza e da ogni depravazione; scopriamo il riflesso trasfigurato in opera d’arte degli impulsi più nobili del suo cuore d’uomo mortale, le aspirazioni più elevate della sua anima immortale. Poi che in Oscar Wilde il dualismo insito e inevitabile in ogni essere umano assunse aspetti di drammatico contrasto; e nella lotta del Bene e del Male, di cui egli fu, come ogni essere umano, protagonista, i lati di bontà e di generosità innegabili nella sua indole, se non prevalsero sempre nelle vicende della vita, prevalsero chiari e fulgidi in questa sua opera.» In queste novelle fantastiche, più ancora che nei lavori teatrali, nei romanzi e nelle poesie, Wilde, scrive Tibaldi Chiesa «ha toccato il vertice eccelso della sua arte. Non solo: ma mentre gli altri lavori sono più o meno magati dagli elementi torbidi onde furono magate la psiche, la personalità e la vita dell’autore, le fiabe sono monde da ogni scoria, perfette e luminose, composte in stato di grazia e pervase di un’altissima significazione etica.»

In vetta a un colle che dominava la città, sopra un’alta colonna, stava la statua del Principe Felice. Egli era interamente rivestito di sottili foglie d’oro, come occhi aveva due fulgidi zaffiri, e un grande rubino vermiglio gli scintillava sull’elsa della spada.Tra i piedi della statua cerca riparo una rondinella, ma delle gocce cadute dall’alto le impediscono di riposare. Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e lacrime gli scorrevano giù per le guance dorate. Il suo volto era così bello, nell’albore lunare, che la piccola rondine si sentì presa da una grande pietà. Il Principe Felice racconta alla rondine la sua storia. La sua ieratica immobilità fa da contraltare alla guizzante leggiadria del piccolo volatile. Quando ero vivo e avevo un cuore umano non sapevo che cosa fossero le lacrime, perché vivevo nel Palazzo della Gioia, ove al dolore non è concesso entrare. (…) Intorno al giardino correva un muro molto alto, ma io non mi preoccupai mai di chiedere che cosa vi fosse al di là: tutto intorno a me era così bello… I cortigiani mi chiamavano il Principe Felice, e felice io ero infatti, se il piacere è felicità. Così sono vissuto e così sono morto. E ora che sono morto mi hanno posto quassù, tanto in alto che posso vedere tutte le brutture e le miserie della mia città, e sebbene il mio cuore sia di piombo, non posso far altro che piangere. (…) Rondine, Rondine, piccola Rondine… L’uccellino cerca di consolare il Principe raccontandogli dei posti meravigliosi che ha visto volando per il mondo, …gli raccontò degli ibis rossi, che stanno in lunghe file sui banchi del Nilo, e prendono col becco pesci d’oro; della Sfinge che è vecchia come il mondo e vive nel deserto, e tutto sa; dei mercanti che camminano lentamente al fianco dei loro cammelli, e portano in mano chicchi d’ambra; del Re delle Montagne della Luna, che è nero come l’ebano e adora un grosso cristallo; del grande serpente verde che dorme in un palmizio, e ha venti sacerdoti che lo nutrono con focacce al miele… Dopo averla ascoltata il Principe la prega di esaudire un suo desiderio. Le chiede di spogliarlo del suo oro e delle sue gemme e di donarle ai poveri della città. …Cara piccola Rondine, tu mi racconti cose meravigliose, ma più meravigliosa di tutto è la sofferenza degli uomini e delle donne. Non v’è Mistero più grande del Dolore. La Rondinella cerca di dissuaderlo ma, mossa da pietà, finisce per obbedirgli. Prima il rubino dell’elsa, poi gli zaffiri incastonati negli occhi, infine le foglie d’oro che rivestono il suo corpo. Ora il Principe è cieco e nudo. Per rimanere al suo fianco la Rondinella non è potuta emigrare con le sue compagne verso il sole caldo dell’Egitto. Ora il freddo minaccia il suo esile corpicino, dovrebbe affrettarsi ma non le importa, perché l’attrazione della pietas d’amore è stata più forte d’ogni egoismo. Quando la Rondine cade esanime il cuore del Principe si spacca in due. L’indomani le autorità cittadine decidono di abbattere la statua del Principe Felice. Ora che non è più bello e assomiglia a un mendicante non serve più, sentenziano. La statua viene fusa ma, con sommo stupore del sovrintendente ai lavori della fonderia, il cuore spaccato rifiuta di fondersi. Così viene gettato nell’immondizia, proprio accanto al corpicino della rondinella. Portatemi le due cose più preziose della città – disse Dio a uno dei suoi Angeli; e l’Angelo gli portò il cuore di piombo e l’uccellino morto. Hai scelto bene, – disse Dio, –  perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino gorgheggerà in eterno, e nella mia città d’oro il Principe Felice canterà le mie lodi. Come il Principe Felice anche Wilde finisce nell’immondizia, abbattuto in damnatio memoria, ridotto a un rifiuto, a qualcosa che non serve più. La fiaba si fa premonizione del suo destino, dal piedistallo al baratro, dal fulgido splendore alla liquefazione.

