OPPRESSORI E OPPRESSI | Mirbeau contro la folle ottusità del potere | La Vacca picchiettata e altre strane storie

Posted on 23 marzo 2018

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STUDI  MIRBELLIANI ITALIA

 OPPRESSORI E OPPRESSI

Mirbeau contro la folle ottusità del potere 

La Vacca picchiettata e altre strane storie (OMB and Digital Editions, Giovanni Messina, 2016)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Il Mirbeau che difende Rodin dall’ottusità accademica, che si espone a favore di Dreyfus, che condanna senza mezzi termini l’ingessata mediocrità delle istituzioni e le ingerenze clericali, che prende le distanze dal giornalismo servile, che libera la letteratura dallo spettro delle belle lettere, è lo stesso che, nella più ampia delle prospettive civili, si schiera dalla parte degli oppressi contro gli oppressori. Operando un coraggioso rovesciamento della piramide gerarchica Mirbeau, con compiaciuta irriverenza, denuda la spocchiosa arroganza dei padroni dando voce alla pena degli ultimi.

Il piccolo volume La vacca picchiettata e altre strane storie (OMB and Digital Editions, Giovanni Messina, 2016) raduna sette novelle mirbelliane apparse su diversi quotidiani parigini tra il 1880 e il 1890. Tema portante: il mostrum del potere. Un potere che ha volto d’uomo, e che dell’uomo riassume e amplifica tutte le miserie. Questa nuova edizione italiana propone una selezione tratta da La Vache tacheté e, una raccolta postuma del 1918 edita da Flammarion contenente ventidue tra racconti e novelle. Contro la folle ottusità del potere Mirbeau oppone la sua scrittura militante, corrosiva, appassionata, affamata di giustizia, capace di smontare e demolire le fondamenta marce e le guglie acuminate dell’impalcatura istituzionale. Oppressori e oppressi sono entità rigorosamente distinte, inconciliabili. L’interazione ossequia dinamiche gerarchicamente ben definite, dall’alto verso il basso: una perpendicolarità muta, inespressiva, violenta sotto il cui peso, il debole, puntualmente soccombe. Geometria, questa, ben visibile nel racconto d’apertura Non è niente, è solo il colera! Qui il potere veste i panni di un sindaco all’apparenza gioviale, celebrato dalla comunità come un santo e un eroe.

Siamo a Le Kernac, un piccolo villaggio sulla costa bretone dove la povertà e la miseria regnano sovrane. Gli uomini battono i mari avari, le donne l’arida terra. Le Kernac non è che una desolata palude dove «l’acqua ristagna, oleosa e nera.» Mirbeau descrive il tristo paesaggio, puntellato di esili denti di leone e papaveri cornuti, con pennellate di puro impressionismo. In questo paesucolo sperduto Mirbeau fissa l’ambientazione archetipa del luogo dimenticato da Dio. «L’umanità che ci vive, in sordidi tuguri, impregnata dagli odori di pesce salato e marciume, è fragile e sofferente: uomini pallidi e rachitici; donne spettrali d’un livore di cera. Non si incontrano che spalle incurvate, cadaveri ambulanti e, da sotto i copricapo, nei visi stanchi e rugosi, spuntano pupille allucinate, nelle quali brilla il vitreo riflesso delle febbri e brucia il veleno della divorante malaria (…) Sembra che una fatalità definitiva pesi su questo angolo di terra maledetta (…) si ha l’impressione di vedere la morte attraversare l’aria.» Gli abitanti di Le Kernac sono «simili a piante malate colpite da un vento cattivo.» Contraltare di questa sotto-umanità derelitta, sopravvissuta a se stessa, è per l’appunto il rispettabile signor sindaco, la cui sagoma pasciuta e pettoruta spicca come un’orchidea tra le lattughe. La sua casa sorge su una collina, a debita distanza dai vapori pestilenziali esalati dalle paludi di Le Kernac: il “palazzo del potere” qui si fa vera e propria acropoli paesaggistica. Da lassù, da questa sopraelevazione, il sindaco si gode la sua posizione e, appena può, non manca di esercitarla dispensando «ingegnose tasse», imposte, addizionali e contributi straordinari, incurante della povertà che divora i suoi amministrati.

