ARIANESIMO ALL’ITALIANA | Rigurgiti fascisti a ottant’anni dalle Leggi razziali

Posted on 31 marzo 2018

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ARIANESIMO ALL’ITALIANA

Rigurgiti fascisti a ottant’anni dalle Leggi razziali

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.

(La difesa della razza, anno I, numero 1, 5 agosto 1938)

 

Non abbiamo più alcuna ricorrenza da celebrare. Se la memoria è solo una vuota retorica ogni celebrazione risulta priva di senso. Via tutti i rossi dal calendario, tanto quelli religiosi quanto quelli civili. Si torni a lavorare, ogni giorno, per costruire nuovi valori, nuovi fondamenti, nuove memorie. Si aboliscano tutti i diritti civili e i principi democratici raggiunti, per tornare a lottare al fine di riconquistarli, magari con più consapevolezza. Rientriamo nei nostri recinti, recuperiamo le nostre identità tribali; ciascuno stia lì dove è nato, si accoppi e generi prole coi membri del proprio branco, onde evitare ogni contaminazione. Forse solo così potrà rinascere in noi il desiderio di nuovi orizzonti e di nuove accoglienze, magari con la stessa paura che abbiamo adesso del diverso, ma anche con la voglia di vincerla e andare oltre. Cosa serve celebrare oggi un Giorno della Memoria? Cosa serve festeggiare l’Anniversario della Liberazione o una Festa della Repubblica? Sono tutte pagine di Storia che abbiamo lasciato ammuffire nei libri di scuola. Tanto varrebbe fare di quei libri un bel falò, e lasciare che le fiamme divorino anche il Tricolore (che sventoliamo solo nella cloaca degli stadi) e la nostra bella Carta Costituzionale (che ignoriamo del tutto). Certe nostalgie del passato andrebbero sperimentate fino in fondo; troppo comodo liquidarle con delle boutades, con dei luoghi comuni generati dalla fantasia di chi quel passato non l’ha veramente vissuto. Le atrocità della guerra, l’odio razziale, le persecuzioni, le deportazioni bisogna averli sperimentati sulla propria pelle per poterne anche solo parlare, figuriamoci farne adeguata memoria. Se non abbiamo compreso la lezione che ci giunge dagli errori del passato, occorre che quel passato ritorni facendo commettere a noi di oggi quegli stessi errori. Ne proveremmo finalmente l’ebbrezza, ma anche l’orrore. Eccoci dunque a questo 2018 da poco iniziato, e ai suoi rigurgiti neofascisti che hanno dato il meglio di sé durante le elezioni per il rinnovo del Parlamento Italiano. Ci si era voluti illudere che il fascismo fosse ormai morto e sepolto, affrettandosi a suo tempo a renderlo persino un reato; in realtà lo si era solo nascosto sotto il tappeto, sotto la facciata di un Paese apparentemente moderno, civile e democratico.

Esattamente ottant’anni fa l’Italia fascista varava le leggi razziali, annunciate da Benito Mussolini il 18 settembre del 1938 a Trieste. Mai ricorrenza poteva cadere così puntuale come questa, e non poteva esserci miglior prologo per le celebrazioni del caso che queste parole espresse pubblicamente da Attilio Fontana, candidato della Lega alla Presidenza della Regione Lombardia: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Fontana ha saputo interpretare lo spirito del tempo e gli umori della gente a cui si rivolgeva. Si è addirittura vantato di aver visto crescere i consensi dopo queste affermazioni. È stato eletto e oggi è di fatto il Governatore della Lombardia. La xenofobia, del resto, ha sempre contraddistinto tutta la politica leghista, fin dal suo nascere. Oggi però, accolta e condivisa da un sentire comune a larghe frange della popolazione, toglie ogni indugio e rivendica la legittimità a definirsi razzista. Queste ultime elezioni politiche hanno sancito il successo della Lega, non più partito del proprio territorio d’origine ma forza politica nazionale. Ha raccolto consensi da Nord a Sud, e tra i suoi elettori molti sono meridionali e stranieri: quei terroni e immigrati che fino a ieri venivano vilipesi e disprezzati e che oggi la votano proprio per le sue politiche di respingimento degli immigrati.

Alla luce di questi fatti, val la pena cogliere l’occasione dell’ottantesimo anniversario, per ricordare in cosa consistevano le leggi razziali promulgate dal regime fascista. Con queste leggi Mussolini seguì l’esempio della Germania nazista, elaborando per l’Italia una sua versione di legislazione antisemita. Si stima che in quegli anni risiedessero in Italia oltre 58.000 ebrei, ormai ben integrati nel tessuto sociale, economico e culturale del Paese. Questi furono nel giro di poco tempo bersaglio di una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi che dal 1938 si protrassero fino al 1945, passando dalle iniziali discriminazioni di ordine sociale ed economico a più radicali forme di violenza e di espulsione. La visita di Hitler in Italia, dal 3 all’8 maggio del 1938, in qualche modo sancì l’intesa tra il regime nazista del Führer e quello fascista di Mussolini; i due nutrivano comuni ambizioni nazionaliste ed espansioniste, e si incontrarono anche nell’individuazione di un comune nemico nell’ebreo.