Per il ruolo di Oscar Wilde la produzione aveva inizialmente pensato a Phillip Seymour Hoffman, ma l’improvvisa morte dell’attore fece sfumare il progetto. Dopo la lodata performance da protagonista in The Judas Kiss di David Hare all’Hamstead Theatre di Londra Rupert Everett convince la produzione di The Happy Prince di poter interpretare lui stesso il ruolo di Oscar Wilde. Esperto conoscitore dell’opera wildiana, appassionato lettore fin da piccolo delle cosiddette favole per adulti (come appunto Il principe felice, che Wilde scrisse nel 1888), Rupert Everett ha investito tutto sé stesso per la realizzazione di questo film, un film sofferto, cocciutamente voluto, rincorso per tutta una vita, infine realizzato. La lavorazione si è protratta per ben quindici anni, con studi approfonditi che hanno riguardato tanto l’opera quanto la tormentata biografia del celebre scrittore irlandese. Ne è risultato un ritratto che oscilla coraggiosamente tra l’oggettività e la libera interpretazione. Everett si cala nei panni di un Wilde nevrastenico, sfatto, terminale, l’icona rovesciata dell’esteta di un tempo. Una sagoma barcollante e trasandata, a metà tra il bohémien e il clochard. L’espressione contratta in una smorfia grottesca, l’eloquio sboccato e delirante, l’ubriachezza cronica. L’interpretazione è stucchevole, forzata, a tratti caricaturale, ma si tratta di una scelta voluta. È il Wilde che fa il verso a se stesso, come davanti a uno specchio deformato, come Dorian Gray davanti al suo ritratto putrescente. È il Wilde non più Wilde, quello che, uscito di prigione, adottò lo pseudonimo di Sebastian Melmoth (desunse questo nome dal romanzo gotico del 1820 Melmoth l’errante di Charles Robert Maturin, suo prozio).

Everett sceglie dunque di incarnare quest’ibridazione Melmoth-Wilde, premendo sul patetico, marcando i toni, sfiorando talvolta persino la parodia. È un Wilde irriconoscibile, gonfio, spiritato, distante anni luce dall’icona diffusa del ricercato esteta, ma aderente allo sfasciume che ha caratterizzato la sua fase discendente.

