ABORTO NEGATO | I 40 anni di obiezioni alla legge 194

Posted on 23 giugno 2018

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ABORTO NEGATO

I 40 anni di obiezioni alla legge 194

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Tra gli anniversari da ricordare, quest’anno ricorre il quarantesimo dall’entrata in vigore della legge 194 sull’aborto (approvata il 22 maggio 1978), che consente alla donna l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), presso una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale o tra quelle convenzionate con la regione di appartenenza. Prima di quella data, tanto la donna quanto chi eseguiva materialmente l’aborto volontario, erano perseguibili penalmente in base al famigerato Codice Rocco, che lo designava come un reato “contro la stirpe”. Il proibizionismo non otteneva altro effetto se non il ricorso a pratiche clandestine, spesso in condizioni igienico-sanitarie pessime o con mezzi di fortuna, che esponevano le donne a gravi complicazioni e, spesso, al rischio di morte.

Per uno scherzo del destino, proprio l’anno celebrativo di tante conquiste democratiche per l’Italia coincide con uno dei suoi periodi meno promettenti sul fronte dei diritti civili; anche di quelli riconosciuti da tempo e che sembravano ormai al riparo da vecchie polemiche. Non che certe frange reazionarie e conservatrici si siano mai arrese, ma in presenza di determinate condizioni politiche più favorevoli alle loro posizioni, acquistano, se possibile, maggiore virulenza e vigore. Questi movimenti, che si definiscono “pro-vita”, sono strettamente correlati ad ambienti ecclesiastici e di estrema destra, gli stessi che hanno sempre osteggiato qualunque iniziativa italiana volta al riconoscimento di diritti alla persona, o all’estensione degli stessi a quelle componenti sociali spesso vittime di discriminazione. La donna è stata, storicamente, la principale vittima di queste forze oppositrici e oscurantiste. Vittima di una cultura d’impronta misogina e maschilista, ovverosia fascista.

Le leggi sul divorzio e sull’aborto sono conquiste che danno innanzitutto pieno riconoscimento e dignità alla donna, tanto quanto lo è stata la sua ammissione al diritto al voto. I beceri attacchi mossi a queste leggi hanno dunque come unico bersaglio proprio lei, poiché è il principio della sua autodeterminazione e la sua facoltà di poter decidere della propria vita e del proprio corpo che si vuole colpire. Un aborto non è mai una scelta facile, men che meno un capriccio; è comunque un evento drammatico nella vita di una donna. Può essere determinato da tanti fattori (una gravidanza che mette a rischio la vita della donna, un feto che presenta gravi malformazioni, il frutto di uno stupro, particolari condizioni psicofisiche o familiari…). A volte è una scelta obbligata che va proprio nella direzione di salvare una vita. Questo sembrano ignorarlo certe donne che militano tra le file di quei movimenti. Una donna che si dichiari essere di destra, non sa di stare affermando di essere soltanto una macchina riproduttiva sottomessa alla volontà dell’uomo, senza alcun potere decisionale su se stessa. Non sa, o finge di non sapere, di stare patteggiando con un’ideologia che le è ostile e denigratoria. E lo stesso si può dire per quelle che siedono alle assemblee ecclesiastiche domenicali. Ciò non vuol dire che ogni donna debba essere necessariamente di sinistra o anticlericale, ma quanto meno che sappia riconoscere e distinguere quelle forze che remano contro o a favore del suo riscatto e della sua piena affermazione come Persona, prima ancora che come un sesso.

Le iniziative contro la legge 194 sull’aborto, ancor più se viziate dalla diffusione di false notizie e da disinformazione, costituiscono il vero reato contro la vita e la dignità della persona (della donna in particolar modo) e contro i diritti individuali già sanciti dalla nostra Costituzione a cui le varie leggi si ispirano. Rientrano tra queste, i convegni sulla denatalità, i cortei antiaborto al grido di “assassine, assassine!”, i ridicolissimi “Fertility Day” della leghista Lorenzin, o la richiesta al Ministero della Salute di organizzare una campagna informativa sui “danni” che l’aborto arrecherebbe alla salute delle donne, tutte promosse da questi sedicenti movimenti “pro-vita” (anche con l’avallo di senatori di Lega e Fratelli d’Italia), e tutte condotte con evidente malafede. Le raccapriccianti immagini che campeggiavano sugli enormi cartelloni affissi a Roma o nei bus “pro-life” fatti circolare in varie città, proprio in occasione del quarantennale di questa martoriata legge, mostravano brandelli di bambini e spillette a forma di embrione, accompagnati da slogan che susciterebbero una certa ilarità, se non fossero soverchiati da un cattivo gusto quanto più aberrante e offensivo. Uno tra tutti, quello che recitava: “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. Un’affermazione criminale, ancor prima che offensiva dell’intelligenza, anche media, di una qualunque persona. Ribaltare così grossolanamente, tanto il tema dell’aborto quanto quello del femminicidio, confondendone i piani, le cause e le drammatiche circostanze, è segno di un atteggiamento volutamente manipolatorio e sconsiderato. Un attentato criminoso nei confronti della psiche e della sensibilità, non solo di chi ne è personalmente coinvolto, ma di chiunque abbia un sol briciolo di buon senso. È vero esattamente il contrario: negare il diritto all’aborto è una forma di femminicidio, aggravata dal fatto che viene perpetrata attraverso la violazione di un diritto legalmente riconosciuto. Ma la gravità sta nel fatto che nessun amministratore si sia sentito in dovere di intervenire in tempo, al fine di impedire che simili oscenità avessero libera circolazione nello scenario pubblico, se non quando spinto dalle proteste di quegli ormai pochi soggetti ancora capaci di provare indignazione. Segno di un’evidente inadeguatezza da parte di chi dovrebbe tutelare il rispetto delle norme civili e, soprattutto, il rispetto dei principi costituzionali.

