IL MIELE E IL SANGUE | La vita breve di Marie Duplessis, la Signora delle camelie

Posted on 25 marzo 2018

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IL MIELE E IL SANGUE.

La vita breve di Marie Duplessis, la Signora delle camelie.

di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

È una sera di gennaio del 1847. In una Parigi spruzzata di nevischio, il Teatro dell’Opéra, sfavillante di luci, risuona di voci e risate. Ma quando alcuni camerieri in livrea depongono in un palco una bellissima donna mortalmente pallida che indossa un abito da sera di pesante taffetà dai riflessi d’ametista, nel teatro cala il silenzio. Le fronti degli uomini si aggrottano e un brivido corre lungo le spalle nude e incipriate delle dame, come se una folata di vento gelido si fosse insinuata nella sala. Tutti gli occhi sono puntati su di lei perché quella creatura dal volto cereo, che tossisce portandosi alla bocca un fazzoletto ricamato, è l’ombra spettrale di colei che era stata la più ammirata cortigiana della città. Resta seduta immobile nel palco e, con lo sguardo velato di febbre, osserva la folla elegante da dietro un grande mazzo di camelie. È il suo commiato da quella élite mondana che l’aveva vista indiscutibile protagonista. Verso la fine dello spettacolo, prima che scenda  il sipario, i lacchè la accompagnano fuori. Quell’uscita in sordina viene però notata dal giovane Alexandre Dumas – in passato suo amante – che la insegue lungo i maestosi scaloni, insistendo per riaccompagnarla a casa. Lei lo congeda con un sussurro: “Non ho più bisogno di nessuno per morire.”

Alphonsine Plessis era nata in un piccolo borgo della bassa Normandia; l’unica eredità lasciatale dalla madre, morta quando lei era ancora bambina, é un portamento elegante e buone maniere. La piccola cresce con un padre alcolizzato e una nonna prostituta che non sono certo  in grado di garantirle un’esistenza dignitosa. Così, per sopravvivere, Alphonsine deve arrabattarsi con lavori occasionali: modista, lavandaia, cameriera.  Malvestita e spesso affamata, agli occhi degli estranei appare come una cenciosa mendicante; ma questa ragazzina silenziosa ha già idee assai chiare su quello che desidera dalla vita: ama follemente il lusso e nutre l’ambizione di riuscire a frequentare la migliore società. Perciò non esita, appena le si presenta l’occasione, ad accompagnarsi con uomini più vecchi facendosi mantenere. Ha in mano –  ne è consapevole – la carta  vincente di una bellezza particolare e abbagliante. Può contare su un incarnato eburneo, una pelle trasparente venata d’azzurro alle tempie, capelli scuri e lucenti, occhi profondi dal taglio orientale. Ma soprattutto ha il dono di comunicare un’idea di virginale purezza e possiede una grazia quasi infantile. In breve tempo la piccola Aphonsine compie la sua sconvolgente metamorfosi, cambiando persino il nome: non più Alphonsine Plessis ma Marie Duplessis. Marie suona meno ordinario e l’aggiunta del du al cognome le conferisce un’allure più aristocratica. Inizia così la sua inarrestabile ascesa e a sedici anni è già una delle cortigiane più costose e ambite di Parigi.

Uno dei suoi primi accompagnatori illustri è Agénor de Gramont, duca di Guiche, che la vizia e la aiuta a raffinare il suo stile e la sua eleganza, dissipando a quest’uopo parte del cospicuo patrimonio familiare. Lei ne è conquistata – e questa volta non è solo mero calcolo. Prima di coricarsi con lui ama indossare i gioielli che il giovanotto le dona che scintillano sul suo corpo pallido e nudo. È intelligentissima e con Agénor perfeziona l’arte della conversazione, impara a ballare e a suonare il piano. Ma la famiglia del giovane, appena ventunenne, si attiva in ogni modo per limitare i danni e allontanare il figlio cadetto da quella scandalosa compagnia. Lei rimane profondamente ferita. Dumas s’ispirerà proprio alla loro storia per scrivere La signora delle camelie.

Per dimenticare Agénor, Marie passa di relazione in relazione, da uno spasimante all’altro. Ha preso il vezzo di appuntarsi sul petto una camelia bianca, che diventa rossa solo quattro giorni al mese. Cresce la sua notorietà e, di pari passo, anche la sua ricchezza che gestisce con estrema nonchalance. Ha la caratteristica di apparire disinteressata al denaro che le scorre copioso tra le dita sottili e ciò pare renderla ancor più attraente agli occhi degli uomini. Non si priva di nulla: gira su una carrozza rivestita di seta azzurra tirata da quattro purosangue bianchi, sfoggia abiti di sofisticata eleganza e gioielli da favola. Si dice che nella sua casa persino il pitale fosse d’oro. La “Signora delle camelie” (il soprannome era stato coniato da una guardarobiera dell’Opéra) é diventata una donna talmente costosa che a un certo punto sette gentiluomini fanno società per mantenerla e per spartirsi i suoi favori. Grazie al suo charme e alla sua innata distinzione viene invitata anche in ambienti che alle sue colleghe sono preclusi. Lei, nondimeno, è vagamente annoiata e malinconica, ormai avvezza al solito tourbillon di feste e di serate mondane. Le sue giornate trascorrono seguendo lo stesso ripetitivo copione: sveglia in tarda mattinata, elaborate operazioni di toilette, scelta degli abiti, passeggiate con i cani al Bois De Boulogne – il Parco meglio frequentato di Parigi – poi cena leggera, teatro, dopoteatro al caffè des Anglés, in genere una puntata al tavolo verde dove perde con indifferenza cifre da capogiro… infine, nel suo sontuoso appartamento in Boulevard de la Madeleine, gli inevitabili incontri amorosi: la precedenza viene concessa all’uomo che in quel momento la mantiene; poi, verso l’alba, qualche ora d’intimità con l’amante favorito. Quello che le manca è però il semplice, banale sapore della felicità, perché una cortigiana è costretta ad adeguarsi a delle regole, non può lasciarsi trasportare dai capricci del cuore. “Le donne come noi non possono avere sentimenti.” racconta a Madame Judith, primadonna del Théâtre des Variétés che la accoglie amichevolmente in camerino – pur conoscendone la discutibile fama – e scopre in lei una giovane delicata e garbata.