Dopo la scarcerazione Wilde si trova a un bivio, in una sorta di terra di mezzo. Agito da forze opponenti, una rigenerante e l’altra autodistruttiva, Wilde si ritrova in una condizione di straniante stagnazione. Robbie Ross e Reggie Turner, gli amici che non l’abbandonarono mai, gli procurarono 800 sterline e lo esortarono a tentare una risalita. Doveva riprendere a scrivere, ricucire un rapporto con la moglie e i figli, e soprattutto doveva tenersi alla larga da Bosie, l’origine d’ogni male. Wilde tentò ma, con ogni evidenza, non ci riuscì. Tornato libero si rese presto conto del vuoto che la sua colpa gli aveva ordito intorno. Quelli che lo riconoscevano – il processo lo aveva reso più famoso di quanto non avevano fatto le sue opere – lo additavano insultandolo con volgari epiteti o, nei casi più fortunati, lo evitavano. Sotto le spoglie di Melmoth Wilde sopravvive in intermittente invisibilità. La moglie Costance (che dopo il processo ha mutato il suo cognome in Holland) decide di passargli un mantenimento di 4 sterline a settimana, ma minaccia di sospendere l’erogazione se rivedrà Bosie. Ormai vulnerabile, sordo ai saggi consigli di Robbie Ross, permette al suo demone di riaffacciarsi nella sua vita. «…Perché l’uomo corre verso la rovina? Perché la rovina lo affascina tanto?» Oscar riabbraccia il suo Bosie alla stazione di Rouen e, poco tempo dopo, fugge con lui a Napoli. I due soggiornano per un lungo periodo a Villa del Giudice, a Posillipo, abbandonandosi a orge e sbornie con giovani partenopei. Quando il denaro finisce i due litigano e si separano nuovamente. Tornato a Parigi nel febbraio 1898 si stabilisce all’Hôtel de Nice, un piccolo albergo in rue des Beaux-Arts. Risale a questo periodo la pubblicazione, in anonimo, di The Ballad of Reading Gaol. Il libro riscuote un discreto successo, tanto che l’editore Smithers ne pubblica continue ristampe. Soggiogato da una demotivazione profonda, obnubilato dall’alcol, destabilizzato dalla sua esistenza precaria, Wilde non ha più voglia di scrivere. Con il De Profundis e La Ballata del carcere di Reading ha vergato il suo testamento. È come se, sentendosi negata ogni resurrezione, avesse scelto semplicemente di lasciarsi andare alla deriva, in una curva discendente di progressivo abbruttimento fisico e morale. Tra marzo e aprile Wilde subisce un doppio lutto, prima la morte dell’amico Aubrey Beardsley (l’illustratore della sua Salomè) e poi quella della moglie Costance (deceduta dopo un’operazione chirurgica alla schiena). Dopo un soggiorno estivo a Chennevières-sur-Marne è ospite di amici prima a La Napoule, presso Cannes, e poi a Gland in Svizzera. Nell’aprile 1899 soggiorna a Santa Margherita Ligure. Qui Wilde contrae dei debiti, cacciandosi in un guaio mai chiarito (agli inizi di maggio interverrà Robbie Ross a saldarli e a riportare l’amico a Parigi). L’editore Smithers pubblica in volume L’importanza di essere onesto e Un marito ideale, ma le economie di Wilde non sembrano trarne giovamento.

Continuamente bisognoso di denaro non si fa scrupolo di elemosinarlo nel giro delle sue residue conoscenze. Assenzio, champagne, cocaina, prostituti… Wilde è assetato di carburante per ritualizzare i suoi momenti purpurei. Nell’aprile del 1900 parte per l’Italia al fianco dell’amico Harold Mellor. Visita Palermo, Napoli e Roma. A maggio ritorna a Gland, ospite di Mellor. Infine, a giugno, rientra definitivamente a Parigi prendendo alloggio all’Hôtel d’Alsace. Consumerà qui, nella camera di quest’alberghetto di decima categoria, i suoi ultimi giorni, vegliato dall’affetto sincero di Robbie e Reggie. Dopo lunghe e dolorose sofferenze la morte sopraggiunge, liberatoria, il 30 novembre. Per volontà di Robbie Ross gli viene somministrata da un prete l’estrema unzione. Bosie, grande assente al capezzale, si presentò solo il giorno del funerale al cimitero di Bagneux (una cerimonia di sesta classe). Il Wilde morente interpretato da Everett ha il viso che trasuda sangue come quello di un Cristo. Il principe felice crolla sotto il peso delle sue macerie.