Pappa e ciccia col parroco (com’è d’uso in ogni buon paese che si rispetti), il sindaco scuce inoltre grosse somme ai suoi concittadini per edificare chiese e palazzi di pubblica inutilità (meglio se in stile Luigi XIII o Luigi XVI). Malgoverno e ladrocinio con ogni evidenza non sono abbastanza per scatenare una rivolta, anzi questo popolo assoggettato e schiacciato, più morto che vivo, si ostina a conservare gelosamente una buona opinione del suo capo (un santo, un eroe, una gran brava persona). Povertà e ignoranza, da che mondo è mondo, hanno sempre arrotato le punte agli aguzzini, e il potere, Mirbeau non manca di sottolinearlo, finisce spesso per ingenerare rapporti masochistici. Non avendo più altri edifici da far erigere per soddisfare i bisogni primari della sua gente, il sindaco comincia a vagheggiar di catastrofi ed epidemie. Se il colera – che in quel tempo (siamo nel 1885) mieteva vittime tra Marsiglia e Tolone – si fosse abbattuto su Le Kernac lui, il valoroso sindaco, avrebbe potuto dimostrare tutta la sua sollecitudine, la sua bontà d’animo, le sue qualità organizzative, tutta la sua tenerezza per quei poveri diavoli. Incapace di cogliere la lapalissiana sofferenza dei suoi concittadini, il sindaco – figura disumanizzata priva d’empatia – arriva ad invocare addirittura la falce del colera. «…Se potessero morire in dieci, venti, trenta, tutti in una volta!…» Il potere si nutre di prevaricazione ma a sfamarlo è soprattutto lo sprezzo.

 

Nel racconto La vacca picchiettata (scelto come titolo per questa piccola antologia) l’oppressore veste la toga del giudice, entità inappellabile cinica e perversa chiamata a sovrintendere i destini umani. Il protagonista di questa storia surreale è lo sfortunato Jacques Errant, un povero diavolo, che si ritrova detenuto senza aver commesso alcun reato. O almeno così crede. «…È strano che mi abbiano rinchiuso qui dentro senza dirmi il motivo, che mi lasciano in sospeso da un anno ad attendere un processo di cui ignoro la causa. Devo sicuramente aver commesso qualcosa di grosso, senza rendermene conto… ma cosa? Per quanto cerchi e provi a scavare nel mio passato (…) non trovo niente. È vero che sono un pover’uomo senza intelligenza e senza malizia, può darsi che quelle che credo azioni virtuose, o semplicemente azioni lecite, siano in realtà dei grandi crimini…» Mirbeau ci pone di fronte a «una di quelle persone per le quali i giudici e la giustizia non possono sbagliare e fanno bene tutto ciò che fanno.» La sola voce a cui Jacques Errant può per il momento appellarsi è quella del guardiano. Magra consolazione sentirsi rispondere: «Che volete farci. Di questi tempi le prigioni rigurgitano di detenuti e i giudici non sanno da dove cominciare.» Il numero 814 si trovava lì da ben ventidue anni in attesa di giudizio. Anche per Jacques Errant sarebbe trascorso tutto questo tempo? Dal guardiano – altra grottesca figura istituzionale priva di empatia e pietas umana – il detenuto apprende en passant che nella società si aggira «una moltitudine di pericolose teste calde che se ne vanno in giro a proclamare verità!» Che sia questo il reato di cui mi si accusa, si spreme Jacques Errant, rassicurandosi un istante dopo, non avendo egli proclamato alcunché a chicchessia. Un errore. Doveva per forza esserci stato un errore.

