SOTTO I QUERCIOLI DI QUELLA NOTTE DI LUNA | Il figlio prediletto | Un romanzo di Angela Nanetti

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SOTTO I QUERCIOLI DI QUELLA NOTTE DI LUNA

Il figlio prediletto | Un romanzo di Angela Nanetti (Neri Pozza, 2018)

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Giugno 1970. Amore e morte si danno appuntamento sotto i quercioli di una notte di luna. Siamo in un piccolo paesino della provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti disseminati intorno al massiccio dell’Aspromonte. Dentro una vecchia Fiat, parcheggiata al riparo da occhi indiscreti in fondo a una stradina di campagna, Antonio Rizzuto e Nunzio Lo Cascio consumano il loro amore. Hanno meno di vent’anni, si sono conosciuti su un campo da calcio e, negli spogliatoi, si sono guardati e riconosciuti. Era stata «la forza del desiderio» ad avvicinarli, ma nella terra in cui erano cresciuti – «una terra che puzzava di merda di capra» – non c’era posto per un amore come il loro. «Non proprio allo stazzo si fermavano, ma più avanti, dove c’era la fontana che sgocciolava ancora un respiro d’acqua, e un fascio di quercioli a fare ombra di giorno a tanta aridità. Lì dietro, la macchina spariva, un po’ ingoiata dall’ombra e un po’ dai tronchi.» Qui, stretti l’uno tra le braccia dell’altro, Antonio e Nunzio si illudono di essere al sicuro. Nel chiuso di quell’abitacolo il loro amore segreto può respirare e manifestarsi. Poi, di colpo, l’irrimediabile. «Fuori, ricchjiuni fottuti!» Il vetro dell’automobile si infrange e tre uomini incappucciati fanno irruzione nel tempio. Urla, botte, bestemmie e infine un colpo di fucile. Antonio cade riverso a braccia aperte sull’erba «come un Cristo in croce». Nunzio, stravolto dal dolore, è costretto a rimirare il corpo esanime dell’amato. «…Antonio, amore mio.» È accaduto tutto in pochi istanti. Niente più tepore e tenerezza, niente carezze né baci, tutto spazzato via dall’orrore di quella spedizione punitiva. «Jamunindi! Ccà finimmu.» Nunzio, incapace di elaborare quello scempio, devastato dalla consapevolezza che «l’altro non c’è più», rimane lì a vegliare fino alle prime luci dell’alba.

L’indomani realizzerà che quei tre incappucciati erano suo padre e i suoi fratelli. Aveva violato la legge perché era un ricchjiune, e questo era il prezzo che aveva dovuto pagare. Ma non bastava. Doveva sparire, andarsene il più lontano possibile. In famiglia non c’era più posto per lui. La verità servita al paese fu che Antonio, u figghjiu i Roccu u porcaru, era stato ammazzato nel corso di una rapina. «E l’avevano trovato dopo due giorni, tuttu mangiatu di cani!» Così si sistemavano certe cose, con buona pace di tutto il paese. Pochi giorni dopo Nunzio si ritrova in un treno diretto a Londra. Dall’oggi al domani la sua vita prende tutta un’altra direzione, ma lui non è più lo stesso, è una specie di sopravvissuto, un fantasma. L’allontanamento dalla Calabria coincide con «una specie di annegamento, una perdita quasi totale di coscienza.» La ferita non si rimarginerà più, scaverà un vuoto incolmabile e si tradurrà in un vivere passivo e demotivato, nella perpetrazione di una convalescenza e «in uno stato di sospensione ovattata».

Al paese – terra soffocata dalla cultura mortifera della ’ndrina – Nunzio non farà più ritorno, né mai più rivolgerà la parola al padre e ai fratelli. A Londra coltiverà prima il sogno di diventare calciatore ma poi, a seguito di un grave infortunio, ripiegherà su un lavoro da cameriere. Si legherà a Thomas Morris (che lo inizierà ai valori comunisti portandolo davanti alla tomba di Marx), al bellissimo e tormentato Larry (un musicista libertino con il fascino dell’angelo caduto) e infine a Funny Jack (un fotografo di successo che lo avvicinerà all’amore per la fotografia). Attraverso questi incontri, «un inizio di resurrezione dopo tanto inverno», Nunzio tenta di dimenticare Antonio e di riaffacciarsi alla vita. Ne aveva abbastanza «di quel sudario che s’era portato cucito per anni sulla pelle: voleva cancellare tutto. Anche la sua carne affamata che lo rimandava sempre là, sotto i quercioli di quella notte di luna, come una condanna eterna. Basta.» Ci impiegherà dieci anni a dimenticare e ad acquisire piena consapevolezza e orgoglio della sua natura, ma la sua vita purtroppo si fermerà prematuramente. Sulle sue tracce, anni dopo, si metterà sua nipote Annina, aspirante attrice teatrale, anche lei in fuga dal paese, anche lei a suo modo diversa, non allineata. Si riapproprierà di questo zio sconosciuto, del quale nessuno in famiglia aveva mai parlato volentieri. Attraverso Annina – in fuga da un padre mafioso e padrone, da una madre assoggettata e da una nonna che la considera una puttana solo per via della sua passione artistica – Angela Nanetti in questo splendido romanzo rileva bene come l’omofobia non sia che l’altra faccia della misoginia e del sessismo. Come Nunzio anche Annina è una disubbidiente che reagisce alla ‘ndrina (la cultura della morte e dell’ignoranza) e rivendica la sua libertà di essere. E quindi di amare.

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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