MILLENNIALS: UN’ANTROPOLOGIA MINIMA

Posted on 9 aprile 2018

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MILLENNIALS: UN’ANTROPOLOGIA MINIMA

di Marco Cavalli

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Si avvicinano i vent’anni del Terzo Millennio, l’umanità che ne ha preso possesso si prepara a passare il testimone a quella che nel Duemila è venuta al mondo. Acerba, già maggiorenne ma non ancora sviluppata in pieno, è forse prematuro darne un ritratto antropologico. Tenteremo di abbozzarne uno all’osso, focalizzato sui nonnulla di oggi, con la speranza che non diventino le colonne portanti di domani.

Mentalità allarmistica – Certamente più causa che effetto dell’ipocondria spirituale odierna. La sua origine va cercata nell’uso del telefono cellulare quando ancora non aveva preso piede e la gente si credeva in obbligo di giustificarlo. Troppo facile riconoscere che il bello del cellulare consiste nel farne un uso completamente e irresponsabilmente ludico. Un’ammissione del genere avrebbe diminuito il fascino di novità della telefonia mobile e ridimensionato, di conseguenza, il suo mercato. Ma così non è andata. I millennial hanno scelto d’istinto la giustificazione alta, nobilitante. Vergognandosi di trovarlo più che altro un passatempo ozioso, hanno assegnato al telefono portatile un valore sociale, profilattico, di inibitore dell’ansia da disgrazia o calamità a venire. “In questo modo so sempre dov’è mio figlio/mio marito/mia moglie/mio padre, e che cosa fa; se gli dovesse capitare qualcosa di brutto, un incidente o roba del genere, può sempre chiamare aiuto”: quante volte vi hanno rifilato questo ritornello, per tacere di quelle in cui siete stati voi a intonarlo? L’alibi del pronto soccorso – talmente pronto da non riuscire ad aspettare le occasioni in cui prodigarlo – ha attecchito tra gli utenti del telefono cellulare costringendoli ad adoperarlo in tal senso. Si è così diffuso, fino a radicarsi, il clima di paura e di insicurezza generale del quale il cellulare aveva bisogno per legittimare anche questa sua applicazione di scongiuro. Con gli esiti che sappiamo. Tutti i genitori si aspettano che l’abuso dello smartphone da parte dei loro figli sia scusato a priori, in nome del diritto universale a essere informati su possibili stati di emergenza in agguato. Un diritto che, essendo indiscutibile (a pensare il peggio si indovina sempre), è diventato un obbligo per tutti.

Darla a bere – I millennial hanno promosso il bere a principale tema di conversazione e di intrattenimento. Pallino esclusivo, in passato, della popolazione maschile, oltretutto di una certa età anagrafica, il bere ha conquistato tutte le donne indiscriminatamente. La loro competenza, sia da consumatrici che da intenditrici, ha raggiunto un livello che non ha precedenti. Si contano sulle dita di una mano le giovani digiune di cognizioni anche approssimative in materia di alcolici e superalcolici. Una sparuta élite di ignoranti ormai respinta ai bordi della pista, e destinata a estinguersi. Aumentano invece le donne dai trenta ai cinquant’anni con alle spalle almeno un corso che le ha promosse a sommelier, e che conoscono e praticano la religione internazionale del bere con una devozione fanatica, per non dire temibile. Evasive oppure sommarie su qualunque altro argomento, sciolgono la lingua e sfoderano una proprietà di linguaggio invidiabile non appena si ritrovano in mano un calice di rosso o uno shortino. Ogni raduno conviviale, anche il più improvvisato, garantisce sempre almeno un istante di estasi collettiva – il momento in cui un cameriere, spesso preposto a quest’unico compito, presenta la lista delle bevande alcoliche, ieratico come un sacerdote assiro. Di colpo, l’atmosfera si carica di una solennità cerimoniale che investe i commensali e il personale di servizio, affratellati da una unanimità di vedute che invano cercherebbero in altri ambiti. I pochi che si vedono tagliati fuori ne rimangono quasi scottati. Non si tratta di una semplice comunione di gusti. Quella che si instaura è una complicità iniziatica all’ingrosso, un’intesa virtuosa che promette di sforare nel vizio senza alzare mai la voce e soprattutto senza compromettere nessuno. Un risvolto abbastanza antipatico per gli astemi, già confinati nel novero delle minoranze inqualificabili, riguarda la verbosità dei discorsi che dal bere prendono spunto e avvio. Ce n’è di due tipi: il soliloquio irto di tecnicismi (“uvaggio”, “tannico”, “barrique”) e la divagazione sui piccoli piaceri della vita in testa ai quali figura, manco a dirlo, la dérniere gorgèe de bière; divagazione o rapsodia che, tra una sorsata e l’altra, sottintende l’inesistenza di piaceri o divertimenti che possano far concorrenza al bere, oppure li bolla come fraudolenti nel senso vinicolo di non DOC o non DOP. Impossibile arginare un discorso sul vino una volta che qualcuno gli abbia dato la stura. È un’onda decumana, seppure ad alta gradazione alcolica.

