BENVENUTI NEL PLASTICENE | Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti

Posted on 30 marzo 2018

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BENVENUTI NEL PLASTICENE

Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti

Un saggio di Piero Martin e Alessandra Viola (Codice Edizioni, 2017)

di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Da duecentomila anni Homo sapiens produce rifiuti. Il progresso tecnologico, unitamente all’incremento demografico, ha innescato un processo iperproduttivo che per effetto collaterale si è tradotto in uno smisurato accumulo di scarti. Tutto ciò che produciamo, presto o tardi, è destinato a trasformarsi in rifiuto. Ogni bene di consumo, primario o superfluo, ha in sorte una Second Life nel mondo parallelo del pattume. L’impatto dell’immondizia sull’ecosistema è sempre più devastante. Nell’antropocene, come ha ampiamente spiegato Elizabeth Kolbert, è in atto la sesta estinzione. Produciamo rifiuti d’ogni tipo e li stipiamo nei luoghi più impensabili illudendoci di sbarazzarcene, ma loro sono lì, ingranaggi di un ordigno che prima o poi dovrà esplodere. Rifiuti industriali, radioattivi, elettronici, polimaterici, alimentari, gas serra, polveri sottili PM10, PM2,5, e plastica, tanta plastica. Finisce tutto sotto terra, negli oceani, nell’atmosfera e più su ancora, sulla Luna e nello spazio profondo. Solo una minima parte dell’immundo si biodegrada, tutto il grosso resta, si stratifica, iniettandosi pericolosamente nei fragili equilibri naturali. Nel saggio Trash (Codice Edizioni, 2017) il fisico Piero Martin e la divulgatrice scientifica Alessandra Viola, dati alla mano, offrono un quadro nitido e ragionato della situazione. L’analisi è impietosa ma non si arena nel catastrofismo, segnalando a più riprese tutti i comportamenti virtuosi e le soluzioni già in atto per limitare i danni. Il libro, sintetico e ben illustrato, pone l’accento anche sui comportamenti individuali del cittadino, tutt’altro che irrilevanti, muovendosi tra informazione e sensibilizzazione. «L’umanità tramanda la vita, prima di tutto. E poi i saperi, le passioni, le tradizioni. Così facendo, progredisce da millenni. Ma ora qualcosa si è inceppato, perché stiamo lasciando in eredità anche inedite quantità di rifiuti. A volte li teniamo nascosti, a volte li abbandoniamo a cielo aperto, dispersi nell’ambiente spesso senza alcun controllo. Li produciamo e li affidiamo a chi verrà dopo di noi, facendo peggiorare a ritmi drammatici l’inquinamento e ipotecando il futuro delle generazioni dei prossimi secoli.»

È solo all’inizio del Novecento che la parola “rifiuto” comincia a entrare nell’uso comune per designare “quello che si getta via”; nel tardo medioevo era legata semplicemente all’azione del rifiutare, ed è solo in età tardo barocca che prende a indicare una “cosa di nessun valore”, da scartare, per poi gradualmente assumere il significato connotante che ha oggi. «Sprechi, scarti e rifiuti – scrive Andrea Tagliapietra – diventano “immondizia”, una parola in cui etimologicamente (im-mundus) leggiamo la negazione del “mondo”», ovvero tutto ciò che per sua natura è ordinato e pulito. Immondizia è sinonimo di sporcizia. Il termine, come ci ricorda la linguista Roberta Cella, è di origine toscana trecentesca e lo troviamo in Boccaccio. Nell’uso vivo della lingua italiana è presente anche “spazzatura” (anche questo di derivazione toscana trecentesca), letteralmente “quel che si rimuove spazzando”. Meno fortuna ha incontrato invece il termine “spazzatume”, anche questo rintracciabile nel XIV secolo, a riprova che anche la lingua produce scarti. Nei nostri coloriti dialetti l’immondizia diventa la monnezza, la munnizza, la rimata, la iotta, la rumenta, il rudo, il rusco, il pattume, il sudicio, la rogna, la scoassa, la scovazza (per non citarne che alcuni).

Trasformiamo in rifiuto tutto ciò di cui non abbiamo più bisogno. La filosofia dell’usa e getta, dogma della religione capitalistica, ha promosso una produzione industriale a getto continuo basata sullo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali. Non c’è sistema produttivo che non produca una qualche forma di inquinamento. Dietro un divano, un frigorifero, un telefono cellulare, una bottiglia d’acqua, un hamburger o una banana c’è un residuale che va addizionandosi di giorno in giorno. Sulle vette innevate dell’Everest campeggiano ben dodici tonnellate di rifiuti. Sulla Luna, oltre a due palline da golf e a una piuma di falco, stazionano dodici paia di scarponi, cinque bandiere, una targa d’acciaio, manufatti artistici, zainetti, macchine fotografiche, pale, rastrelli, martelli e una gran quantità di rottami metallici ed elettronici, per un totale che si aggira grossomodo intorno ai 187.000 Kg di rifiuti. Nell’Artico stagnano sostanze altamente inquinanti come i policlorobifenili, il DDT e il DDE, veleni trasportati dalle correnti che si depositano sulle coste e contaminano il plancton; massiccia (qui come altrove) è inoltre la presenza della plastica, un cancro che si allarga a macchia d’olio fagocitando l’ecosistema. Con l’azione del sole e degli urti la plastica si frantuma in microscopiche nanoplastiche che, scambiate per plancton, diventano cibo per molte specie marine; pesce grosso mangia pesce piccolo e per ultimo nella catena alimentare arriva l’uomo che, inconsapevolmente, si ritrova ad ingerire quel veleno invisibile. Tutto torna al mittente. Per vie subdole molta plastica che gettiamo ritorna a noi, dentro di noi. Se l’acqua è contaminata, l’aria non se la passa certo meglio. Tra i rifiuti più dannosi prodotti dall’uomo c’è infatti la cosiddetta CO2, le cui emissioni crescono vertiginosamente alterando in modo irreversibile l’assetto ambientale. La concentrazione di CO2 nell’atmosfera, com’è noto, ha toccato i livelli più alti degli ultimi 800.000 anni. Il riscaldamento globale non è una teoria ma un dato oggettivo e verificabile. L’uso massiccio dei combustibili fossili (pane quotidiano che nutre trasporti, industrie, riscaldamento domestico) soddisfa la crescente domanda di una contemporaneità sempre più dipendente dal bisogno di energia.

