UNA CASA INFESTATA DAL SALVANÈL

Posted on 11 aprile 2018

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UNA CASA INFESTATA DAL SALVANÈL

(testimonianza di Anna Vanzo, raccolta da Simone Daddario)

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Ho riflettuto molto prima di decidermi a rilasciare questa testimonianza. Dietro garbate insistenze – vostre, ma anche di molti miei amici – alla fine ho ceduto perché, tutto sommato, credo che parlarne mi aiuterà a comprendere meglio quanto mi è accaduto. All’origine di tutto l’acquisto di una casa a Canal San Bovo, un piccolo comune del Trentino-Alto Adige situato nella Valle del Vanoi, tra la Valle del Cismon, la Val di Fiemme e l’Altopiano del Tesino. Un vecchio maso abbandonato da decenni, con il piano inferiore in muratura e i due superiori in legno. Quando l’agenzia mi mostrò la fotografia me ne innamorai subito. Era esattamente quello che cercavo per godermi in santa pace gli anni della pensione. Un rifugio solitario adagiato sul limitare del bosco, senza vicini, a meno di dieci minuti di macchina dal centro abitato. Isolata quindi, ma non troppo. L’immobile necessitava di una generosa ristrutturazione, ma il prezzo di vendita era davvero un affare da non lasciarsi sfuggire. Quando visitai fisicamente il luogo non ebbi più dubbi e firmai tutte le carte necessarie il giorno stesso. Affidai i lavori di restauro e consolidamento a un’impresa consigliatami dall’agenzia e, nel giro di soli sei mesi, il maso riacquistò il suo antico splendore. Mi ci trasferii pressappoco agli inizi di novembre. Parliamo all’incirca di una decina d’anni fa. Non furono lavori particolarmente invasivi. Le leggi locali, a riguardo, sono molto severe. Gli esterni furono semplicemente ripristinati con l’impiego di materiali similari, né potei fare grosse modifiche all’assetto planimetrico. Qui i geometri sono inflessibili perché rischiano multe in prima persona, e dio solo sa quanto ho lottato per l’incorporazione di una delle stanze alla zona living. Nel complesso però ero soddisfatta. Con la sedia a dondolo accanto al camino acceso, il bollitore fumante sulla stube in ceramica, le pentole di rame alle pareti, le pelli di montone sui divani, le mele nelle ceste di vimini… regnava la perfetta atmosfera di montagna. Con molta fatica la ebbi vinta anche sull’abbattimento di un grosso albero secolare inclinato pericolosamente su un fianco della casa. Lì, ricordo, penai parecchio. Cercarono in tutti i modi di convincermi che la mia era una paura infondata, che l’albero era sufficientemente distante, che era robusto e ben piantato e che comunque, qualora il comune mi avesse accordato il permesso di estirparlo, la spesa sarebbe stata considerevole. Fui irremovibile, compilai non so quante richieste appellandomi al diritto alla sicurezza e alla fine la spuntai. Non l’avessi mai fatto. Tutti i miei problemi cominciarono da lì. Se quell’albero fosse rimasto al suo posto forse oggi vivrei tranquillamente a Canal San Bovo e non sarei qui a raccontare una storia che ha dell’incredibile. Dico subito che la mia permanenza nel maso Walter – l’avevo battezzato così in memoria di mio nonno – è durata all’incirca tre mesi. Oltre non mi è stato possibile rimanerci. Motivazione? Il Salvanèl. Sa cos’è il Salvanèl? Adesso glielo spiego, se promette di non ridermi in faccia.