Solo dopo due anni di prigionia Jacques Errant viene finalmente condotto davanti ai giudici. La sua colpa? Il suo mostruoso reato? Ecco svelato l’arcano: possedere una vacca picchiettata! Peccato che il pover’uomo non ne avesse mai vista una in vita sua, né tantomeno possedeva una stalla. Ma poco importava ai giudici di questa sua legittima rimostranza. E poi, da quando possedere una vacca picchiettata era diventato un crimine mostruoso? Jacques Errant, tra lo stupore e l’incredulità, prova a difendersi come può ma l’accusa si rivela impermeabile tanto alle repliche quanto alle suppliche. «Sotto un immenso Cristo sofferente» uno schieramento di uomini abbigliati di rosso con cappelli di pelliccia gallonati d’oro emette l’insindacabile verdetto: «cinquant’anni di bagno penale per l’irreparabile e mostruoso crimine di possedere una vacca picchiettata che non possedeva.» In questo racconto, surreale sì ma tremendamente vero, Mirbeau denuncia con coraggiosa forza la cieca ottusità del sistema giudiziario. Legge e giustizia, garantite almeno sulla carta ad ogni singolo membro della comunità civile, si rivelano invece insidiose trappole; sul corpo inerme e indifeso dell’oppresso fiocca lo stillicidio di postille, sanzioni, divieti e condanne, segni tangibili dell’abuso. Non c’è potere, denuncia Mirbeau, senza vittime di quel potere, poiché il potere è tale solo nel momento in cui può esercitarsi su qualcuno o su qualcosa. Altro mostro oppressore indagato da Mirbeau è quello della burocrazia, diabolico ingranaggio istituzionale che fagocita il buon uomo comune. Nel racconto Il muro l’oppresso risponde al nome di Père Rivoli, ennesimo “povero diavolo” qui alle prese con un puntiglioso agente cantoniere, «personificazione terribile del regolamento amministrativo».

Pur se povero Père Rivoli possiede un muro che corre lungo una strada pubblica, un muro piuttosto malconcio, smangiato in più punti e puntellato di erbacce. «Nondimeno, è carino nelle sue sembianze di antico rudere. Alcuni iris spuntano in cima come una corona, fiori gialli e blu si insinuano tra le fessure, e anche qualche papavero si pavoneggia negli interstizi tra una pietra e l’altra.» Mirbeau lo descrive come Van Gogh lo avrebbe dipinto. Un mattino il vecchio Père Rivoli, armato di calce e sabbia, decide di riparare il suo muro. Non ha ancora terminato di tappare il primo buco che gli si para davanti l’agente cantoniere. Fiocca la multa di 50 scudi per aver avviato i lavori di restauro senza autorizzazione del prefetto. Père Rivoli prova a protestare, ma presto desiste perché sa bene che «l’amministrazione non scherza con i poveri diavoli.» Dunque deve pagare l’ammenda e fare richiesta formale al prefetto per restaurare il suo muro. Se dovesse crollare, impedendo la viabilità, fioccherebbe una ulteriore contravvenzione di 100 scudi. Non sapendo né leggere né scrivere si fa compilare la lettera da un consigliere comunale. Passano due mesi e il prefetto non risponde. «I prefetti non rispondono mai.» L’agente cantoniere gli intima di inviare una lettera di sollecito. Nulla. Nel frattempo, a causa di forti piogge, il muro crolla. Così il ligio agente gli rifila gli altri 100 scudi di multa. Père Rivoli è disperato, non può pagare. Ecco che allora spunta l’ufficiale giudiziario che gli pignora la sua umile dimora. Il povero diavolo, schiacciato dalla legge, ridotto in miseria, si impicca al ramo di un noce. Peccato, perché proprio l’indomani arriva il postino con l’autorizzazione del prefetto. Il muro, edificato e demolito da Mirbeau con una forte connotazione simbolica, segna lo iato tra il mondo degli oppressori e quello degli oppressi. L’aggiustaossa, Il topo di cantina, Un punto di vista e Pantomima dipartimentale sono gli altri racconti che chiudono questa piccola preziosa antologia.

Massimiliano Sardina


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