SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE | La Carta Costituzionale compie settant’anni

Posted on 23 marzo 2018

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SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE

La Carta Costituzionale compie settant’anni

di Giuseppe Maggiore e Maria Dente Attanasio

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Nell’indifferenza generale la nostra Carta Costituzionale ha compiuto settant’anni. Il testo venne approvato dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, dopo diciotto mesi di duro lavoro, ed entrò ufficialmente in vigore l’1 gennaio 1948. Con i suoi 139 articoli (cinque dei quali abrogati nel corso degli anni), la Carta fissa i principi e le finalità dello Stato, nonché le regole per la sua organizzazione e il suo funzionamento. A dispetto dei suoi settant’anni e delle tante trasformazioni sociali che si sono avvicendate, la Costituzione italiana dimostra ancora oggi la sua ineguagliabile capacità d’indirizzo non solo per le istituzioni, ma anche per tutti i cittadini che operano in seno alla società civile. Per un italiano che ne ignori i contenuti, ciò equivale a vivere all’oscuro di se stesso, poiché è lì soltanto che egli ritrova i fondamenti del suo essere cittadino di questa nazione, ed è lì che vengono sanciti quei diritti a lui riconosciuti e quei doveri ai quali è vincolato.  Questo anniversario avrebbe meritato forse un po’ più di attenzione, ma il clima che sta attualmente attraversando l’Italia sembra poco favorevole alle celebrazioni, specie se di carattere civile. Peccato, perché mai come ora ci sarebbe bisogno invece di ripercorrere la propria storia, soffermandosi su quelle tappe particolarmente significative, come, appunto, quella della nascita della Costituzione. Se qualche celebrazione c’è stata, pochi, a parte gli addetti ai lavori, ne hanno preso parte. La crisi di identità d’una nazione inizia anche da qui. Se qualche minaccia alla nostra identità nazionale esiste, questa va rintracciata anzitutto nel perimetro stesso della nostra condotta politica e sociale.

Troppo facile cedere al più becero populismo che vorrebbe indurci a credere che le minacce provengono dall’esterno, da presunti nemici che invadono le nostre città calpestandone cultura, patrimonio e tradizioni. Noi per primi non abbiamo custodito niente di tutto ciò. Non ci abbiamo speso né sangue né intelletto, ma solo ne siamo dei pessimi eredi. Si vorrebbe addebitare ad altri responsabilità che sono solo nostre, e così facendo non riusciremo mai a redimerci dagli errori del passato, condannandoci a ripeterli. I rigurgiti neofascisti di oggi stanno a dimostrarlo. Dimostrano con ogni evidenza quale grado di ignoranza molti italiani hanno ancora del loro passato più recente. Lavorando alla Carta Costituzionale i Padri costituenti cercarono di fissare una volta per tutte la grande lezione che avevano appreso dopo un lungo e tormentato periodo di guerre, di violenza, di oppressione, di libertà soppresse e di diritti negati. Il Ventennio fascista era stata un’ulteriore sciagura tra le devastazioni delle due guerre mondiali. Si torni a studiarlo, il fascismo, prima di esaltarne scioccamente dei presunti aspetti positivi. Un popolo che non ha memoria del proprio passato è un popolo che brancola in un perenne presente privo di senso e di consapevolezza. Ecco perché, in fatto di identità nazionale, i veri stranieri, siamo noi.

Che ne è infatti degli italiani e della loro storia? Il Tricolore è per molti solo la bandiera della nazionale di calcio, un vessillo da esporre ai balconi o da sventolare negli stadi in occasione dei mondiali. Il 2 giugno, Festa della Repubblica, nessuno se ne ricorda, così come nessuno fa memoria dell’anniversario dell’Unità d’Italia o di quello della Liberazione. Sono queste le date e i contesti in cui sventolare la bandiera italiana. Sono questi i momenti celebrativi in cui una nazione dovrebbe riconoscersi per affermare i propri valori e ideali. Non si costruisce nessuna nazione in uno stadio, non è lì che si diventa popolo, né vi si può formare alcun vero senso di appartenenza che non si esaurisca nell’effimera euforia del momento. Lì si è solo gregge o branco; per essere comunità ci vuole ben altro che feste di massa e tifoserie da stadio. Chi sta al potere lo sa bene. Il nostro orgoglio nazionale e la nostra coscienza civile dovrebbero fondarsi su quei principi sanciti dalla Carta Costituzionale, poiché è lì che la dignità e i diritti inalienabili della persona umana trovano una loro forte e inoppugnabile affermazione, è lì che tutti noi acquisiamo il pieno statuto di cittadinanza ed è lì che diveniamo veri soggetti politici e parte integrante della società. Ignorarne l’anniversario è dopotutto ben poca cosa, ma ignorarla del tutto è una grave menomazione dell’intelletto che ci rende tutti, come individui e come collettività, più deboli e sprovveduti.