Nell’immaginario folkloristico delle leggende fiemmesi, e in generale trentine, il Salvanèl è un’entità silvestre, una creatura schiva che si nasconde nei boschi. Il nome è mutuato da silvano (Silvanus, che nella mitologia romana era il dio delle selve, e Selvans, dio etrusco protettore della natura e delle attività agresti). Demonietto dispettoso, agile folletto, il Salvanèl ha l’aspetto di un ometto selvatico, così ce lo ha tramandato l’iconografia tradizionale. Non è un’entità necessariamente malvagia, ma se gli si reca una qualche offesa sa essere molto vendicativo. Si scaglia contro chiunque osi turbare l’equilibrio naturale dell’ambiente. Non si annida semplicemente nel bosco, lui è il bosco, ne incarna gli equilibri e gli umori, la luminosa bellezza e gli oscuri misteri. Perché le sto raccontando tutto questo? Perché il Salvanèl mi ha reso la vita impossibile, me ne ha fatte di tutti i colori fin dal mio primo pernottamento nel maso. La mia colpa? Essermi insediata lì, aver violato in un qualche modo i silenzi di quel luogo, ma soprattutto credo che abbia voluto punirmi per il taglio del vecchio albero. Mi ha fatta oggetto d’ogni genere di ripicca. All’inizio scherzi innocenti come oggetti spostati o porte sbattute, poi con l’andar dei giorni siamo passati alle chiavi spezzate, alla frutta marcia, agli spilli tra le lenzuola. Non mi voleva lì, e faceva di tutto perché mi risolvessi ad andarmene.

Una volta, nel dormiveglia, mi parve di intravederlo. Non fu che un’ombra veloce davanti al fuoco del camino. Tentare di descriverlo nel dettaglio non è un’impresa facile. Era un nanetto gobbo, ma incredibilmente agile. Ho detto mi parve, non ho detto che lo vidi, forse ho solo sognato. Tuttavia la sua presenza era tangibile. Emetteva rumori d’ogni tipo, scricchiolii, tintinnii, suoni come di trascinamento. Bussava alla porta nel cuore della notte, apriva i rubinetti, metteva disordine nei cassetti. Se avevo paura? Se temevo per la mia incolumità? Certo che sì. Ma cosa potevo fare? All’inizio non sapevo cosa pensare. La grande casa, il luogo isolato, il labirinto dei boschi, facile suggestionarsi in un posto come quello. Cercavo di tranquillizzarmi pensando alle bravate di una banda di ragazzini, cosa peraltro improbabile data la notevole distanza con l’abitato. Trovai il coraggio di parlarne con una donna del paese. Fu lei a tirare in ballo la storia del Salvanèl. Ne avevo sentito parlare sì, ma molto vagamente. Incuriosita, decisi di documentarmi e consultai così alcuni testi sul folklore locale nella vicina biblioteca di Cavalese. Con mio sommo stupore lessi di gente che, in epoche passate e recenti, aveva vissuto situazioni simili alla mia, ovvero tutto un repertorio di angherie, soprusi e dispetti riconducibile al misterioso signore dei boschi. In alcuni casi, pochi a dire il vero, si era arrivati persino al sangue. Ero spaventata, ma anche affascinata. In quell’isolamento montano che avevo adottato come nuovo stile di vita i miei sensi erano come amplificati, tesi, allerta. La mia razionalità vacillava. Una parte di me considerava plausibile che un’entità come il Salvanèl potesse manifestarsi nella realtà concreta. Era dunque questa l’identità del mio nemico? Eccitata, tremante, presi ad aggirarmi per casa cercando prove a sostegno di questa tesi. Le trovai. Le ultime due settimane che passai in quella casa furono un inferno. In più occasioni, specie di notte, ho temuto per la mia vita.

Ha tutto il diritto di guardarmi così, non la biasimo, ma cerchi di immaginarsi il mio stato emotivo. Quelle cose, sa, accadevano davvero. Dopo aver dato sfogo al repertorio di scherzetti, il Salvanèl ha cominciato a fare sul serio, mi conceda quest’espressione. Sono arrivati gli animali morti in ogni angolo della casa, roditori, volpi, cuccioli di daino, le teste mozzate sotto il cuscino, i tappeti inzuppati di sangue. Più volte mi ha strattonata nel sonno e mi ha percossa. Più volte, scendendo le scale, mi son sentita spingere. E rumori, rumori sempre più violenti. Sobbalzavo di continuo, respiravo con affanno, sudavo freddo. Altro che suggestione o fascinazione… Divenni ostaggio della paura. Era un crescendo. Non potevo più restare lì. Lui non mi voleva. Se fossi rimasta al maso un’altra notte per me sarebbe stata la fine. Non ci ho più rimesso piede. L’immobile è in vendita da anni, spero di disfarmene al più presto. Prenda questa testimonianza per quello che è. Io posso solo confermarle che l’ho vissuta davvero. Forse qualcuno si è solo divertito a prendermi in giro. Già. Il punto è capire chi è, o cos’è, questo qualcuno.

Anna Vanzo


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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