Al progressivo incremento della popolazione mondiale l’uomo ha risposto con l’agricoltura e l’allevamento intensivi, con la deforestazione, l’urbanizzazione e la creazione di discariche. Tutti ingredienti che sono andati ad alimentare il riscaldamento globale. Altro capitolo triste è quello degli sprechi alimentari. Non gettiamo via solo plastica, vetro, alluminio e imballaggi polimaterici ma anche cibo perfettamente commestibile. Ogni anno nella sola UE vanno sprecati circa 173 chili di cibo a testa (e parliamo di un dato in crescita). Comportamenti irresponsabili diffusi aggravano una situazione già di per sé drammatica. Viviamo in un mondo di forti contraddizioni dove sei miliardi di persone hanno accesso alla telefonia cellulare ma solo cinque a dignitosi servizi igienici. Per mantenere accesa e produttiva la grande macchina industriale il sistema economico contemporaneo (figlio primogenito del vecchio capitalismo) si ostina a immettere sul mercato beni non durevoli, concepiti per logorarsi entro tempi brevi. I grandi marchi negano, ma la verità è un’altra. L’obsolescenza programmata, come notano bene Piero Martin e Alessandra Viola, non è una strategia produttiva recente ma risale all’America degli anni Trenta (il primo a teorizzarla e a indicarla come una soluzione per uscire dalla crisi economica di quegli anni fu Bernard London, autore del saggio Porre fine alla crisi attraverso l’obsolescenza programmata). Il pianeta Terra si regge su un ecosistema assestatosi attraverso milioni e milioni di anni, e non è nato per sopportare una così massiccia e invasiva presenza umana. Siamo una metastasi nel corpo vivo della natura. Più aumentiamo di numero e più mettiamo a repentaglio la salute del pianeta che ci ospita. Tra i rifiuti che produciamo rientrano anche i dannosi gas serra emessi dagli allevamenti intensivi e, non ultime, le nostre stesse deiezioni corporali che ammontano a circa un miliardo di chili al giorno. Siamo nati per inquinare, lo facciamo in ogni nostro piccolo gesto quotidiano, lavandoci i denti, accendendo la radio, fumando una sigaretta, spostandoci in automobile, facendo la spesa, mettendo al mondo figli. Solo mutando abitudini e comportamenti sarà possibile porre un freno a questo lento e invisibile processo di autodistruzione, e ringraziando il cielo molti di noi si sono mossi su più livelli adoperando stili produttivi e di vita più intelligenti.

Riduci (perché, come si suol dire, prevenire è meglio che curare), Riusa (perché con l’opportuna manutenzione ogni prodotto può svolgere per lungo tempo le sue funzioni), Ricicla (perché tanti scarti possono in mille modi tornare utili), Recupera (perché certe tipologie di rifiuti possono essere tramutate in fonti di energia). Sono le quattro R in cima alla gerarchia dei rifiuti. Al fondo, ultima spiaggia, c’è la discarica. In Italia finisce nelle discariche circa il 25% dei rifiuti, il 18% va negli inceneritori e il 2% agli impianti che producono energia elettrica. Sarà mai possibile una civiltà a rifiuti zero? A fronte delle tante buone iniziative in atto e di certi dati confortanti la situazione resta oltremodo drammatica. Più che nell’antropocene viviamo nel plasticene, l’era della plastica. Fra migliaia di anni quando gli archeologi scaveranno alla ricerca di informazioni sulla nostra civiltà troveranno soprattutto plastica. Nell’oceano Pacifico, in un’area tra le Hawaii e la California, galleggia un’enorme isola di plastica che si estende per oltre 700.000 Km². Quando diciamo plastica ci riferiamo a tantissimi polimeri sintetici come il polietilene (PE), il polietilene tereftalato (PET) e il cloruro di polivinile (PVC). Macroplastiche e nanoplastiche sono disseminate in ogni angolo del pianeta e, praticamente, non si degradano mai. Sono stati coniati già da tempo diversi polimeri veramente biodegradabili, ma la loro produzione è molto costosa. «La biodegradazione – leggiamo in Trash – è un processo naturale che “sminuzza” quasi tutto. Ma non gliene lasciamo il tempo: produciamo troppi rifiuti troppo in fretta.» Produciamo rifiuti visibili e rifiuti invisibili, entrambi di estrema pericolosità. Tra gli invisibili ci sono le tristemente note polveri sottili, che altro non sono se non “scorie” dell’incessante attività umana. Le nuove politiche lungimiranti di alcuni Paesi oggi premono sull’economia circolare per tentare di frenare la macchina impazzita dell’industria del consumo. È possibile guardare ai rifiuti non solo come a un problema difficile e irrisolvibile, ma anche come a un’opportunità da cogliere, ed è questo il messaggio di fondo del saggio Trash. Solo rientrando a pieno titolo nel ciclo produttivo il rifiuto può degradarsi davvero e divenire, sorprendentemente, una risorsa.

Cecily P. Flinn


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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