Il primo documento ufficiale che diede l’avvio alla campagna antiebraica in Italia fu il Manifesto della Razza (o Manifesto degli scienziati razzisti), redatto in gran parte dallo stesso Mussolini, con l’apporto di dieci docenti universitari di diverse branche scientifiche, e accolto con favore anche da molti illustri intellettuali. Pubblicato una prima volta il 14 luglio sul “Giornale d’Italia” e poi ripubblicato il 5 agosto sul primo numero della rivista “La difesa della razza”, diretta dal siciliano Telesio Interlandi, il testo era strutturato in dieci punti, atti a sancire i concetti fondanti della nozione di Razza ariana italiana. Le asserzioni riportate erano tese a dimostrare l’esistenza di questa razza e a fornirle una sorta di cornice pseudo-scientifica, antropologica e culturale. In essi si affermava, tra l’altro: che le razze umane esistono e possono essere distinte in grandi e piccole; che il concetto di razza si fonda su un dato biologico oggettivo e che prescinde da ogni altra considerazione di ordine storico, linguistico o religioso su cui possano fondarsi i concetti di popolo e di nazione; che esistono una civiltà e una pura razza ariana italiana; che i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani andavano preservati da ogni alterazione dovuta a incroci con altre razze palesemente incompatibili; quindi, una volta negata anche l’origine comune dell’umanità che si colloca in terra d’Africa, e constatata la non appartenenza degli ebrei alla razza italiana, il manifesto trovava lo slancio e l’orgoglio di poter affermare: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”.

Fatta la razza, bisognava ora difenderla dalla minaccia del diverso, il nemico che ne minava la purezza, la stabilità, la sicurezza, e che ne corrodeva la superiore cultura insinuandosi in ogni ambito sociale, dalle arti alle professioni, sottraendo lavoro e risorse alla Nazione. Questo era il nemico comune, tanto degli ariani germanici quanto degli ariani italiani. Era l’ebreo. In breve l’antisemitismo assunse i connotati di una inoppugnabile dottrina di Stato, capace di destare, tanto nei ceti popolari quanto in quelli aristocratici, sentimenti di orgoglio nazionalistico e di suscitare molte entusiastiche adesioni tra artisti e intellettuali. Dalla teoria si passò ben presto ai fatti, in un susseguirsi di provvedimenti sempre più restrittivi della libertà e della dignità delle persone di origine ebraica.

Tra gli inizi di settembre e il novembre del 1938 vennero emanate le prime leggi, tutte sottoscritte dal Re Vittorio Emanuele III, con le quali veniva aggredita ogni forma di partecipazione alla vita pubblica del Paese da parte degli ebrei. Tanto professori che alunni vengono espulsi dalle scuole pubbliche, dalle accademie e dagli istituti di cultura; gli viene impedito di prestare il servizio militare e di rivestire qualsiasi incarico pubblico; vengono vietati i matrimoni misti tra italiani ed ebrei e revocata la cittadinanza italiana a tutti quelli cui era stata accordata dopo il 1919; gli vengono imposte forti limitazioni e svariati divieti nell’esercizio delle professioni; vengono limitati nel possesso di beni immobili e di svariati altri beni materiali minori, come la radio, i cavalli o i piccioni; non possono prestare servizio presso le case degli ariani; non possono figurare negli elenchi telefonici, farsi pubblicità o pubblicare necrologi; vengono bandite dai teatri, dai musei e dalle emittenti radiofoniche tutte le opere dell’ingegno artistico prodotte da autori ebrei, così come vengono banditi dalle scuole i libri di testo curati in tutto o in parte da loro; viene impedito loro di frequentare determinati luoghi di villeggiatura e spiagge; non possono essere titolari di porto d’armi o di licenze di caccia. Sono solo alcune delle restrizioni imposte a tutti i cittadini ebrei d’Italia, attraverso l’emanazione di una cospicua mole di decreti razziali che si susseguirono in tempi brevissimi. A questa prima fase di alienazione dei diritti (dal settembre 1938 al luglio 1943) seguì quella più drammatica della loro definitiva eliminazione, con l’espulsione e la deportazione presso i campi di sterminio (dal settembre 1943 al 25 aprile 1945).

Tutto ciò sta a dimostrare quanto l’orrore dell’Olocausto ebraico in Italia, sotto la regia del Duce Benito Mussolini, non fu meno cruento di quello avvenuto in Germania, anzi. Né tantomeno si può dire che egli si sia limitato solamente ad assecondare gli eventi dettati dalle circostanze del momento. Mussolini ebbe pieno titolo in tutto questo; scelse deliberatamente di mettere in atto la macchina dell’odio contro l’ebreo e contro tutti coloro che non rispondevano al suo fantomatico ideale di razza ariana, né più e né meno di quanto fece Hitler in Germania. Ma questi crimini contro l’umanità di cui si è macchiato non vengono mai narrati dai nostalgici del fascismo e da quanti ancora oggi, e sono tanti, esaltano e mitizzano la sua figura. Una memoria distorta o del tutto assente, il sonno della ragione che s’accompagna all’ignoranza più credulona e malleabile, possono ancora trasformarci in territori di conquista per nuove dittature. Ogni richiamo alla Pace diverrà allora solo un banale buonismo da deridere e sopprimere.

In conclusione, ben si attagliano le parole che Pier Paolo Pasolini rivolse in un’intervista del 1974 a Gideon Bachmann: «Mi sto accorgendo che l’odio razzistico che provavo per la Germania lo sto provando oggi in eguale misura per l’Italia. Ciò significa che non è una questione di razzismo, ma è un fatto politico e sociale. Se per caso oggi dovessimo assistere a una recessione come avvenne nel 1929, e questa recessione portasse con sé un arcaico colpo di mano della destra, l’Italia sarebbe adesso matura per fornire le truppe alle SS.»

Giuseppe Maggiore


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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