Pet peep – Caratteristica dei millennial è la loro predilezione per gli animali, in particolare per cani e gatti – predilezione che ha ricadute soprattutto retoriche. Un millennial è capacissimo di intrattenervi per giorni sulle mirabolanti imprese del suo cucciolo. Se non lo fa, è solo perché di quando in quando deve porgere orecchio ai monologhi altrui sullo stesso tema. Degli animali domestici ha un’opinione spropositata. Li considera superiori per intelligenza e moralità a qualunque essere umano. Li sfama, li pettina, li accudisce con dedizione canina. Fa loro da maggiordomo, donna delle pulizie, dietologo e interior designer. Gli parla – più esattamente, tiene loro dei discorsi – e riferisce a terzi le frasi che, secondo lui, le bestie hanno la bontà di rivolgergli. Le fotografa, le filma; posta le foto e i video su Facebook condividendo i commenti che suscitano – abbastanza indistinti e molto simili a guaiti o latrati. Narra aneddoti sulla dentizione del cane, sulla sciatalgia del gatto – entrambi castrati, perché c’è un limite persino al sacrificio che una bestia di casa esige da te. Quando muoiono, gli fa il funerale e li seppellisce nel cortile di casa. Alla cerimonia funebre presenzia il successore, di solito con espressione adeguata alle circostanze, forse presago della sorte che lo attende o forse immaginando (non costa davvero niente credere anche a questo) una rivoluzione in stile Fattoria degli animali di Orwell.

La sindrome della neve sporca – Patologia sociale che prende il nome dal titolo della seconda parte del romanzo di F. Dostoevskij Ricordi dal sottosuolo (1864). Oggi che la nevrosi è un cuscino su cui ci si accomoda, le scalmane dell’antieroe di Dostoevskij hanno perso il loro sentore di zolfo. Il concetto di un individuo che si ostina in comportamenti autodistruttivi malgrado ne sia acutamente cosciente, è diventato una realtà del tutto pacifica e consolidata. Il sottosuolo è abitabile da mo’ e semmai crea problemi, sono di sovraffollamento. Gli uomini del terzo millennio non vanno soggetti a eccessi o ad accessi di pazzia. In questo senso manca loro qualunque radiosità di tipo infernale, luciferina. La loro mente è un crocevia di ottusità naturale e artefatta – prevalentemente artefatta. I discorsi che fanno dimostrano quanto ciarpame si annida nei cosiddetti malanni dell’anima. Teorizzando il complesso di Edipo, Freud aveva compiuto un tentativo estremo, l’ultimo, di restituire dignità tragica al rovello psicologico. Ma dove trovare della dignità, e drammatica per giunta, nell’abitudine dei millennial a correre alternativamente, e ormai anche contemporaneamente, con i cani e con la volpe? Per un millennial non c’è vizio che a lungo andare non possa diventare il trampolino di lancio verso qualche carriera e essere promosso a virtù. Forse non esiste personaggio più odioso del convertito; ma che dire delle signore che comprano la pelliccia di visione che non è di visone aspettandosi di essere complimentate per il loro spirito ecologico? Le donne del secolo scorso si sarebbero vergognate di una pelliccia finta; meglio nessuna pelliccia, oppure una pelliccia finta, ma allora fingendo strenuamente che non lo sia.

Varie in ordine sparso – Il millennial tipo è a favore delle coppie gay purché non pretendano di adottare dei figli, a favore degli immigrati purché si mostrino riconoscenti di non essere stati accolti a cannonate. Crede in un dio (“sono sicuro/a che non veniamo dal nulla”) ma gli sta sulle scatole la chiesa che di quel dio è l’agenzia stampa e l’apparato di propaganda; si sposa in duomo con il prete, ma la musica deve essere come minimo di Laura Pausini o dei Black Sabbath. Ha frequentato e/o frequenta corsi di tango, dove ha conosciuto la sua attuale “compagna” e conseguenti morsi della gelosia, perché lei si era iscritta per le stesse mentite ragioni di lui, ovvero per rimorchiare, e adesso che, avendo risolto la pendenza dell’uomo, non vede l’ora di imparare a ballare per il gusto di ballare, proprio l’uomo su cui ha messo le mani le mette i bastoni tra le ruote facendo il geloso come un Otello. Il millennial tipo ha praticato o pratica qualche sport “estremo”: paracadutismo, parapendio, arrampicata a mani nude, speleologia subacquea, meglio se in apnea. Se ha rischiato di lasciarci la pelle, spesso perché occupato a filmare la sua stessa impresa nell’impazienza di diventarne spettatore (il protagonismo dell’uomo del terzo millennio è sempre un po’ schizofrenico), ti racconterà con aria estatica come si sia salvato per un pelo e per puro caso (il millennial tipo ritiene la buona sorte una categoria dello spirito, di gran lunga preferibile all’intelligenza), e come da allora il suo atteggiamento verso la vita e il cosmo sia mutato, e quale profondo significato abbia per lui alzarsi dal letto ogni mattina per vedere l’alba, possibilmente svegliando tutti quelli che dormono. È contrario alla liberalizzazione delle droghe ma non a farsi uno spinello, rigorosamente in compagnia, e nei festivi. È contro il videopoker che rovina i pensionati ma un gratta e vinci o una schedina o un bingo ogni tanto non fa male a nessuno. Trova apprezzabile Fabio Fazio, indispensabili gli editoriali di Marco Travaglio, istruttivo Benigni, non da buttar via Sgarbi, arguto Letterman con i suoi ospiti (“sono delle pulci, e lui li fa sembrare delle aquile”), da meditare le esternazioni di Bergoglio, inguardabile Vespa, censurabili senza remissione le fattucchiere e i cartomanti che imperversano nelle televisioni private e si arricchiscono a spese degli ingenui.

Marco Cavalli


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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