…PERCHÉ DA SÉ NON C’È POSSIBILITÀ DI FUGA | Tutti i nostri errori | Trent’anni di racconti di Mario Fortunato

Posted on 21 marzo 2018

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…PERCHÉ DA SÉ NON C’È POSSIBILITÀ DI FUGA

Tutti i nostri errori | Trent’anni di racconti di Mario Fortunato (Bompiani, 2017)

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Sono figure erranti quelle che transitano in questo nuovo romanzo controvoglia di Mario Fortunato, figure in bilico tra passato e presente, segnate da esperienze destabilizzanti e costrette a misurarsi con un futuro tutt’altro che lineare e prevedibile. In Tutti i nostri errori (Bompiani, 2017) lo scrittore calabrese ha cucito con un filo invisibile sedici racconti, tra editi ed inediti, scritti negli ultimi trent’anni. Pur indipendenti l’uno dall’altro questi racconti confluiscono in un mare comune, quello dell’esperienza che è sottesa a ogni esistenza. Così ogni singola storia, legata a un luogo e a un tempo specifici, è chiamata a comporre una trama più vasta, più complessa, che gradualmente si dispiega agli occhi del lettore. Tutti i nostri errori sono quelli che commettiamo vivendo, amando, relazionandoci con un mondo mai completamente dominabile e con quella parte di noi stessi che non sempre riusciamo a comprendere e ad analizzare sotto la giusta luce. Le singole storie non si esauriscono sul finale ma alimentano una sorta di sospensione interna dove il non-detto emerge con elegante potenza narrativa.

Nel racconto d’apertura Ai piedi della Piramide, ambientato negli scenari suggestivi del Cimitero degli Inglesi di Roma, il narratore subisce la fascinazione di un misterioso Alain de Wytt, personaggio fuggevole e al contempo complice, che lo condurrà a deporre un fiore sulla tomba del poeta Shelley. Una fascinazione analoga guida il narratore nel secondo racconto, Ritratto dell’artista da geco, dove il personaggio catalizzatore è La Bouche, un’artista contemporanea autrice di «un capolavoro del delirio umano», un ciclo pittorico che incorporava «…tutti gli istanti di tutte le vite possibili di ognuno di noi (…) un’opera piena di poesia e allo stesso tempo mostruosa». Nel terzo racconto, Certi pomeriggi non passano mai, il narratore è invece alle prese con un appuntamento mancato, quello con l’amato, che arriva tardi, emblematicamente. Questi primi tre racconti chiudono la prima parte del libro intitolata Amici amati. Nella seconda, Verso dove, Fortunato ripercorre i soggiorni ischitani e berlinesi del poeta Wystan Auden e quello a Terracina di Goethe, luoghi letterari che si intrecciano ai luoghi dell’infanzia dell’autore, in particolare la natia Cirò «…un piccolo villaggio sulla costa ionica della Calabria, formato da case quasi sempre costruite a metà e da strade che erano perlopiù pozzanghere. Era tutto molto povero, forse perfino in modo prevedibile: che cosa ci si aspetta, se non molta miseria, da un piccolo villaggio calabrese ai primi degli anni settanta del secolo scorso?» Altri luoghi sono quelli agognati e mai raggiunti di una lontana Paros (terra di un idillio a tre che non si realizza) e la sempre presente Roma «immobile e silenziosa come una cartolina» dove M. e F., forse, vivranno una notte d’amore. La terza parte del libro, Stazione di transito, si apre con il racconto Fuori di qui, dove l’autore riflette sul senso profondo della scrittura, un atto liberatorio e terapeutico che al contempo può rivelarsi anche falsante e claustrofobico.

La quarta parte del libro, Ieri, si chiude con il racconto Tutti i nostri errori. È la storia cruda dell’elaborazione tardiva di un dramma vissuto da Marco Ferro nella prima infanzia. Aveva solo dieci anni quando si era imbattuto in Enzo detto “il Vampiro”, un ragazzo più grande che, con inaudita violenza, lo sottopose ripetutamente a ogni genere di abuso e umiliazione. «…atterrito e insieme ipnotizzato» Marco si ritrova nell’incapacità di sottrarsi al suo carnefice, completamente soggiogato. «…si era piegato a ogni sua fantasia, a ogni depravazione. Ma non era ancora tutto. A un certo punto, il Vampiro aveva deciso che lui doveva diventare una fonte di guadagno, così prese a portare con sé qualche amico della sua età e uomini anche molto più grandi: per pochi soldi che il Vampiro incassava con naturalezza, Marco era costretto a consumare rapporti sessuali con tutti. Nel giro di poche settimane, senza neppure rendersene conto, era diventato una prostituta.» Il protagonista, dopo tanti anni, si ritrova davanti al suo antico aguzzino ed è costretto a rivivere tutto l’orrore di quel ricordo indelebile. Fuggire lontano, prima in Inghilterra poi in Vietnam, lo aiuta a lenire il dolore ma l’effetto è transitorio. Anche l’esorcismo della scrittura si rivela un tentativo vano. Solo l’amore di Thanh, un giovane vietnamita, sembra recargli un qualche conforto. «…scrisse a Thanh quello che non era mai stato in grado di dire neanche a se stesso, tuttavia non si sentì liberato: comprese al contrario che la sua prigione aveva muri più spessi e invalicabili di quanto non avesse mai concepito, perché da sé non c’è possibilità di fuga: sia tacendo sia dando voce ai ricordi.»

Scrittore, traduttore, editorialista e critico letterario Mario Fortunato libera una scrittura chiara, profondamente lineare, di respiro tondelliano, di grande semplicità e potenza espressiva.

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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Posted in: Cultura, Letteratura