In una scena il film si fregia di una dichiarata citazione viscontiana: Wilde che siede di fronte al mare assume per qualche istante le fattezze dell’Aschenbach manniano di Morte a Venezia. Viscontiana è anche l’icona alla Tadzio scelta per il personaggio di Lord Alfred Douglas. Tra le scene più riuscite del film c’è quella dell’aggressione omofoba subita da Wilde da parte di un gruppo di giovinastri, scena che accende i riflettori su un dramma purtroppo ancora molto contemporaneo. Per sfuggire alla violenza del branco Wilde si rifugia in chiesa (e qui Everett fa di Wilde un corpo cristico). Altra scena interessante, tanto dal punto di vista simbolico che da quello squisitamente visivo, è quella del sogno che Wilde fa a Posillipo: nel Vesuvio che erutta, meraviglioso e terrificante, c’è la premonizione della morte della moglie Costance (annunciatagli l’indomani da un telegramma di Robbie). Una scena debole e poco risolta è quella dell’orgia a Villa del Giudice, con una rappresentazione del folklore partenopeo che sa un po’ troppo di cartolina. La canzoneThe boy I love is up in the gallery, composta da George Ware, torna più volte nel film, a rimarcare l’ossessione di Wilde per Bosie. The boy I love is up in the gallery, The boy I love is looking now at me… un motivetto romantico e struggente che ha il sapore delle cose amate e delle cose perdute. Centrale, nel film, è l’avvicinamento di Wilde a Cristo, che Everett affronta in punta di piedi, tratteggiandolo più come una comunione che come una conversione. Lungi dal banalizzarlo nell’invertito convertito, ne sottolinea l’apertura alla pietas cristiana e al sentimento del perdono. Attivista militante per i diritti LGBT Everett fa di Wilde un martire pioniere. Lo scandalo-Wilde, con la sua grande eco internazionale, può infatti considerarsi la tappa di partenza del lungo tormentato viaggio verso la conquista di diritti civili prima assolutamente impensabili.

«La figura di Oscar Wilde è stata rivalutata ufficialmente solo nel 2017, – ha tenuto a precisare Everett alla presentazione di The Happy Prince – anno in cui la regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale sancisce la fine di ogni forma discriminatoria verso i cittadini degli stati membri del Commonwealth.» Si è trattato di un atto rivoluzionario che mostra chiaramente come, in diversi paesi civilizzati, si viva ancora un clima d’intolleranza e odio verso le persone omosessuali. Oscar Wilde, dunque, è stato ufficialmente perdonato dal Regno Unito solo nel 2017, quando la regina ha graziato gli oltre 75.000 omosessuali condannati fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso (tra i quali Oscar Wilde e Alan Turing, il geniale inventore dei primi computer). Parliamo della cosiddetta “Turing Law”, la legge che sancisce il perdono e la riabilitazione giudiziaria delle persone condannate a causa del loro orientamento omosessuale. In questa chiave The Happy Prince travalica l’ambito strettamente biografico per allargarsi a una riflessione profonda su una contemporaneità sempre più minacciata da rigurgiti discriminatori.

La filmografia su Oscar Wilde (tra documentari, pellicole cinematografiche e film-TV) vanta numerosi contributi. Basti menzionare: Ancora una domanda, Oscar Wilde! (1960), di Gregory Ratoff; Il garofano verde (1960), di Ken Hughes; Wilde (1997), di Brian Gilbert; tra i documentari più recenti: Two Loves (2000), di Jacqueline van Vugt; Happy Birthday Oscar Wilde (2004), di Bill Hughes; Le procès d’Oscar Wilde (2010), di Christian Merlhiot. Il ritratto di Dorian Gray, uno dei romanzi più letti al mondo, ha avuto circa una ventina di riduzioni cinematografiche, da Dorian Grays Portræt (1910) di Axel Strøm al più recente Dorian Gray di Oliver Parker (2009). The Happy Prince ha il merito di illuminare il Wilde più oscuro e meno conosciuto. Un’operazione non facile che il regista ha saputo condurre con rispetto. Questo ultimo ritratto di Oscar Wilde rivela indubitabili punti deboli, ma era inevitabile trattandosi di una figura così complessa. Il film, nel suo insieme, al di là dell’eccessivo romanticismo pittorico, offre un contributo importante sulla figura immensa di Oscar Wilde, figura accessibile e al contempo blindata, e non manca di suggerire nuovi elementi per decriptare l’enigma della Sfinge senza segreti.

Massimiliano Sardina


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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