Quella Carta rappresenta uno dei più alti traguardi democratici raggiunti dal nostro Paese, il frutto di quella che resta forse la stagione politica se non più felice, quantomeno più fertile e proficua dell’Italia. È bello poter riportare le parole che Piero Calamandrei rivolse agli studenti di Milano nel 1955: “In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, tutte le nostre sciagure, le nostre glorie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli. E, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’articolo 2: “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; o quando leggo nell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la Patria italiana in mezzo alle altre Patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo nell’articolo 8: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’articolo 5: “La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!; o quando nell’articolo 52 io leggo a proposito delle forze armate: “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, esercito di popolo; ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’articolo 27: “Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.”. Piero Calamandrei del Gruppo autonomista era uno dei Padri costituenti; insieme a lui c’erano gli altri esponenti dei partiti che nacquero in opposizione al regime fascista. Tra questi ricordiamo: Alcide De Gasperi e Aldo Moro (Democrazia cristiana), Palmiro Togliatti e Concetto Marchesi (Partito comunista italiano), Giuseppe Saragat e Emilio Lussu (Partito socialista italiano). Politici di una caratura lontana anni luce dagli odierni impiegati di partito. Ma il consesso della Costituente suggellava anche il primo grande ruolo attivo delle donne alla vita politica del Paese. Solo due anni prima, il 2 giugno del 1946, le donne italiane avevano potuto finalmente esercitare il diritto al voto. Con quelle elezioni l’Italia voltava definitivamente le spalle alla monarchia per apprestarsi a diventare una repubblica democratica. La nascente Repubblica rappresentava quindi anche una effettiva nascita delle donne nella sfera pubblica, un primo fondamentale passo verso quella tanto agognata pari dignità e uguaglianza. Furono  ventuno le donne che presero parte alla Costituente (nove della Dc, altrettante del Pc, due socialiste e una del Fronte dell’Uomo qualunque). Grazie al lavoro di questi uomini e di queste donne, grazie alla loro lungimiranza, ancora oggi la Costituzione italiana colpisce per la sua freschezza, per il suo ampio respiro democratico, per la sua impostazione assolutamente laica.

Quando taluni sostengono che essa sia ormai superata, o troppo idealista, forse è vero il contrario, ossia che siamo noi a non esserne ancora all’altezza. E dunque dall’alto dei suoi settant’anni la cara vecchia Costituzione ancora ci sprona, ci indica un ideale di società verso cui tendere e per il quale val la pena lottare, ci sfida a vincere il nostro cinismo, a destarci dall’apatia morale imperante, e a stemperare quegli egoismi che ci impediscono di cooperare per il bene comune. Questo sì, è un testo sacro, illuminato, ispirato da menti in stato di profonda e umana grazia; un testo che non indottrina ma educa, che non discrimina ma accoglie, che non giudica ma ammonisce, che reca la storia, che parla al presente, che guarda al futuro. Ciascuno dovrebbe custodire gelosamente una propria copia della Costituzione. Questo catechismo laico andrebbe elargito a ogni nuovo nascituro come buon auspicio per la sua sana crescita morale e quindi civile. Ecco così costituita una cospicua eredità tramandabile di generazione in generazione, a garanzia di un vero e proprio diritto di cittadinanza.

Sarebbe auspicabile che la Costituzione assurgesse a disciplina specifica di insegnamento a partire dalle scuole medie, degna alternativa all’insegnamento coatto della religione. Eppure, diversamente da quanto accade con presepi e crocifissi, nessuno mai lamenta la mancanza di un testo della Costituzione in tutti quei luoghi pubblici in cui si svolge la vita del cittadino. Perché un testo che, lo ricordiamo, è la Legge fondamentale della Repubblica, cui ogni cittadino è chiamato all’osservanza e alla fedeltà, non dovrebbe essere alla portata di tutti? Perché un testo che ci richiama ai principi di libertà, giustizia, uguaglianza, dignità umana, e al riconoscimento dei diritti e dei doveri di tutti, non dovrebbe essere materia di studio nelle scuole fin dai primi anni di formazione dei cittadini di domani? Molto più che un semplice testo o di un mero simbolo da ostentare, la Costituzione, sana e robusta, è il nerbo portante della nostra società, la fonte ispiratrice d’ogni nostro agire civile e democratico. Ecco perché dovrebbe entrare in ogni casa, essere per ogni singolo cittadino o famiglia un vademecum quotidiano da cui attingere quegli ideali e quei valori permanenti sui quali si misura ogni nostro agire sociale.

Per celebrare questo 70° anniversario la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha promosso il “Viaggio della Costituzione”, una mostra itinerante che partendo da Milano, tocca dodici città in dodici mesi, per concludersi a Reggio Emilia. Ciascuna tappa è stata associata a uno dei dodici principi fondamentali che aprono la Costituzione, fissati in altrettanti concetti chiave: Democrazia, Solidarietà, Eguaglianza, Lavoro, Autonomia e decentramento, Minoranza linguistica, Stato e Chiesa, Confessioni religiose, Cultura e Ricerca, Diritto d’asilo, Pace, Bandiera. Ben vengano queste iniziative, ma più che di celebrazioni questa nostra Carta Costituzionale ha innanzitutto bisogno di essere osservata “con disciplina e onore” da chi riveste ruoli istituzionali, nonché di essere rivendicata, fatta propria da ogni cittadino, come antidoto all’opprimente clima di rassegnazione e di sfiducia in cui lunghi decenni di malcostume e di malgoverno ci hanno cacciati. Oggi come allora, risuonano le parole di Nilde Iotti, prima donna politica della nascente Repubblica, quando disse: “Questa Repubblica si può salvare. Ma, per questo, deve diventare la Repubblica della Costituzione.”

Giuseppe Maggiore e Maria Dente Attanasio


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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