LA TERRIBILE IMMENSITÀ | Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti | Un testo di Paolo Martini

Posted on 21 marzo 2018

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LA TERRIBILE IMMENSITÀ

Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti | Un testo di Paolo Martini

(Neri Pozza, 2018)

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Monti pallidi, cattedrali di pietra, terre fatate delle Alpi, cime dell’enrosadira, le Dolomiti nel 2009 sono state dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità. La loro storia attraversa quattro ere geologiche e ci riporta a circa 250.000.000 di anni fa quando, silenti, giacevano sul fondo del mare. Oggi sono un insieme di sistemi montuosi delle Alpi Orientali italiane tra Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli, e occupano un’estensione geografica di 142.000 ettari. Imponenti, monumentali, maestose, puntellate di pale, gobbe, guglie, denti e pinnacoli, le Dolomiti hanno affascinato viaggiatori, artisti e scienziati di ogni epoca, soggiogati soprattutto dalle cangianze cromatiche tra il madreperla e il rosato emanate dalla loro peculiare tipologia litica. «Possono essere bianche come la neve, gialle come il sole, grigie come le nuvole, rosa come le rose, nere come il legno bruciato, rosse come il sangue…», sono parole dello scrittore Dino Buzzati.

La loro storia, ammantata di leggenda, rivive oggi nelle pagine di Bambole di pietra (Neri Pozza, 2018), un testo originalissimo redatto dal giornalista e autore televisivo Paolo Martini. In apertura incontriamo il geologo francese Déodat de Dolomieu (1750-1801), instancabile viaggiatore, che si addentrò nella regione delle Alpi attratto dalla bellezza misteriosa di quelle «pietre calcaree luminose, biancastre e grigiastre». Ne raccolse alcuni campioni e, ritornato in Francia, li spedì all’amico Théodore-Nicolas de Saussure (non lo si confonda con il celebre linguista e semiologo Ferdinand de Saussure). Nel 1792 il naturalista e chimico svizzero Théodore-Nicolas de Saussure (figlio dello scienziato ginevrino Horace-Bénédict de Saussure) battezza quel tipo di roccia dolomia, in omaggio all’amico Déodat de Dolomieu. Il termine dolomia designa una particolare roccia sedimentaria carbonatica formata principalmente dal minerale della dolomite, la cui composizione chimica è quella di un carbonato doppio di calcio e magnesio. Il termine Dolomiti si diffuse a partire dalla prima metà dell’Ottocento. La “terribile immensità” di questa magnifica creatura cominciò gradualmente ad attrarre un numero sempre crescente di alpinisti, scalatori e turisti da tutta Europa.

«Se le Dolomiti sono diventate quel che sono, – scrive Paolo Martini – è anche perché nell’Ottocento la coscienza ecologica era molto di là da venire». L’alterazione del fragile ecosistema dolomitico «è cominciata con la prima ondata di quegli stessi scalatori che si dicevano tanto esaltati dalla “verginità fatata” di questo territorio.» Gli scalatori non si facevano scrupolo di disseminare immondizie lungo il percorso e di marchiare con vernici e bandiere le altitudini di volta in volta conquistate; a ciò si aggiungano i cosiddetti rifugi ad alta quota, spesso ricavati sventrando grandi porzioni di roccia. Particolarmente indicativo è l’elenco spesa-viaggio redatto nel 1826 da uno dei primi alpinisti inglesi, Albert Richard Smith, comprendente centinaia di bottiglie di alcolici, scatolami e generi vari, tutto tradotto in rifiuti abbandonati in quei luoghi incontaminati. L’alpinismo diventa un fenomeno di massa dopo la Prima Guerra Mondiale. Dalla scoperta di Dolomieu a oggi, come denuncia Martini, sono cambiate purtroppo molte cose. All’aristocratico Grand Tour settecentesco si è andato sostituendo prima il proto-turismo ottocentesco e, dulcis in fundo, l’orda del marketing turistico odierno. Il paesaggio intorno alle Dolomiti è cambiato irrimediabilmente. Intorno all’Alpenglühen (il rosseggiare delle alpi) sono sorti già lungo tutto il corso del XIX secolo i primi Grand Hotel e svariate strutture ricettive per soddisfare una crescente clientela soprattutto inglese e tedesca. Nel 1956 le Olimpiadi invernali di Cortina inaugurarono su grande scala la moda delle Dolomiti, trasformandole in meta turistica di massa. A cavallo tra Ottocento e Novecento cominciano ad arrivare gli sciatori. Oggi, ci ricorda Martini, le Dolomiti si affacciano su mille e duecento chilometri di piste sciistiche, in altre parole su un paesaggio sfigurato, imbruttito, antropizzato. A causa del riscaldamento globale le precipitazioni nevose sono fortemente diminuite e, per garantire la sciabilità, si ricorre sempre più all’innevamento programmato (con sprechi d’acqua e di energia incalcolabili).

Le Dolomiti sono oggi un circo bianco di piste, impianti di risalita, funivie, seggiovie, cabinovie, skilift, cannoni sparaneve, resort di lusso, case-vacanza, antichi masi convertiti in strutture ricettive e quant’altro il turismo di massa possa desiderare. A ciò si aggiunga lo smog degli autoveicoli e delle carovane di motociclisti, con il relativo inquinamento acustico. Una ferita recente è quella delle piste ciclabili, chilometri di tracciati messi a disposizione di un nuovo consumatore borghese a due ruote: il MAMIL, ovvero il Middle Age Man In Lycra (uomo di mezza età con la passione per le tutine sintetiche). Il danno estetico è solo la patina che ricopre il disastro naturale in atto. L’innalzamento delle Dolomiti è tuttora in corso ma altrettanto in corso è il loro sprofondamento. Le politiche di tutela non mancano ma, con ogni evidenza, non bastano. Dovremmo passare, scrive Martini, dal citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte) al lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce) per salvare dalla voracità umana quelle che Le Corbusier ha definito «le architetture naturali più belle della Terra».

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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