Una campagna che volesse seriamente contrastare l’aborto farebbe uso di ben altri e più appropriati strumenti. Si preoccuperebbe di incentivare l’uso dei contraccettivi, soprattutto tra gli adolescenti; renderebbe la contraccezione gratuita, come avviene in altre parti d’Europa; intensificherebbe la presenza dei consultori (che avrebbero dovuto essere un perno portante di questa legge), atti a fornire supporto e assistenza alle donne; favorirebbe l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sviluppare e accompagnare nei giovani un più sano e consapevole sviluppo della sfera sessuale e relazionale; prenderebbe seriamente in considerazione il rapporto che intercorre tra i sessi e i generi in relazione alla cultura di riferimento, anziché sventolare fantomatiche “ideologie gender” col fine di diffondere falsità e allarmismi. Ma soprattutto, una seria campagna di sensibilizzazione, proverebbe a rimettere in discussione l’intero sistema di valori su cui si fonda l’inveterata cultura patriarcale e fallocentrica che considera la donna un oggetto, piuttosto che un soggetto pensante. Ma nulla di tutto ciò in Italia è stato mai fatto, né sembra prospettarsi all’orizzonte la volontà di farlo. Di certo non nell’immediato futuro. I diritti, nell’accezione italiana, costituiscono quasi sempre un problema; quelle rare volte che una componente parlamentare si propone di ampliarne lo spettro, vengono fuori leggi di compromesso. Lo è quella più recente sulle unioni civili e lo è anche la stessa legge 194 sull’aborto. Segno di un’inveterata tradizione politico-legislativa.

Nata già zoppa in partenza, la legge 194 ha infatti in sé ciò che si rivela essere il suo maggiore impedimento: l’obiezione di coscienza. Una sorta di cavallo di Troia che la svuota e la delegittima dall’interno; non a caso proprio l’arma più usata dai suoi oppositori. Sarebbe più opportuno chiamarla obiezione “d’incoscienza”, oltretutto il più delle volte esercitata in modo falso e pretestuoso da parte dei medici e delle strutture ospedaliere. Se già suona paradossale che un uomo di scienza come il medico possa rifiutarsi di eseguire uno dei suoi compiti, legalmente previsto, adducendo ragioni etico-religiose, è ancor più assurdo che una legge si delegittimi da sé, dando facoltà di non espletarla. Un diritto non è tale se poi lo si rimette alla discrezione di chi fattivamente deve somministrartelo. Diverso sarebbe stato se tale facoltà fosse stata riservata alle cliniche private, ma che questo avvenga in strutture pubbliche sostenute col gettito contributivo di tutti i cittadini è a dir poco scandaloso. Di fatto, secondo i più recenti dati del Ministero della Salute, il 70% dei medici ginecologi italiani si rifiuta di praticare l’aborto, e solo il 65% delle strutture abilitate lo fa realmente. Sempre secondo le fonti ufficiali, l’Italia è tra i Paesi con il minor numero di aborti, che si attesterebbe sotto i 100.000 all’anno. Dati che fanno esultare il Ministero, senza che gli sollevino il dubbio che dietro possano nascondere un sommerso derivante proprio dalle barriere frapposte all’acceso al servizio. Un sommerso che ancora una volta ricaccia le donne nella clandestinità e nel pendolarismo, con tutti i conseguenti oneri e rischi per la loro salute e la loro vita. Sono vittime dell’obiezione di coscienza molte donne morte di setticemia in un letto d’ospedale o davanti a una porta chiusa. Vittime di chi ha cercato di salvare una culla ma ha costruito una tomba. Martiri di un fanatismo religioso che nulla ha da invidiare al fondamentalismo talebano, e che in modo subdolo si insinua nelle scuole, negli ospedali, nelle sedi istituzionali, ovunque un cittadino dovrebbe poter esercitare i propri legittimi diritti. Un’intollerabile ingerenza delle eminenze grigie che in Italia, come in Irlanda e in Polonia (non a caso tre Paesi di forte impronta cattolica), non smette di attaccare, svilire e mortificare i fondamenti democratici della società civile.

Fino a che punto le idee etico-religiose personali possono essere fatte valere sul corpo di un’altra persona? Dove si colloca il confine oltre il quale una Chiesa o uno Stato non possano più vantare alcun diritto di giurisdizione? Negare a una persona la sovranità del proprio corpo significa estrometterla da quel territorio in cui si esprimono la sua identità e le sue libere scelte. Significa interdirla dalla sua volontà. Affermare la sacralità della vita, vuol dire anche saperne tutelare la dignità in ogni suo aspetto. E questo non soltanto all’atto della nascita, ma anche durante tutto il percorso esistenziale. La Chiesa avrebbe l’obbligo morale, ma non istituzionale, di farsi carico dei cittadini; ciò non le dà il diritto di legiferare per loro. Ma lo Stato ha sia l’uno che l’altro dovere, il che significa preoccuparsi di assicurare a tutti una vita dignitosa; garantendo salute, educazione, sicurezza, lavoro, e ogni supporto necessario nei processi formativi della persona.

Giuseppe Maggiore

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