Riesce a conquistare persino il musicista Franz Liszt che all’epoca è nel pieno della sua gloria. Si conoscono una sera a teatro e lui, bellissimo e ardente, rimane incantato da questa giovane, vivace e tanto bella da incutere soggezione; Marie ha modi raffinatissimi e una conversazione così brillante che lui la scambia per un’aristocratica. La rivede solo un anno dopo, adagiata in un palco dell’Opéra in un abito bianco sfavillante di diamanti. Quando lei, a metà spettacolo, abbandona il teatro per recarsi alla festa da ballo, avvolta in una cappa da sera bordata di ermellino, lui la segue e quella notte viene fatalmente sedotto. Inizia una relazione che il musicista ricorderà sempre con  rimpianto. Parlerà di lei come della “prima donna di cui mi sono innamorato”.

Dopo Liszt è la volta del conte Edouard de Perrégaux che addirittura la sposa e per lei dilapida allegramente il suo patrimonio. Si separano in breve tempo, ma in quella parentesi matrimoniale lei assapora il brivido di farsi chiamare “contessa” e sulla portiera della sua carrozza fa dipingere uno stemma nobiliare ispirato a quello dei Perrégaux.

Marie riprende dunque la vita mondana di sempre. Tuttavia la sua salute è seriamente compromessa per una grave forma di tubercolosi. Si sente debole e sfinita, tossisce macchiando di sangue i fazzoletti di pizzo. Mangia pochissimo, e solo dolci: un po’ di miele, una mousse, qualche biscotto bagnato di Champagne. Si sottopone di malavoglia a ogni possibile terapia; dalle applicazioni di sanguisughe, agli infusi di oppio e belladonna, ai massaggi al petto con l’acqua di Bormio, alla stricnina. Di tanto in tanto, alle prime luci dell’alba, la si vede arrivare in carrozza ai mattatoi di Parigi dove, celata da un mantello di velluto, beve da una coppa di cristallo il sangue ancora caldo sgorgato dalla giugulare di un vitello appena sgozzato. Nulla tuttavia le porta giovamento e la malattia avanza; e più la consuma, più lei sembra voler vivere al massimo la poca vita che le resta. È in preda a un’ebbrezza, a una frenesia che la spinge a non rinunciare a nulla, sempre più esangue e tuttavia sempre splendente; anzi, la tisi le colora di rosa le gote smagrite, la febbre le rende più luccicanti i grandi occhi cerchiati di scuro. Ai momenti di euforia si alternano lunghi giorni di depressione poiché presagisce l’imminenza della fine.

Nelle ultime settimane di vita, nonostante la morfina, soffre terribilmente: non si alza più dal letto, è squassata dalla tosse, tormentata dall’arsura e dalle afte che le riempiono la bocca. Sputa sangue e grumi nerastri in una bacinella d’argento. Da quando è troppo malata per guadagnarsi da vivere si è riempita di debiti e gli implacabili creditori saccheggiano il suo appartamento mentre  lei è ancora agonizzante nel letto – portando via persino tappeti e tendaggi.

Marie Duplessis muore da sola, a ventitré anni, il 3 febbraio del 1847. Non c’è nessuno dei suoi uomini accanto a lei, neppure i più amati; né Dumas, né Perrégaux, né Liszt…

Viene ricomposta in una bara piena di fiori, vestita di pizzo bianco, con le labbra cucite perché la morte sopraggiunta per soffocamento le aveva raggelate in una smorfia atroce.

Tutta Parigi parla della sua morte, ma solo poche persone – tra cui alcune prostitute che lei aveva aiutato – accompagnano il feretro al cimitero di Montmartre sotto una pioggia fitta e gelida. Sulla sua lapide viene inciso uno scarno epitaffio: “Qui giace Alphonsine Plessis”.

Tre giorni dopo la sua morte, la sua casa é presa d’assalto da gruppi di dame parigine che rovistano tra le sue cose in preda a morbosa curiosità. Dei suoi favolosi gioielli resta ben poco, essendo stati venduti nel periodo della malattia; ma i suoi abiti, la sua biancheria, i suoi accessori da toilette, tutto testimonia la raffinatezza di colei il cui profumo, “Eau d’Harem”, ancora aleggia nell’aria.

La settimana seguente un’asta disperde i suoi ultimi beni e alcuni cimeli raggiungono cifre elevatissime. Poi cala definitivamente il sipario sulla Signora delle camelie.

Come scrisse un cronista commentando le sue esequie “Coloro che hanno vissuto nel clamore finiscono sempre nel silenzio”.

Paolo Schmidlin

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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